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Riflessioni sulla schiavitù del lavoratore salariato (seconda parte)

Creato: 19 Dicembre 2011 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 3180

Dalla  rivista  D-M-D' n °2

Proseguiamo con questa seconda parte il lavoro apparso sul numero 1 di D emme D’. Abbiamo la parlato dei diritti umani, o meglio della contraddizione insita nella società borghese, paladina e codificatrice di quei diritti. Continuiamo ora parlando della povertà mondiale per capire cos’è quella che viene definita la ‘nuova schiavitù’, concludendo poi su quale sia il fondamento della condizione del lavoratore salariato e la sua relazione con la schiavitù.

Il diritto universale alla povertà

Il 1° comma dell’articolo 25 della Dichiarazione Universale dei diritti umani del 1948 sancì nel seguente modo il diritto ad un tenore minimo di vita: “Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà”. Sebbene il diritto proclamato equivalga alla non ammissione della povertà, tale diritto viene smentito quotidianamente nella realtà. Alcuni dati tratti dal libro di Thomas Pogge “Povertà mondiale e diritti umani” rendono evidente questa affermazione: secondo la Banca Mondiale, nel 2005, 3.085 milioni di persone (il 48% della popolazione mondiale) vivevano in condizione di povertà grave (indicatore 2,50 dollari al giorno), di queste, 1.377 milioni di persone sopravvivevano nella condizione di povertà estrema (indicatore 1,25 dollari al giorno). Questa condizione sociale di povertà determina ogni giorno la morte prematura di 50.000 persone di cui 29.000 sono bambini al di sotto dei cinque anni d’età 38, e produce degli effetti tanto prevedibili quanto documentati riassumibili nelle seguenti stime: “il 15% della popolazione mondiale (1.020 milioni) soffre di denutrizione cronica, che il 13% (884 milioni) non abbia accesso all’acqua potabile, che il 37% (2.500 milioni) non ha accesso ai servizi sanitari di base. Circa il 14% (924 milioni) non ha dimora; circa il 30% (2.000  milioni) non ha accesso ai farmaci essenziali e il 24% (1.600 milioni) non ha energia elettrica; circa il 16% degli adulti (774 milioni) è analfabeta e il 14% dei bambini di età compresa tra 5 e 17 anni (218 milioni) è composto da bambini lavoratori  spesso sottoposti a condizioni dure o crudeli, lavorano come soldati, prostitute, schiavi domestici, oppure nell’agricoltura, nell’edilizia, nella produzione di tessuti o tappeti” 39. Per quanto riguarda i consumi i 3.085 milioni di poveri rappresentano il 2,35% della spesa totale dei consumi delle famiglie, mentre 1.030 milioni di persone dei paesi ‘ricchi’ o ‘ad alto reddito’ ne rappresentano l’80% 40. Ancor più profondo è il divario per quanto riguarda la proprietà e la ricchezza: “Un recente studio (WIDER) stima che nel 2000 il 50% meno abbiente degli adulti di tutto il mondo divideva l’1,1% della ricchezza globale, mentre il 10% più abbiente possedeva l’85,1% e l’1% più ricco il 39,9%” 41. Questa tendenza riguardante la proprietà e la ricchezza, come pure la povertà mondiale, è l’effetto del processo di accumulazione capitalistico a livello mondiale e della conseguente centralizzazione dei capitali. E’ il capitale stesso che nel suo funzionamento genera da un lato ricchezza e dall’altro miseria. Lungi da noi però considerare l’acuirsi di questo divario come espressione del contrasto tra paesi ricchi e paesi poveri: chi vive in miseria, i poveri esistono sia nei paesi ricchi che in quelli poveri, ovviamente in proporzioni diverse, così come nei paesi poveri vi sono i ricchi 42. L’antagonismo non è tra ricchi e poveri, tra paesi ricchi e paesi poveri, bensì tra la classe dei proprietari dei mezzi di produzione e delle ricchezze e quella classe, i lavoratori salariati, che ne è priva perché ne è stata privata. Ritornando alla concentrazione della ricchezza sono illuminanti i dati relativi agli Stati Uniti: “dalla  fine del secolo e del millennio l’1% della popolazione controlla il 37% della ricchezza nazionale; il 9% il 31%; al rimanente 90% non resta che un misero 32%. E la tendenza in atto è … verso una continua concentrazione della ricchezza e proprio nel campo delle attività produttive. L’1% più ricco della popolazione … possiede, infatti, il 45% della proprietà immobiliare, il 49% delle azioni, il 78% delle obbligazioni, il 62% delle attività produttive. La diffusione c’è solo nei beni di consumo (automobili e casette), nei conti in banca e nelle polizze assicurative” 43. E’ la diffusione dell’uomo egoista lavoratore salariato che gode nel consumo della proprietà che riesce ad acquistare 44 finché il capitale ha convenienza a comperare la sua forza-lavoro. Ma, si chiede il Pogge: “Come può persistere una povertà estrema per la metà dell’umanità, nonostante l’enorme progresso economico e tecnologico, le norme morali e i valori illuminati della nostra civiltà occidentale, oggi così fortemente dominante?” e, “perché noi – cittadini degli Stati ricchi dell’Occidente – non troviamo per lo meno moralmente preoccupante il fatto che un mondo da noi così fortemente dominato gravi su così tante persone con tali inadeguate e inferiori posizioni di partenza?” 45. Tutta la questione della povertà ruota attorno a quel ‘moralmente’: è un problema di preoccupazione morale a dispetto della morale illuminata dominante e dell’enorme progresso economico e tecnologico. Così la povertà esisterebbe perché la sua eliminazione non è sentita come obbligo morale, in primo luogo dalle organizzazioni internazionali. A questa critica 46 si accompagna la proposta della realizzazione di un Dividendo Globale delle Risorse (DGR), costituito da una parte dei proventi ottenuti dalla vendita delle risorse naturali mondiali, utilizzandolo per migliorare la condizione dei poveri. Ma ciò che dovrebbe rendere convincente la richiesta è un motivo di altra natura: “Un futuro instabile, poiché pervaso dalla disuguaglianza radicale, non solo metterebbe in pericolo la sicurezza nostra e della nostra progenie, ma anche la sopravvivenza a lungo termine della nostra società, dei nostri valori, della nostra cultura. … …  Attraverso l’introduzione di un DGR, o di una riforma simile, possiamo ottenere tale sostegno, mostrando in concreto che i nostri rapporti con il resto del mondo non sono esclusivamente tesi a cementare la nostra egemonia economica, … … In questo modo, e solo in questo modo, possiamo smentire la convinzione comprensibilmente diffusa nei paesi poveri secondo la quale a noi non importerà un bel niente della loro miseria fino a quando non avranno la potenza economica e militare per danneggiarci” 47. La motivazione politica di tanta preoccupazione morale è quella di poter continuare a comandare e dominare il mondo, per perpetuare ‘la nostra società, i nostri valori e la nostra cultura’, cioè: il modo di produzione capitalistico, la società borghese e così la povertà mondiale. La proposta del DGR non ha altro fine che quello di disciplinare ed eternare la povertà attenuandone le forme più acute: basta poco per spostare 1.377 milioni di persone dalla condizione di povertà estrema a quella di povertà grave. Così il Pogge, come il re di Prussia, ammonisce i ‘ricchi’ ed i ‘paesi ricchi’ per il loro egoismo, dimenticando che: “in quanto lo stato ammette l’esistenza di inconvenienti sociali, li ricerca in leggi di natura, cui nessuna forza umana può comandare o nella vita privata, che è indipendente da esso, o nella  inefficienza dell’amministrazione che da esso dipende. Così l’Inghilterra trova che la miseria ha il suo fondamento nella legge di natura, secondo la quale la popolazione supera necessariamente i mezzi di sussistenza. Da un’altra parte il pauperismo viene spiegato come derivante dalla cattiva volontà dei poveri, così come secondo il re di Prussia dal sentimento non cristiano dei ricchi, e secondo la Convenzione dalla sospetta disposizione controrivoluzionaria dei proprietari. Perciò l’Inghilterra punisce i poveri, il re di Prussia ammonisce i ricchi e la convenzione ghigliottina i proprietari” 48.

La schiavitù proibita dai diritti umani universali

“A partire dal’Illuminismo, le norme morali a protezione delle persone vulnerabili e senza potere hanno cominciato a essere sempre più vincolanti ed efficaci. Schiavitù, autocrazia, colonialismo e genocidio - praticati apertamente nel diciottesimo e nel diciannovesimo secolo e in precedenza per millenni – sono ora posti fuorilegge e generalmente considerati come paradigmi dell’ingiustizia. Almeno in apparenza, l’umanità ha fatto sostanziali progressi, in termini di moralità, nel rapportarsi a queste e ad altre forme dannose di condotta e di organizzazione sociale”. Poco oltre lo stesso autore da un po’ di contenuto all’apparente progresso morale: “Una mano  invisibile, decisamente meno benigna di quella acclamata da Adam Smith, assicura al mondo, spinto da questi sforzi egoistici, un equilibrio verso una modalità di organizzazione che concede ai forti il più possibile, pur permettendo loro di rimanere conformi alle proprie norme morali. Tale processo conduce al peggiore di tutti i mondi possibili, col quale i forti possono riconciliarsi moralmente. I paesi occidentali benestanti non praticano più la schiavitù, il colonialismo o il genocidio, ma possono ancora godere di uno schiacciante dominio economico, politico e militare, in un mondo in cui la riduzione in schiavitù e il genocidio di fatto sopravvivono” 49. Proprio perché ognuno si muove per i propri interessi egoistici, tutti portano a compimento, per la provvidenza della ‘mano invisibile’, il loro vantaggio che equivale all’interesse generale in quanto interesse particolare. La ‘mano invisibile’ odierna non è meno benigna di quella passata, è la stessa religione del modo di produzione capitalistico, tanto più che, in virtù dello schiacciante dominio economico, schiavitù e genocidio continuano ad esistere. Veniamo alla schiavitù, posta fuorilegge, non più praticata ma sopravvivente, per rintracciare nell’articolo 4 della Dichiarazione Universale del 1948 quel progresso morale conforme e riconciliatore: “Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma” E’ un modo diverso di dire quanto fu stabilito dall’articolo 18 della Dichiarazione del 1793: “Ogni uomo può impegnare il suo tempo e i suoi servizi; ma non può vendersi né essere venduto: la sua persona è una proprietà inviolabile”. La Dichiarazione del ’48 riafferma la condizione del lavoratore salariato libero proprietario della propria persona e libero venditore della sua forza lavoro. Nonostante ciò la realtà del modo di produzione capitalistico ormai fattosi mondo ci dice che: “In realtà la schiavitù prospera in tutti i continenti e, come afferma Ben Skinner, oggi nel mondo vi sono più schiavi di quanti non ve ne siano mai stati in passato, anche se rappresentano una percentuale inferiore della popolazione” 50. Una cauta stima del numero di schiavi contemporanei è stata fatta da Kevin Bales: “La cifra che a mio parere più si avvicina al numero effettivo di schiavi presenti nel mondo contemporaneo è di ventisette milioni. Tale numero è molto  inferiore alle stime fatte da alcuni attivisti, che forniscono cifre che si aggirano sui duecento milioni, ma è un numero cui sento di poter credere” 51. Per quanto riguarda l’Italia un’idea, seppur parziale, dell’esistenza della schiavitù viene fornita dalla Relazione del COPASIR sulla tratta di esseri umani. I numeri raccolti in questa relazione indicano che, nel 2007, in Italia sono state denunciate 1.265 persone per reato di riduzione in schiavitù; 108 per alienazione e acquisto di schiavi; 645 per sfruttamento della prostituzione minorile e 278 per la tratta di persone. La tratta degli schiavi è inoltre divenuta, dopo il narcotraffico ed il traffico di armi, la terza fonte di profitto per le mafie e la criminalità organizzata nel mondo 52. Anche l’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha stilato nel 1999 una ‘Convenzione sulle forme peggiori di lavoro minorile’, per tutelare i minorenni dalle seguenti forme di lavoro: “a. tutte le forme di schiavitù o pratiche analoghe alla schiavitù, quali la vendita o la tratta di minori, la servitù per debiti e l’asservimento, il lavoro forzato o obbligatorio, compreso il reclutamento forzato o obbligatorio di minori ai fini di un loro impiego nei conflitti armati; b. l’impiego, l’ingaggio o l’offerta del minore a fini di prostituzione, di produzione di materiale pornografico o di spettacoli pornografici; c. l’impiego, l’ingaggio o l’offerta dei minori ai fini di attività illecite, quali, in particolare, quelle per la produzione e per il traffico di stupefacenti, così come sono definiti dai trattati internazionali pertinenti; d. qualsiasi altro tipo di lavoro che, per sua natura o per circostanze in cui viene svolto, rischi di compromettere la salute, la sicurezza o la moralità del minore” 53. Ad oltre due secoli dalla Rivoluzione francese la società borghese non è riuscita a realizzare quanto sancito dal suddetto articolo 18: libero lavoratore maggiorenne che si impegna liberamente per un tempo determinato ed in cambio di un salario. La realtà di una formazione sociale è più forte del diritto che si cuce addosso ed è lo stesso Bobbio che, dopo aver proclamato che con la Dichiarazione del ’48 ebbe inizio la fase dell’affermazione universale dei diritti, così concluse quel suo articolo: “A chiunque si proponga di fare un esame spregiudicato dello sviluppo dei diritti dell’uomo dopo la seconda guerra mondiale consiglierei questo salutare esercizio: leggere la Dichiarazione universale e poi guardarsi attorno. Sarà costretto a riconoscere che, … il cammino è ancora lungo. E gli parrà che la storia umana, per quanto vecchia di millenni, paragonata agli enormi compiti che ci spettano, sia forse appena cominciata” 54. Il problema qui sollevato rimane sempre quello dell’affermazione dei diritti umani, e noi dobbiamo sottolineare l’innegabile progresso avvenuto a partire dall’emancipazione politica e dalla codificazione dei diritti dell’uomo 55. La storia umana però è la storia fatta dagli uomini reali, è la storia dei loro rapporti sociali, si tratta di non circoscriverla all’universalizzazione dei diritti nella società borghese. Siamo così partiti dalla libertà: “gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti”, come da art. 1 della Dichiarazione del 1789, “tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti” sancì l’art. 1 della Dichiarazione del 1948, ma, nonostante gli uomini nascano liberi, e secondo la Dichiarazione del 1789 vi rimanevano, siamo finiti nella schiavitù.

La ‘nuova schiavitù’

Due professori francesi, ritenendo ormai acquisita l’abolizione della schiavitù, hanno recentemente distinto nel seguente modo la condizione tra lavoratori antichi e moderni: “Maurice Lengellé-Tardy,  in un recente opuscolo, sostiene che il lavoratore pagato qualche dozzina di euro al mese in una fabbrica di un paese emergente o il disoccupato senza più sussidi che dorme sul marciapiede sono schiavi, allo stesso modo in cui lo erano quelli d’epoca greco-romana oppure i neri d’America prima del 1865. Avrà probabilmente ragione a indignarsi davanti a tutta questa indigenza. Ciò nonostante, bisogna respingere questa confusione tra lo statuto legale di schiavo (che giuridicamente è proprietà altrui) e la miseria di una persona legalmente libera, una confusione che vien fatta in barba a ogni rigore intellettuale” 56. Qui è espressa la riconciliazione morale della borghesia con la sua società perché la libertà personale sposta sull’individuo la responsabilità della propria condizione sociale. Inoltre è sottolineato il punto essenziale che distingue lo schiavo dal lavoratore salariato libero o dal libero disoccupato: questi ultimi, seppur potendo vivere una condizione di indigenza, rimangono liberi, il primo è invece irrimediabilmente proprietà di un’altra persona. Altri, ad un diverso livello, distinsero nel seguente modo tra libero lavoratore salariato e la schiavitù: “delle mie particolari attitudini e possibilità di attività – sia corporali sia spirituali -, io posso alienare alcune loro produzioni singole e il relativo uso, limitato nel tempo, che un altro può farne. Questa limitazione, infatti, conferisce a tutto ciò un rapporto esteriore con la mia totalità e universalità. Mediante l’alienazione del tempo totale concretizzato del mio lavoro e della totalità della mia produzione, io ne renderei proprietà di un altro l’aspetto sostanziale, cioè la mia universale attività e realtà, la mia personalità” 57. La differenza sta nel tempo limitato in cui il lavoratore vende la sua forza lavoro. Questa limitazione temporale rende tale rapporto esterno al lavoratore stesso, non prevarica la sua personalità tanto da lasciarlo libero. Diversamente l’alienazione totale della propria forza lavoro farebbe ritornare il lavoratore nella condizione di schiavitù, rendendo proprietà di un altro l’aspetto sostanziale che equivale alla propria persona. Le due analisi concordano nel ritenere che nella presente società borghese si sia raggiunta la piena libertà individuale che corrisponde alla libertà giuridica, politica e alla proprietà della propria persona, ed entrambe uniscono a questa libertà l’altrettanto libera accettazione del posto che a ciascuno riserva la società e che è determinato dal talento individuale 58.  La miseria come la vendita limitata nel tempo della propria forza lavoro non compromettono affatto la libertà, anzi: mentre la seconda ne è l’espressione, la prima può essere presa in considerazione alla stregua di un’anomalia. Però, come abbiamo visto, nonostante l’affermazione universale della libertà, la schiavitù esiste ancora, ci affidiamo così a Kevin Bales, uno dei massimi esperti mondiali sulla ‘nuova schiavitù’, per riuscire a comprenderla 59. Poiché è proibita ogni forma legale di proprietà di un essere umano la caratteristica della ‘nuova schiavitù’ è il: “totale controllo di una persona su un’altra a scopo di sfruttamento economico … si finisce per trovare un essere umano in balia della violenza e privato di ogni libertà personale, perché qualcun altro possa arricchirsi” 60. Questa schiavitù si manifesta quindi senza i costi ed i fastidi della proprietà, come ad esempio nella società antica o per i neri d’America: “i nuovi schiavi sono strumenti ‘usa e getta’ per fare denaro” 61. Controllo totale delle persone basato sulla violenza a scopo di arricchimento per mezzo dello sfruttamento del lavoro, controllo totale che è la negazione della libertà individuale: così la ‘nuova schiavitù’ si manifesta come detenzione o possesso di altri uomini. Sono gli alti profitti a giustificarla, in quanto non ha più “nulla a che fare con il colore, la tribù o la religione”, ma riguarda la “ precarietà, la debolezza e lo stato di bisogno”, insomma il denominatore comune della ‘nuova schiavitù’ è “la povertà, non il colore” 62 e, come sappiamo, il 48% della popolazione mondiale vive in una condizione sociale di povertà. Condizione che si è andata aggravando con il processo di globalizzazione dell’economia mondiale, “lo spostamento forzato da un’agricoltura di sussistenza alla manovalanza agricola, la perdita della terra comune … tutto questo ha portato alla bancarotta milioni di contadini strappandoli alla loro terra e talvolta spingendoli verso la schiavitù. … Ecco perché, mentre i ricchi dei paesi in via di sviluppo sono diventati sempre più ricchi, i poveri si sono trovati con un numero via via ridotto di opzioni. Nel cataclisma del rapido cambiamento sociale, una di queste opzioni è la schiavitù”63. Diretti responsabili di questa tendenza sono, secondo il Bales, i cosiddetti ‘paesi ricchi’, quegli stessi che, secondo il Pogge, dovrebbero essere moralmente preoccupati di quanto sta avvenendo: “Una delle caratteristiche più eclatanti della globalizzazione seguita alla Guerra fredda è la facilità con cui il mondo degli affari e i governi delle democrazie capitalistiche hanno abbandonato i valori che per quarant’anni, nella lotta contro il comunismo, si presumeva avessero sposato – libertà individuali e legittimità politica basata su libere elezioni. La preoccupazione per i diritti umani, non esclusa la libertà d’assemblea per i lavoratori che intendano parlare per se stessi, è stata spazzata via dalla convenienza commerciale. Le multinazionali si tuffano fiduciose nei nuovi mercati, dal Vietnam alla Cina, dove i governi praticano un controllo sistematico e abusano dei loro stessi cittadini” 64. A differenza dei paesi dove la povertà è la condizione sulla quale può proliferare la ‘nuova schiavitù’: “nella maggior parte dei paesi occidentali l’enorme differenza di potere necessaria a produrre un rapporto di schiavitù non esiste e l’idea stessa di schiavitù è aborrita. Quando la maggior parte della popolazione ha un tenore di vita ragionevole e un minimo di sicurezza economica (in proprio o garantita dallo stato) la schiavitù non può affermarsi” 65. Tenore di vita ragionevole, un minimo di sicurezza economica e di diritti sono la garanzia della non affermazione della schiavitù, a dimostrazione come la ‘nuova schiavitù’ sia una condizione economica che si manifesta in presenza di una diffusa povertà. Nei paesi dell’Occidente ricco per tali motivi di carattere economico la schiavitù sembrerebbe debellata: la libertà deriva dalla sicurezza economica, dalla libertà dal bisogno. Anche un contemporaneo studioso del pensiero marxiano rintraccia nella povertà l’origine della nuova schiavitù:“E così, se è vero che lo schiavo di oggi non è più l’operaio inglese o francese, nella misura in cui, per misera che sia la situazione in cui versa, egli partecipa effettivamente al potere politico ed è protetto, almeno parzialmente, dai sindacati, è altrettanto vero che si sono affacciati sullo scenario storico nuovi schiavi, che ne hanno preso il posto: questo già era vero, del resto, negli anni Sessanta del Novecento, quando Herbert Marcuse aveva messo molto appropriatamente in luce come la classe operaia, da schiava che era ai tempi di Marx, fosse diventata in un certo senso “schiavista”, nella misura in cui partecipava al nuovo sfruttamento esercitato dal capitalismo su scala globale, in quella nuova forma di scontro tra paesi ricchi e paesi poveri assunta dalla lotta di classe” 66. L’operaio, il lavoratore salariato, se, godendo dei diritti politici e giuridici, partecipa alla vita democratica del suo paese ed è minimamente protetto economicamente, per quanto misera possa essere la sua condizione, rimane libero. In questa situazione che definiamo provvisoriamente come ‘privilegiata’ il lavoratore libero occidentale diventerebbe, secondo il Marcuse, in un certo senso “schiavista” perché i diritti e la sicurezza economica di cui gode derivano dallo sfruttamento dei paesi poveri. Gli schiavi e gli sfruttati sono quindi altri: i poveri del mondo, gli emarginati sociali e gli immigrati. Oggi è riduttivo considerare tutti liberi in quanto liberi giuridicamente, perché non si è proprietà altrui, al contrario è la condizione economica di povertà a costituire il presupposto della ‘nuova schiavitù’, di cui la violazione dei diritti umani ne è un corollario 67. Rimane pur sempre la condizione del lavoratore salariato occidentale ad indicare che la strada da percorrere è quella della democrazia e dei diritti. Così, nel suo ancora lungo cammino, il diritto internazionale si trova affiancato dall’abolizione della ‘nuova schiavitù’ e dall’affermazione della democrazia che dovrà essere ‘pensata daccapo’ 68.

“Senza diritti siamo solo schiavi”

Diritti e democrazia sembrano avere un percorso comune che se scisso si perdono sia i diritti che la democrazia, tanto che in occidente, invece dell’estensione dei diritti umani, sta divenendo di stringente attualità la questione della difesa dei diritti conquistati. Ne è un’espressione la frase “senza diritti siamo solo schiavi”, apparsa in uno striscione esposto la scorsa estate dai tre operai sospesi della Fiat di Melfi. Quello striscione ha evidenziato il labile confine che separa il libero lavoratore dalla schiavitù, inducendo anche a ritenere che lo Stato democratico borghese possa, garantendo i diritti, scongiurare la schiavitù. Il diritto è qui assunto come un limite al comportamento di prevaricazione, in questo caso del datore di lavoro nei confronti del lavoratore. E’ la ‘insocievole socievolezza’ umana di kantiana memoria, o la naturale disposizione umana a condurre tutto secondo il proprio interesse, per cui l’uomo: “abusa certamente della sua libertà riguardo ai suoi simili; e, anche se come creatura ragionevole desidera una legge che ponga limiti alla libertà di ognuno, la sua egoistica inclinazione animale lo conduce a trarsene fuori non appena gli sia possibile. Egli ha dunque bisogno di un padrone, che spezzi la sua volontà particolare, e lo costringa ad obbedire ad una volontà universalmente valida secondo cui ognuno possa essere libero” 69. Questa volontà universalmente valida non è altro che la costrizione esterna rappresentata dal diritto, una “costituzione civile perfettamente giusta” 70, che permetterebbe agli uomini di vivere pacificamente in società. Molto concretamente Confindustria, per mezzo del suo quotidiano 71, ha espresso l’attuale condizione per fare società proprio in merito a quella vicenda dei tre operai Fiat. Lasciamogli volentieri la parola per spiegare la questione dirimente: “E’ possibile per una multinazionale che vuol produrre ‘anche’ nel nostro paese farlo secondo le regole mondiali che reggono ‘l’automotive’ o deve rassegnarsi a farlo ‘all’italiana’? Se i casi individuali o di gruppi minuscoli, arroccati nel diritto del lavoro italiano, così unico perfino nel già peculiare panorama europeo, rendono sconveniente investire da noi, per quanti blog fioriscano … , non creeranno neppure un posto di lavoro in più. … Se Sergio Marchionne riconoscerà che ci sono le condizioni in Italia perché la Fiat cresca, la Fiat crescerà. Se no, non si tratterà solo di una sempre meno impegnata presenza dell’azienda torinese sul territorio nazionale: il segnale di sconfitta passerà sui Blackberry degli investitori ovunque e l’Italia perderà ulteriore ranking nelle loro scelte. Perché investire nelle fabbriche di un paese dove bastano un blog, una sentenza e tanta falsa coscienza a fermare la produzione? … Se il mondo non crederà al nostro mercato, malgrado gli sforzi di tutti nelle aziende italiane ci svuoteremo inesorabilmente: e chi, allora, tutelerà il diritto al lavoro, che la Costituzione sancisce, ma che solo investimenti veri creano?”. Così la conquista dei diritti è oggi indicata come un fattore di riduzione della competitività del capitalismo italiano, tanto che Confindustria è determinata a riconquistare margini di competitività e con essa di profitto. Il voler condurre tutto secondo i propri interessi porta in questo caso a limitare i diritti dei lavoratori e, con essi, la libertà dal bisogno. Sarà più libero il capitale, fino a che i lavoratori, ergendosi  al di sopra di sé, a loro volta lo limiteranno. E’ la divisione della società in classi sociali e la conseguente lotta che ne consegue. Se per l’antropologismo di Kant la natura dell’uomo, che in questo caso è l’uomo borghese, necessita della costrizione esterna del diritto, il capitale (in questo caso quello industriale rappresentato da Confindustria) si pone esso stesso sia come fatto naturale che come diritto regolante. Solo l’investimento capitalistico, l’accumulazione, permette di creare posti di lavoro, ad onor del vero sempre meno in relazione alla crescita dell’accumulazione e oggi si tratta di mantenere quelli già esistenti, ma in questo momento storico il diritto è sempre meno fonte di tutela dei lavoratori perché il capitale non trova abbastanza profittevole avanzare nel suo processo di accumulazione. Oggi è la necessità di rendere profittevole l’investimento, sotto il pungolo della concorrenza internazionale, a dettare le condizioni di quella tutela. Dovranno essere riscritte le regole contrattuali del rapporto capitale lavoro, sempre con l’intento di mantenere o creare posti di lavoro e con essi tutelare il diritto al lavoro come sancito dalla Costituzione. E’ viepiù evidente che se da quelle condizioni di investimento dipendono i posti di lavoro già esistenti, quella che viene definita come la difesa dell’interesse di tre lavoratori, o dei diritti, non possa che andare a discapito di tutti i lavoratori, e su questo terreno il capitale è già nei fatti vincente: finché l’operaio, rimane tale la sua sorte dipende dal capitale. Da questa vicenda particolare emerge come il rapporto capitale lavoro si basi su una condizione di dipendenza e di ricatto: lavoro e salario contro povertà e fame. Occorre pertanto entrare, seppur negli aspetti essenziali, nel merito di questo rapporto.

Il lavoratore salariato libero

“In quest’opera debbo indagare il modo capitalistico di produzione e i rapporti di produzione e di scambio che gli corrispondono. Fino a questo momento, loro sede classica è l’Inghilterra. Per questa ragione è l’Inghilterra principalmente che serve a illustrare lo svolgimento della mia teoria”. Così Marx nella prefazione del 1867 al primo libro de ‘Il capitale’ 72. L’argomento della sua indagine non è la società in generale, ma la società capitalistica moderna. Non l’uomo in generale, ma l’uomo in una determinata società, la sua astrazione determinata che lo colloca in una precisa classe sociale. Non l’Inghilterra, la Francia o l’Italia in quanto tali, ma il modo di produzione e di scambio capitalistico; l’Inghilterra entra nell’analisi solo perché in essa si è realizzata, prima che altrove, la condizione modello dell’indagine, la dinamica del modo di produzione capitalistico in forma classica. Ciò che viene fissato è, discriminando ciò che distingue un paese capitalistico dall’altro, quello che è comune a tutti: “Le sue condizioni storiche d’esistenza (del capitale n.d.r.) non sono affatto date per se stesse con la circolazione delle merci e del denaro. Esso nasce soltanto dove il possessore di mezzi di produzione e di sussistenza trova sul mercato il libero lavoratore come venditore della sua forza-lavoro e questa sola condizione storica comprende tutta una storia universale” 73. La presenza del libero lavoratore come venditore della propria forza-lavoro è la condizione storica per l’esistenza del capitale o meglio, del denaro come capitale. A questo punto il lavoratore salariato vende la sua forza-lavoro in cambio di un salario perché quella vendita gli permette di vivere. Ma: “la forza-lavoro non è sempre stata una merce. Il lavoro non è sempre stato lavoro salariato, cioè lavoro libero. Lo schiavo non vendeva la sua forza-lavoro al padrone di schiavi, come il bue non vende al contadino la propria opera. Lo schiavo, insieme con la sua forza-lavoro, è venduto una volta per sempre al suo padrone. Egli è una merce che può passare dalle mani di un proprietario a quelle di un altro. Egli stesso è una merce, ma la forza-lavoro non è merce sua. Il servo della gleba vende soltanto una parte della sua forza-lavoro. Non è lui che riceve un salario dal proprietario della terra; è piuttosto il proprietario della terra che riceve da lui un tributo. Il servo della gleba appartiene alla terra e porta frutti al signore della terra. L’operaio libero invece vende se stesso, e pezzo a pezzo. Egli mette all’asta 8, 10, 12, 15 ore della sua vita, ogni giorno, al migliore offerente, al possessore delle materie prime, degli strumenti di lavoro e dei mezzi di sussistenza, cioè ai capitalisti. L’operaio non appartiene né a un proprietario, né alla terra, ma 8, 10, 12, 15 ore della sua vita quotidiana appartengono a colui che le compera. … Ma l’operaio, la cui sola risorsa è la vendita della forza lavoro, non può abbandonare l’intera classe dei compratori, cioè la classe dei capitalisti; se non vuole rinunciare alla propria esistenza. Egli non appartiene a questo o a quel capitalista, ma alla classe dei capitalisti” 74. La differenza tra schiavo e lavoratore salariato sta nel fatto che il primo è proprietà di un’altra persona, mentre il secondo no, ed è così formalmente libero di gestire la propria esistenza. Lo schiavo antico era acquistato una volta per sempre, era una merce, il lavoratore salariato libero è tale in quanto non è merce, ma ogni giorno deve vendere per un certo numero di ore l’unica merce di cui è proprietario: la propria forza-lavoro. Lo schiavo è oggetto di uno scambio, il lavoratore salariato è soggetto di uno scambio che, tramite un contratto, viene rinnovato periodicamente. Entrambi però sono legati al proprio padrone, ma nel caso del lavoratore salariato non si tratta di una figura individuale, ma di una figura sociale: la classe dei capitalisti. O meglio, il lavoratore libero dipende, appartiene al capitale che gli appare come un rapporto di natura invece che un rapporto sociale, di classe, seppur concretamente si venda a un dato capitalista. Se lo schiavo antico era schiavo ad ogni livello: giuridico, politico ed economico, il salariato moderno essendo giuridicamente libero vive solamente la condizione di schiavitù economica 75. Seppur politicamente libero e uguale ad ogni altro cittadino, il salariato deve vendersi al capitale se non vuole morire di fame o, in alternativa, affidarsi all’altrui carità o all’assistenza. Quella che riguarda il lavoratore salariato è pertanto una forma di schiavitù che si intreccia con la libertà e dietro ad essa si cela. In cosa consiste però questa libertà? “Affinché il possessore della forza-lavoro la venda come merce, egli deve poterne disporre, quindi essere libero proprietario della propria capacità di lavoro, della propria persona” 76, la prima condizione è che il lavoratore sia libero possessore della propria forza-lavoro, ovvero proprietario della propria persona. Deve essere innanzi tutto libero giuridicamente, libero da rapporti di schiavitù o servitù, presentandosi sul mercato in un rapporto di uguaglianza giuridica nei confronti dell’acquirente della sua forza-lavoro. Questa condizione non è ancora sufficiente perché se il lavoratore libero fosse in possesso di mezzi di produzione, produrrebbe merci per venderle esso stesso, pertanto la seconda condizione “affinché il possessore del denaro trovi la forza-lavoro sul mercato come merce, è che il possessore di questa non abbia la possibilità di vendere merci nelle quali si sia oggettivato il suo lavoro, ma anzi, sia costretto a mettere in vendita, come merce, la sua stessa forza-lavoro, che esiste soltanto nella sua corporeità vivente” 77. Condizione del modo di produzione capitalistico è quindi la presenza del lavoratore salariato libero nel doppio senso di essere libero giuridicamente e di essere libero di tutte le cose che gli permetterebbero di realizzare la sua persona. Il lavoratore si trova così nella situazione di essere economicamente e quindi materialmente dipendente o schiavo della classe dei capitalisti, senza però esserlo formalmente, cioè giuridicamente. Per quest’ultima condizione gode della massima libertà e teoricamente può scegliere se mettere la sua forza-lavoro a disposizione del capitalista, oppure impiegarla in altro modo o non impiegarla affatto. Nessuna legge od altra costrizione giuridica o politica impone al salariato di vendere la propria forza-lavoro e di accettare un contratto di lavoro, per la società borghese se lo fa è perché lo vuole o ha utilità a farlo. Nella realtà però questa libertà non è altro che lo stato di bisogno del lavoratore, la sua condizione sociale di indigenza a causa della sua dipendenza economica. La forza-lavoro non è pertanto una merce come tutte le altre, non è qualcosa di diverso dal lavoratore stesso con tutti i suoi bisogni quotidiani che solo il capitale può soddisfare, il lavoratore salariato non vende una merce, la sua forza-lavoro, ma se stesso per un tempo limitato. L’essere privo, libero dei mezzi di produzione, come l’essere libero giuridicamente, sono le condizioni della schiavitù del salariato che si attua appunto in virtù di quelle libertà. Rispetto a ‘La questione ebraica’ dove Marx aveva rintracciato la differenza tra l’uomo borghese ed il cittadino, tra il cielo della politica e la terra della società, ovvero la disuguaglianza sociale, ora quella disuguaglianza lascia il posto alla schiavitù del lavoratore salariato pur nell’immutata società dove tutti sono liberi. Anche l’emancipazione sociale ora non riguarda più l’uomo ma una ben precisa classe sociale. Dobbiamo così brevemente ripercorrere il processo storico che ha generato la classe dei lavoratori salariati liberi.

Accumulazione originaria e colonie

“La sfera della circolazione, ossia dello scambio di merci, entro i cui limiti si muovono la compera e la vendita della forza-lavoro, era in realtà un vero Eden dei diritti innati dell’uomo. … L’unico potere che li mette [venditore ed acquirente della forza lavoro n.d.r.] l’uno accanto all’altro e che li mette in rapporto è quello del proprio utile, del loro vantaggio particolare, dei loro interessi privati. E’ appunto perché così ognuno si muove solo per sé e nessuno si muove per l’altro, tutti portano a compimento, per una armonia prestabilita delle cose, o sotto gli auspici d’una provvidenza onniscaltra, solo l’opera del loro reciproco vantaggio, dell’utile comune, dell’interesse generale” 78. Questo dileggio di Marx al pensiero economico del suo tempo che faceva apparire il modo di produzione capitalistico come il paradisiaco regno della realizzazione della libertà, gli servì per poterci introdurre nel ‘segreto laboratorio della produzione’ al fine di svelare ‘l’arcano della fattura del plusvalore’. Noi vogliamo soffermarci sul modo in cui fu prodotto quell’Eden dei diritti dell’uomo, sul processo storico che ha portato al lavoratore salariato che: “si presenta, da un lato, come loro liberazione dalla servitù e dalla coercizione corporativa; e per i nostri storiografi borghesi esiste solo questo lato. Ma dall’altro lato questi neo affrancati diventano venditori di se stessi soltanto dopo essere stati spogliati di tutti i loro mezzi di produzione e di tutte le garanzie per la loro esistenza offerte dalle antiche istituzioni feudali” 79. Proprio quel processo storico di espropriazione dimostra come l’incontro tra due libere utilità sia stato preceduto da un lungo periodo di violenza extraeconomica. Quella trasformazione violenta ha permesso la nascita del modo di produzione capitalistico, e con esso alla società dove dalla prevalente produzione di beni d’uso si è passati alla produzione di valori di scambio per il marcato. Il fondamento di quel processo storico consistette “nell’espropriazione dei produttori rurali, dei contadini e la loro espulsione dalle terre” 80. Espropriazione ed espulsione passata attraverso la concentrazione della terra e sua trasformazione da campi coltivati in pascoli da pecore 81 per soddisfare la domanda della nascente manifattura laniera, il furto dei beni ecclesiastici, l’alienazione fraudolenta dei beni demaniali dello Stato, ed il furto delle terre comuni del popolo. La forma legale di quest’ultimo furto furono le leggi per la recinzione delle terre comuni (Bill for Inclosures of Commons), cioè decreti che permettevano ai signori dei fondi di appropriarsi gratuitamente delle terre del popolo. I contadini scacciati con la violenza dalla terra che coltivavano, successivamente dovettero subire una più crudele e sanguinaria violenza perché la nascente manifattura non poteva assorbire tutta la manodopera liberata da quel processo di espulsione. Alla gran massa degli ex contadini non rimase che divenire mendicanti, briganti e vagabondi: “Alla fine del secolo XV e durante tutto il secolo XVI si ha perciò in tutta Europa occidentale una legislazione sanguinaria conto il vagabondaggio. I padri dell’attuale classe operaia furono puniti, in un primo tempo, per la trasformazione in vagabondi e in miserabili che avevano subito” 82. Ad esempio lo statuto di Enrico VIII, 1530, stabilì che i vagabondi sani e robusti dovevano essere frustati a sangue e poi giurare di ‘mettersi al lavoro’, alla seconda ricaduta alle frustate veniva associata la recisione di mezzo orecchio, alla terza il vagabondo doveva essere considerato criminale incallito e pertanto giustiziato. Così quello di Elisabetta, 1572, che alle frustate aggiungeva la bollatura a fuoco del lobo dell’orecchio sinistro per costringere i mendicanti a sottostare alle condizioni del lavoro, prima di essere giustiziati quali traditori dello stato. Questa legislazione non esitò a fare ricorso alla schiavitù nella forma diretta. Uno statuto di Edoardo VI, 1547, ordinava a chi si rifiutava di lavorare di essere aggiudicato come schiavo alla persona che l’aveva denunciato come fannullone, persona che poteva costringerlo a qualunque lavoro, anche il più ripugnante, con la frusta e la catena. Se tale schiavo si fosse allontanato per 15 giorni, sarebbe stato condannato alla schiavitù a vita e marchiato a fuoco sulla fronte o sulla guancia con la lettera S. “Così la popolazione rurale espropriata con la forza, cacciata dalla sua terra, e resa vagabonda, veniva spinta con leggi fra il grottesco e il terroristico a sottomettersi, a forza di frusta, di marchio a fuoco, di torture, a quella disciplina che era necessaria al sistema di lavoro salariato” 83. A questo si devono aggiungere le ‘case di lavoro’ – veri e propri campi di concentramento - dove, ancora nell’Ottocento, venivano rinchiusi poveri e ragazzi che, privi di diritti e libertà, erano costretti a lavorare in condizioni degradate e in regime di schiavitù. Non meno idilliaca la situazione riguardante le colonie. Se nell’Europa occidentale l’estendersi del capitale affievolì la necessità della forza extraeconomica nelle forme più brutali perché “Man mano che la produzione capitalistica procede, si sviluppa una classe operaia che per educazione, tradizione, abitudine, riconosce come leggi naturali ovvie le esigenze di quel modo di produzione” 84, nelle colonie il capitalismo “s’imbatte dappertutto nell’ostacolo costituito dal produttore che come proprietario delle proprie condizioni di lavoro arricchisce col proprio lavoro se stesso e non il capitalista … Dove il capitalista ha alle spalle la potenza della madre patria, egli cerca di far con la forza piazza pulita del modo di produzione e di appropriazione fondato sul proprio lavoro” 85. Nelle colonie si trattò di portare dall’esterno, con la forza, le condizioni più consone al capitale: “In paesi di vecchia civiltà l’operaio, benché libero, dipende per legge di natura dal capitalista, nelle colonie questa dipendenza deve essere creata con mezzi artificiali” 86, e questa dipendenza venne estesa fino alla schiavitù diretta. Nonostante facesse parte della tratta atlantica è emblematica la schiavitù dei neri d’America 87 e l’innestarsi su di essa del sovraccarico di lavoro a causa del passaggio dalla produzione di valori d’uso, per la soddisfazione dei bisogni locali, a quella per il mercato estero: “Non si trattava più di trarre dal negro una certa massa di prodotti utili. Ormai si trattava della produzione del plusvalore stesso” 88, l’obiettivo a cui era finalizzata la schiavitù era divenuto del tutto capitalistico. In America la schiavitù diretta fu aggravata dal razzismo e dalla conseguente riduzione dell’uomo nero ad essere inferiore, “Nella schiavitù africana erano assenti due elementi che fecero di quella americana la forma di schiavitù più crudele della storia: la febbre del profitto illimitato derivante dall’agricoltura capitalistica e la riduzione dello schiavo a una condizione subumana attraverso l’odio razziale, il cui colore della pelle segnava un confine chiaro e spietato: il bianco era il padrone, il nero era lo schiavo” 89. Qui la liberale legge della domanda e dell’offerta venne sostituita dalla coercizione violenta. Così la schiavitù diretta non è altro che un prodotto del modo di produzione capitalistico e, poiché siamo in presenza del lavoro salariato assieme alla schiavitù, è il capitale, quale affermato sistema di produzione di plusvalore, il presupposto di quella schiavitù. Ciò significa che la schiavitù diretta esiste in virtù del capitale e vive a fianco della schiavitù velata dalla libertà e puramente economica: “In genere, la schiavitù velata degli operai salariati in Europa aveva bisogno del piedistallo della schiavitù sans phrase nel nuovo mondo” 90.

Formula del capitale e pluslavoro

Abbiamo precedentemente visto che con l’avvento del capitale si sia modificato il fine della produzione. Alla società dove era prevalente la circolazione delle merci, la cui formula è M-D-M,  si è andata sostituendo quella in cui è preponderante la circolazione del denaro con formula D-M-D. Nella prima il denaro aveva la funzione di far circolare le merci e la produzione aveva essenzialmente il fine di produrre valori d’uso, si vendeva per comprare: “La circolazione semplice delle merci – la vendita per la compera – serve di mezzo per un fine ultimo che sta fuori della sfera della circolazione, cioè per l’appropriazione di valori d’uso, per la soddisfazione di bisogni” 91. Gli estremi del processo sono le merci, merci che, pur avendo la stessa grandezza di valore, hanno valori d’uso qualitativamente differenti, soddisfano bisogni diversi. Il ciclo trovava il suo limite ed il suo fine nel consumo. Diversamente nella formula D-M-D, dove ciò che circola è il denaro, si compra per vendere. Qui gli estremi del processo sono la stessa cosa, la stessa qualità denaro, ed una somma di denaro si distingue da un’altra per la sua grandezza. Il processo D-M-D non ha quindi come contenuto nessuna differenza qualitativa, ma esclusivamente una differenza quantitativa, ed ha senso se la quantità di denaro che troviamo alla fine del processo è superiore a quella iniziale. La forma completa di questo processo è D-M-D’ dove D’ è uguale a D + l’incremento di D: “Chiamo plusvalore questo incremento, ossia questa eccedenza sul valore originario. Quindi nella circolazione il valore originariamente anticipato non solo si conserva, ma in essa altera anche la propria grandezza di valore, aggiunge un plusvalore, ossia si valorizza. E questo movimento lo trasforma in capitale” 92. La circolazione del denaro mediato dalla produzione di merci lo trasforma in capitale e nel contempo lo rende senza limite: “la circolazione del denaro come capitale è fine a se stessa, poiché la valorizzazione del valore esiste soltanto entro tale movimento sempre rinnovato. Quindi il movimento del capitale è senza misura” 93, questa mancanza di misura trova la sua motivazione in quell’incremento, nel plusvalore, la cui produzione “o il fare di più è la legge assoluta di questo modo di produzione” 94. Plusvalore che è un diverso modo di definire il pluslavoro, ossia il tempo di lavoro eccedente quello del lavoro necessario a produrre il valore della forza lavoro 95, che equivale a lavoro non pagato, gratuito. E’ la differenza tra il valore della forza-lavoro ed il valore prodotto dalla forza lavoro durante la sua attività lavorativa giornaliera, ed è proprio in funzione di questa differenza che vi è anche il lavoro retribuito. Sebbene tutto ciò possa portare ad intendere il rapporto tra capitale e lavoro come un’ingiustizia sociale, dobbiamo considerare che la regola è lo scambio di equivalenti il che esclude “un’ingiustizia verso il venditore” 96 della forza-lavoro, e proprio in presenza di questo scambio vi è pluslavoro e così plusvalore. Inoltre col lavoro salariato: “Tutto il lavoro appare come lavoro retribuito. … Su questa forma fenomenica che rende invisibile il rapporto reale e mostra precisamente il suo opposto, si fondano tutte le idee giuridiche dell’operaio e del capitalista, tutte le mistificazioni del modo di produzione capitalistico, tutte le sue illusioni sulla libertà, tutte le chiacchiere apologetiche dell’economia volgare” 97. Come la libertà individuale nasconde la schiavitù del lavoratore salariato, così il salario, forma capitalistica dei mezzi di sussistenza del lavoratore e della sua famiglia, nascondendo il pluslavoro nasconde anche lo sfruttamento del lavoratore.

La schiavitù del lavoratore salariato

“Si è messo in chiaro che l’operaio salariato ha il permesso di lavorare per la sua propria vita, cioè di vivere, solo in quanto lavora, per un certo tempo, gratuitamente, per il capitalista (e quindi anche per quelli che insieme col capitalista consumano il plusvalore); che tutto il sistema di produzione capitalistico si aggira attorno al problema di prolungare questo lavoro gratuito prolungando la giornata di lavoro o sviluppando la produttività cioè con una maggiore tensione della forza-lavoro, ecc.; che dunque il sistema del lavoro salariato è un sistema di schiavitù” 98. Vogliamo subito precisare che non è il pluslavoro, e quindi lo sfruttamento del lavoratore a determinare la sua schiavitù, è la forma della schiavitù del lavoratore salariato che determina la forma di estrazione di lavoro gratuito. Nella società feudale il lavoro che il servo compie per se stesso è distinto sia nel tempo che nello spazio dalla corvée che compie per il signore feudale; nella società antica il lavoro dello schiavo sembra tutto lavoro per il suo padrone compresa quella parte necessaria per produrre i mezzi di sussistenza dello schiavo; al contrario nella società capitalistica il lavoro salariato appare tutto come lavoro retribuito, lavoro necessario alla produzione dei propri mezzi di sostentamento nonostante vi sia pluslavoro. Perciò “Il capitale non ha inventato il pluslavoro. Ovunque una parte della società possegga il monopolio dei mezzi di produzione, il lavoratore, libero o schiavo, deve aggiungere al tempo di lavoro necessario al suo sostentamento tempo di lavoro eccedente per produrre i mezzi di sostentamento per il possessore dei mezzi di produzione, sia questo proprietario nobile, ateniese, teocrate etrusco, civis romanus, barone normanno, negriero americano, boiardo valacco, proprietario agrario moderno, o capitalista” 99. Abbiamo visto che a differenza delle epoche precedenti nel modo di produzione capitalistico la schiavitù del lavoratore non fa leva sulla costrizione giuridica o politica, ma solo su quella economica e questa condizione di asservimento è perpetuata dalla continua riproduzione del rapporto tra capitale e lavoro; “Dunque il processo di produzione capitalistico riproduce col suo stesso andamento la separazione fra forza-lavoro e condizioni di lavoro. E così riproduce e perpetua le condizioni per lo sfruttamento dell’operaio. … E’ il doppio mulinello del processo stesso che torna sempre a gettare l’operaio sul mercato delle merci come venditore della propria forza-lavoro e a trasformare il suo prodotto in mezzo d’acquisto del capitalista. In realtà, l’operaio appartiene al capitale anche prima di essersi venduto al capitalista. … Il processo di produzione capitalistico, … non produce dunque solo merce, non produce dunque solo plusvalore, ma produce e riproduce il rapporto capitalistico stesso: da una parte il capitalista, dall’altra l’operaio salariato” 100. Questo produrre e riprodurre continuamente il rapporto capitalistico è anche quello che il Bales definisce ‘lo spostamento forzato da un’agricoltura di sussistenza alla manovalanza agricola, la perdita della terra comune’ nei paesi sottosviluppati, ossia il processo di trasformazione del contadino in lavoratore salariato. E siamo alla ‘nuova schiavitù’, ed al suo utilizzo in lavori a basso contenuto tecnologico e ad alta produzione di plusvalore assoluto. L’accumulazione originaria si potrebbe pertanto intendere come una modalità sempre presente nel processo di accumulazione capitalistico: “In questa prospettiva non solo nessuna forma di sfruttamento può essere considerata residuale ma ogni forma deve invece essere colta nella complementarità con le altre. Il lavoro schiavistico, o qualunque altra forma di lavoro che ci sembra essere arretrata per i rapporti sociali che la denotano, va considerata come fase di un unico processo” 101. L’odierno lavoro potenziato ad alto contenuto tecnologico in occidente, ha bisogno di forme di lavoro soggette a violenza extraeconomica quali la ‘nuova schiavitù’, il lavoro controllato e disciplinato dallo stato e il razzismo nei confronti dei lavoratori migranti. Dobbiamo constatare che, poiché si tratta esclusivamente dell’estrazione di plusvalore e siamo in presenza di un’enorme massa di diseredati, la schiavitù diretta non serve più, basta detenere i poveri con la violenza, usarli e poi gettarli. Appare evidente che coloro che vogliono l’abolizione della ‘nuova schiavitù’ aspirano al superamento di questa forma di sfruttamento a favore di quella del libero lavoratore salariato. Si propugna l’uguagliamento delle condizioni dei lavoratori al livello di quelle occidentali, fatto salva la povertà. Cioè di uomini individualmente liberi ma schiavi nelle loro inevitabili relazioni sociali, di classe, in quanto salariati. Non è del resto la presenza di questa ‘nuova schiavitù’, quale forma brutale e violenta di sfruttamento, a modificare la condizione sociale del lavoratore occidentale, infatti: “come il vestiario, l’alimentazione, il trattamento migliori e un maggiore peculio non aboliscono il rapporto di dipendenza e lo sfruttamento dello schiavo, così non aboliscono quello del salariato” 102. Lungi da noi il voler mettere sullo stesso piano le due condizioni, quello che vogliamo sottolineare è che il lavoro salariato è la forma classica di schiavitù del modo di produzione capitalistico, schiavitù che esiste assieme alla libertà ed al diritto. Nell’occidente questa forma è andata arricchendosi dei contenuti dell’uguaglianza e di un minimo di garanzie economiche e sociali, così da non sembrare più quel che è ed esprimersi fenomenicamente come ‘privilegiata’. Infatti, nonostante la classe dei salariati occidentali riconosca come naturale, ovvio, il modo di produzione capitalistico, lo riconosce con i diritti che si è conquistata: il suo privilegio è quello del contratto di lavoro a tempo indeterminato e del trattamento pensionistico. Al contrario il capitale avanza nelle richieste che si debba lavorare di più, ovvero che deve essere aumentata la produzione di plusvalore, e che debbano essere liberate risorse statali a suo favore, e lo chiede da un lato per il fatto che la società borghese è il capitale stesso, dall’altro mettendo in concorrenza la stessa classe sociale di schiavi che vive diverse condizioni sociali e di sfruttamento, così da dividerla e renderla nemica a se stessa. Fare i distinguo tra salari da fame e schiavitù, tra gli operai ex schiavi ed i nuovi schiavi, tra un minimo di diritti e di sicurezza economica e la loro mancanza che porta alla schiavitù, o parlare della complementarità del lavoro schiavistico, equivale a mistificare un rapporto sociale. Evidenziare che la povertà è la condizione sociale della ‘nuova schiavitù’ significa dimenticare che qualsiasi salariato è povero, perché privo di mezzi propri per vivere. Pensare che il diritto possa supplire a questa condizione sociale equivale a capovolgere, nella sostanza, il rapporto tra la struttura di un modo di produzione e la sua sovrastruttura politica. Quella che una volta era l’apologia della libertà è ora l’apologia del lavoratore salariato occidentale integrato 103: prima il lavoratore non era schiavo in quanto giuridicamente libero, oggi, oltre a ciò, non lo è in quanto quella libertà lo ha portato a godere di diritti e di un minimo di sicurezza economica. In entrambi i casi la schiavitù propria del modo di produzione capitalistico è negata, così le catene radicali di un’intera e mondiale classe sociale che soggiace al giogo del capitale, come pure la possibilità della sua emancipazione e liberazione sociale, che non è la tanto sbandierata libertà.

mr

Note

38 T. Pogge, “Povertà mondiale e diritti umani”, pagg. 4-5, Laterza, Roma-Bari, 2010.

39 T. Pogge, cit., pag. 120. L’effetto nascosto della denutrizione è il sottosviluppo delle capacità personali: “Forse l’aspetto moralmente più rivoltante delle ingiustizie causate dalla denutrizione è che essa può impedire a grandi masse di persone perfino di realizzare il loro potenziale genetico: i dietologi hanno dimostrato al di là di ogni dubbio che il bambino che non abbia un sufficiente apporto calorico o proteico nelle ultime settimane prenatali e nei primi mesi di vita sarà danneggiato mentalmente in modo permanente, perché le cellule cerebrali’programmate’ per moltiplicarsi durante questo periodo non sono state in grado di farlo per mancanza di nutrimento”,  S. George, “Come muore l’altra metà del mondo”, pag. 29, Feltrinelli, Milano, 1978.

40 T. Pogge, cit., pag. 5.

41 T. Pogge, cit., pag. 122. Si vedano i paragrafi 4.3.1 ‘La vastità della povertà nel mondo’; 4.3.2 ‘La vastità dell’ineguaglianza globale’; 4.3.3 ‘Tendenze della povertà e dell’ineguaglianza globale’.

42 Seppur relativi agli anni ’70 del secolo scorso proponiamo i seguenti dati riguardanti i continenti ‘poveri’, Asia, Africa ed America Latina: In tutta l’America del Sud, il 17% dei proprietari fondiari possiede il 90% della terra; la situazione è meno drammatica in Asia, dove sono molto più numerosi i contadini che posseggono da cinque ai cinquanta ettari, ma anche qui il quinto più ricco dei proprietari fondiari possiede tre quinti delle terre coltivabili. Per descrivere la stessa situazione da un altro angolo visuale, nell’America latina un terzo della popolazione rurale deve campare con appena l’1% del terreno coltivabile; in Africa tre quarti della popolazione non possiede neppure il 4% della terra.”, S. George, “Come muore …”, cit., pagg. 31-32. L’ottimismo borghese sulla diffusione del benessere nei paesi occidentali fu smentita già negli anni ’60 del Novecento dal libro di M. Harrington, “La povertà negli Stati Uniti”, il Saggiatore, Milano, 1971; si confronti oggi L. Wacquant, “Punire i poveri. Il nuovo governo dell’insicurezza sociale”, Derive Approdi, 2006. Per l’Italia citiamo i dati Istat del 2002: “sono ormai oltre 7 milioni (il 13,6% della popolazione) gli italiani sotto il livello della povertà cosiddetta ‘relativa’. Tale livello di reddito-soglia della povertà corrisponde a un’entrata famigliare mensile di 814,55 euro; sotto tale soglia si trovano oltre 2.633.000 famiglie italiane. La ‘povertà assoluta’ è invece segnata dalla soglia di 513,36 euro al mese e riguarda 940mila famiglie italiane”. La soglia della povertà coinvolge anche i lavoratori, ad esempio: “Il salario di un operaio Fiat di terzo livello è di 707,55 euro mensili, dunque al di sotto della soglia della povertà relativa”,  R. Mordenti, “La rivoluzione. La nuova via al comunismo italiano”, pagg. 16-17 e nota 19, Marco Tropea Editore, Milano, 2003.

43 Introduzione di M. Vitale a H. Belloc, “Lo Stato servile”, pagg. XVIII-XIX, Liberilibri, Macerata, 1993.

44 L’articolo 42 della Costituzione italiana al 2° comma recita: “La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”, l’odierna funzione sociale stabilizzatrice della proprietà è quella dei beni di consumo da rendere accessibili, appunto automobili e casette.

45 T. Pogge, “Povertà mondiale …”, cit., pagg. 5-6.

46 Questa non è una critica socialista perché: “anche coloro che si collocano a destra condannano la povertà causata da un ordine istituzionale ingiusto e coercitivo”, T. Pogge, cit., pag. 38. Così la critica contro un ordine ingiusto denuncia che: “L’attuale ordine economico globale produce un modello stabile di diffusa malnutrizione e fame tra i poveri, con circa 18 milioni di persone che muoiono ogni anno per cause legate alla povertà”, cit., pag. 211.

47 T. Pogge, cit., pagg. 253-255.

48 K. Marx, “Glosse critiche in margine all’articolo ‘Il re di Prussia e la riforma sociale’. Di un prussiano”, Opere, vol. III, 1843-1844, Editori Riuniti, Roma, 1976.

49 T. Pogge, cit., pag. 4 e 9.

50 R. Holbrooke prefazione a E.B. Skinner, “Schiavi contemporanei. Un viaggio nella barbarie”, Einaudi, Torino, 2009.

51 K. Bales, “I nuovi schiavi. La merce umana nell’economia globale”, pag. 14, Feltrinelli, Milano, 2000. Come dire che: “Vi sono molti più schiavi viventi oggi di quanti non ne furono portati via dall’Africa durante l’intero periodo della tratta transcontinentale”, K. Bales, cit., pag. 14.

52 Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (COPASIR), Relazione “La tratta di esseri umani e le sue implicazioni per la sicurezza della Repubblica”, approvata alla seduta delle Camere del 29 aprile 2009. La tratta: “secondo quanto testimoniato dal Direttore dell'UNICRI (United Nations Interregional Crime and Justice Research Institute), …  è  purtroppo in allarmante crescita in tutto il mondo: si può anzi dire che tutti gli Stati ne siano toccati in quanto paesi d’origine, di transito oppure di destinazione della tratta. Secondo l'Organizzazione Internazionale  per le Migrazioni, sono circa 1milione gli esseri umani trafficati ogni anno nel mondo, e 500.000 solo in Europa.”, pag. 9. Seppur nella difficoltà di quantificare i flussi finanziari della tratta di schiavi l’UNDOC (United Nations Office on Drugs and Crime) ha elaborato la seguente tabella statistica relativa ad entrate e profitti, pag. 12 della Relazione citata.

53 C182, “Convenzione sulle forme peggiori del lavoro minorile”, adottata dal Consiglio di amministrazione dell’’Ufficio Internazionale del Lavoro il 17 giugno 1999. Lo scopo è quello di predisporre “nuovi strumenti miranti alla proibizione e all’eliminazione delle forme peggiori di lavoro minorile come priorità assoluta dell’azione nazionale ed internazionale”; vedi: www ilo.org. Si veda anche ILO, “Acceleration action against child labour”, 2010; da quest’ultimo rapporto secondo i dati della tabella 1.1, pag. 8, i bambini lavoratori in età compresa tra 5 e 17 anni erano: 246 milioni nel 2000, 222 milioni nel 2004 e 215 milioni nel 2008; di questi erano adibiti a lavori pericolosi 170 milioni nel 2000, 128 milioni nel 2004 e 115 milioni nel 2008.

54 N. Bobbio, ‘Presente e avvenire dei diritti dell’uomo’, pagg. 43-44, in “L’età dei diritti”, Einaudi, Torino, 1997.

55 “L’emancipazione politica è certamente un grande passo in avanti, non è bensì la forma ultima dell’emancipazione umana in generale, ma è l’ultima forma dell’emancipazione umana entro l’ordine mondiale attuale”, K. Marx, “La questione ebraica”, pag. 17, Editori Riuniti, Roma, 2000. Di diversa opinione il Losurdo: “Non si può neppure sottoscrivere senza riserve la tesi di Marx secondo cui l’emancipazione  politica è comunque un grande progresso. Sappiamo già che con la rivoluzione americana si apre il capitolo più tragico della storia dei pellerossa, e che il periodo tra Gloriosa Rivoluzione e rivoluzione americana vede l’emergere di una schiavitù-merce su base razziale di una durezza senza precedenti”, D. Losurdo, “Controstoria del liberalismo”, pag. 317, Laterza, Roma-Bari, 2005. Il paio con questa critica è stata fatta dal Bobbio in relazione a quella rivolta da Marx alla Dichiarazione francese quale espressione ideologica degli interessi della borghesia: “Anche la critica marxista non coglieva l’aspetto essenziale della proclamazione dei diritti: essi erano l’espressione della richiesta di limiti allo strapotere dello stato, una richiesta che se nel momento in cui fu fatta poteva giovare alla classe borghese, conservava un valore universale: si rilegga anche soltanto il primo degli articoli che riguardano la libertà personale [art. 7, n.d.r.]: Nessuno può essere accusato, arrestato e detenuto se non nei casi determinati dalla legge ... ”,  N. Bobbio, “L’età dei diritti”, cit., pag. 135. Per Losurdo Marx ha sopravvalutato gli effetti dell’emancipazione politica che, per alcuni aspetti e molti Stati, si deve ancora realizzare; per Bobbio, nonostante il grande passo in avanti dell’emancipazione politica, Marx ha sottovalutato l’aspetto del valore universale dei diritti, quello della loro estensione. Entrambi non colgono il punto essenziale in Marx e cioè che nonostante il progresso dell’emancipazione politica, questa non è l’ultima forma dell’emancipazione umana: che con la società borghese ed il suo stato non si consegue l’emancipazione dell’uomo da ogni forma di asservimento.

56 J. Andreau, R. Descat, “Gli schiavi nel mondo greco e romano”, pag. 7, Il Mulino, Bologna, 2009.

57 G.W.F. Hegel, “Lineamenti di filosofia del diritto”, pag. 167, Rusconi, Milano, 1998. L’incontro sul mercato tra libero venditore della propria forza-lavoro ed acquirente presuppone persone giuridicamente uguali: “La continuazione di questo rapporto esige che il proprietario della forza-lavoro la venda sempre e soltanto per un tempo determinato; poiché se la vende in blocco, una volta per tutte, vende se stesso, si trasforma da libero in schiavo, da possessore di merce in merce”, K. Marx, “Il capitale”, Libro I, pag. 200, Editori Riuniti, Roma, 1989.

58 “Con lo sviluppo della divisione del lavoro, l’occupazione della stragrande maggioranza di coloro che vivono di lavoro, cioè della gran massa del popolo, risulta limitata a poche semplicissime operazioni, spesso una o due. Ma ciò che forma l’intelligenza della maggioranza degli uomini è necessariamente la loro occupazione ordinaria. Un uomo che spende tutta la sua vita compiendo poche semplici operazioni, … non ha nessuna occasione di applicare la sua intelligenza o di esercitare la sua inventiva … Costui perde quindi naturalmente l’abitudine a questa applicazione, e in genere diviene tanto stupido e ignorante quanto può esserlo una creatura umana. … La sua destrezza nel suo mestiere specifico sembra in questo modo acquisita a spese delle sue qualità intellettuali, sociali e militari. Ma in ogni società progredita e incivilita, questa è la condizione in cui i  poveri che lavorano, cioè la gran massa della popolazione, devono necessariamente cadere a meno che il governo non si prenda cura di impedirlo”, A. Smith, “La ricchezza delle nazioni”, pagg. 637-638, Newton Compton editori, Roma, 1995. Non è pertanto il talento individuale a determinare il posto che si occupa nella società, ma è quest’ultimo, legato alla condizione di classe, ad ottundere per la gran massa della popolazione l’intelligenza ed il talento, l’effetto di questo ottundimento conferma poi il posto sociale.

59 “La schiavitù non è una mostruosità del passato di cui ci siamo definitivamente liberati, ma qualcosa che continua a esistere in tutto il mondo, persino in paesi sviluppati come la Francia e gli Stati Uniti”, K.Bales, , “I nuovi schiavi. La merce umana nell’economia globale”, pag. 9, Feltrinelli, Milano, 2000.

60 K. Bales, “I nuovi schiavi”, cit., pag. 11.

61 K. Bales, cit., pag. 10. “la nuova schiavitù si appropria del valore economico degli individui esercitando su di loro un controllo assoluto e coercitivo, pur senza assumersene la proprietà o accettare la responsabilità della loro sopravvivenza”, cit., pag. 29.

62 K. Bales, cit., pag. 16.

63 K. Bales, cit., pag. 18.

64 K. Bales, cit., pag. 18.

65 K. Bales, cit., pag. 35.

66 D. Fusaro, “Karl Marx e la schiavitù salariata”, pagg. 381-382, Il Prato, Saonara, 2007.

67 “Se uno stato non ha alcuna motivazione a garantire i diritti umani all’interno dei suoi confini, tali diritti possono venir meno. E’ quanto succede nella maggior parte dei paesi in cui attualmente si pratica la schiavitù”, K. Bales, cit., pag. 36.

68 “Riprendendo, e variando, una tesi sostenuta recentemente da Luciano Canfora a proposito della democrazia, potremmo affermare che nella storia dell’umanità anche la sconfitta della schiavitù, non meno dell’affermarsi di un’autentica democrazia, è rinviata ad altre epoche”, D. Fusaro, cit., pag. 387. Ecco la tesi del Canfora:“Quella che invece, alla fine – o meglio allo stato attuale delle cose – ha avuto la meglio è la ’ libertà’. Essa sta sconfiggendo la democrazia. La libertà beninteso non di tutti, ma quella di coloro che, nella gara, riescono più ‘forti’: la libertà rivendicata da Benjamin Constant con significativo apologo della ricchezza che è più forte de governi  … ha vinto la libertà – nel mondo ricco – con tutte le terribili conseguenze che ciò comporta e comporterà per gli altri. La democrazia è rinviata ad altre epoche, e sarà pensata, daccapo, da altri uomini. Forse non più europei”, L. Canfora, “La democrazia. Storia di un’ideologia”, pagg. 365-367, Laterza, Roma-Bari, 2008.

69 I. Kant, “Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico”, in “Scritti di storia, politica e diritto”, pag. 35, Laterza, Roma-Bari, 2009.

70 I. Kant, “Idea per una storia universale …”, cit., pag. 34.

71 Ci riferiamo all’articolo “Tre operai non sono gli operai”, Il sole 24 ore, 24 agosto 2010.

72 K. Marx, “Il capitale”, Libro I, Prefazione alla prima edizione, pag. 32, Editori Riuniti, Roma, 1989.

73 K. Marx, “Il capitale”, Libro I, cit., capitolo 4, ‘Trasformazione del denaro in capitale’, pag. 203.

74 K. Marx, “Lavoro salariato e capitale”, pag. 35, Editori Riuniti, Roma, 1977.

75 Marx definì per la prima volta i lavoratori salariati come “la classe schiava dei lavoratori” nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, Primo manoscritto,  “Salario”, pag. 157, in K. Marx, “Opere filosofiche giovanili”, Editori Riuniti, Roma, 1977. “Ora, dopo che i nostri lettori hanno visto svilupparsi la lotta di classe, nel 1848, in forme politiche colossali, è tempo di penetrare più a fondo i rapporti economici, sui quali si fondano tanto l’esistenza della borghesia e il suo dominio di classe quanto la schiavitù degli operai”, K. Marx, “Lavoro salariato e capitale”, cit., pag. 30.

76 K. Marx, “Il capitale”, Libro I, cit., pag. 200.

77 K. Marx, “Il capitale”, Libro I, cit., pag. 201.

78 K. Marx, “Il capitale”, Libro I, cit., pagg. 208-209.

79 K. Marx, “Il capitale”, Libro I, cit., capitolo 24, ‘La cosiddetta accumulazione originaria’, pag. 779. “Il processo che crea il rapporto capitalistico non può dunque essere null’altro che il processo di separazione del lavoratore dalla proprietà delle proprie condizioni di lavoro, processo che da una parte trasforma in capitale i mezzi di sussistenza e di produzione, dall’altra trasforma i produttori diretti in operai salariati”, K. Marx, “Il capitale”, cit. , pag. 778.

80 K. Marx, “Il capitale”, Libro I, cit., pag. 780.

81 “Le vostre pecore - diss’io - che di solito son così dolci e si nutrono di così poco, mentre ora, a quanto si riferisce, cominciano a essere così voraci e indomabili da mangiarsi financo gli uomini, da devastare, facendone strage, campi, case e città. In quelle parti  infatti del reame dove nasce una lana più fine e perciò più preziosa, i nobili e signori e perfino alcuni abati, … cingono ogni terra di stecconate ad uso di pascolo, senza nulla lasciare alla coltivazione, … i coltivatori vengono cacciati via e, irretiti da inganni, o sopraffatti dalla violenza, son anche spogliati del proprio, …”, T. Moro, “L’Utopia o la migliore forma di repubblica”, pagg. 24-25, Laterza, Roma-Bari, 1994.

82 K. Marx, “Il capitale”, Libro I, cit., pag. 797.

83 K. Marx, “Il capitale”, Libro I, cit., pag. 800.

84 K. Marx, “Il capitale”, Libro I, cit., pag. 800.

85 K. Marx, “Il capitale”, Libro I, cit., capitolo 25, ‘La teoria moderna della colonizzazione’, pag. 827.

86 K. Marx, “Il capitale”, Libro I, cit., pag. 833. Qui Marx cita il Merivale.

87 “Nel 1619 i virginiani avevano un bisogno disperato di manodopera per lavorare coltivazioni sufficienti al sostentamento. Tra loro vi erano alcuni sopravvissuti dell’inverno 1609-1610, quello della fame. … Avevano bisogno di manodopera per coltivare i cereali per la sussistenza e il tabacco da esportare. … Non potevano costringere gli indiani a lavorare per loro, … Non potevano catturarli e tenerli schiavi, … Gli schiavi neri erano la soluzione. Ed era naturale considerare schiavi i neri importati, anche se l’istituto della schiavitù sarebbe stato regolarizzato e legalizzato solo diversi decenni più tardi”, H. Zinn, “Storia del popolo americano”, pagg. 24-25, Il Saggiatore, Milano, 2005.

88 K. Marx, “Il capitale”, Libro I, cit., capitolo 8, ‘La giornata lavorativa’, pag. 270.

89 H. Zinn, “Storia del popolo americano”, cit., pag. 27. Si veda anche D. Losurdo, “Controstoria del liberalismo”, Laterza, Roma-Bari, 2005.

90 K. Marx, “Il capitale”, Libro I, cit., pag. 822.

91 K. Marx, “Il capitale”, Libro I, cit., capitolo 4, ‘Trasformazione del denaro in capitale’, pag. 185.

92 K. Marx, “Il capitale”, Libro I, cit., pag. 184.

93 K. Marx, “Il capitale”, Libro I, cit., pag. 185.

94 K. Marx, “Il capitale”, Libro I, cit., pag. 677.

95 Intendiamo con valore della forza-lavoro quella somma di mezzi di sussistenza necessari al lavoratore e alla sua famiglia. La determinazione di questo valore ha anche un elemento storico e morale, e comunque non dovrebbe scendere al di sotto del valore dei mezzi di sussistenza indispensabili. Il tempo di lavoro necessario è il tempo di lavoro in cui il lavoratore produce l’equivalente del valore di questi mezzi di sussistenza.

96 K. Marx, “Il capitale”, Libro I, cit., pag. 228.

97 K. Marx, “Il capitale”, Libro I, cit., pag. 590.

98 K. Marx, “Critica del programma di Ghota”, cit., pag. 23-24.

99 K. Marx, “Il capitale”, Libro I, cit., pag. 269.

100 K. Marx, “Il capitale”, Libro I, cit., pagg. 633-634.

101 M. Tomba, ‘Forme di produzione, accumulazione, schiavitù moderna’, pag. 119, in D. Sacchetto, M. Tomba, “La lunga accumulazione originaria”, Ombre corte, Verona, 2008.

102 K. Marx, “Il capitale”, Libro I, cit., pag. 677.

103 Questa l’analisi di Baran e Sweezy sull’operaio americano integrato: “Gli operai dell’industria sono una minoranza sempre più esigua della classe lavoratrice americana, e i loro nuclei organizzati nelle industrie di base si sono in larga misura integrati nel sistema come consumatori e sono diventati membri ideologicamente condizionati della società. Essi non sono più, come gli operai dell’industria ai tempi di Marx, le vittime preferite del sistema, … Il sistema, beninteso, ha le sue vittime preferite. Queste sono i disoccupati e gli incollocabili, i lavoratori agricoli emigrati, gli abitanti dei ghetti delle grandi città, gli studenti che non hanno finito le scuole, gli anziani che vivono con le misere pensioni di vecchiaia: in una parola gli esclusi, quelli che per il loro limitato potere d’acquisto sono incapaci di fruire delle soddisfazioni del consumo, quali che esse siano.”, P.A. Baran, P.M. Sweezy, “Il capitale monopolisitico”, pagg. 303-304, Einaudi, Torino, 1968. Il consumo è lamentato come mancante per quelle variegate e disomogenee forme in cui si presenta il ‘sottoproletariato’: è ancora una volta questione di uguaglianza o di rivoluzione politica perché il capitale nel suo funzionamento genera un ‘esercito industriale di riserva’, il sottoproletariato e con esso la miseria. Si dimentica che anche il consumo è finalizzato alla produzione ed in questo caso a quella di plusvalore, quindi il lavoratore anche quando consuma non è libero, la soddisfazione dei suoi bisogni ha il fine di valorizzare il capitale. Non si capisce poi per quale via il consumo toglierebbe gli operai dalla loro condizione sociale di moderni schiavi, realizzando la loro emancipazione. Concludiamo dicendo che il concetto di vittima è esclusivamente un’espressione di carattere morale, di indignazione morale, piuttosto che il tentativo della comprensione di una reale condizione storica e sociale.

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