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Condizione odierna del proletariato

Creato: 04 Marzo 2010 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 1766

Sulla odierna condizione del proletariato e della lotta di classe

Riunione 20-21 febbraio

Introduzione

A oltre un anno di distanza dall’erompere della crisi economica e finanziaria che si è abbattuta sul sistema capitalistico e tuttora sta flagellando il proletariato e la classe operaia internazionale, è emerso in modo incontrovertibile la smentita della tesi meccanicistica secondo cui il peggioramento delle condizioni  di vita e di lavoro del proletariato sia di per sé una condizione sufficiente ad alimentare la ripresa della lotta di classe. Si sono sì avuti episodi di lotta anche significativi, ma nessuno con chiare connotazioni di classe. Anche quando sono sfociati in azioni violente, come in Egitto, a Rosarno e, per quel poco che se ne sa, nelle periferie urbane cinesi o, se letti in filigrana, nei più recenti scontri di viale Padova a Milano, mai sono emerse istanze, anche solo sul terreno rivendicativo, neppure genericamente definibili anticapitalistiche.  E’ prevalsa, invece, la lotta fra i poveri e non solo fra lavoratori di diversa etnia, colore, religione o nazionalità, ma anche fra lavoratori della stessa nazionalità quando non del medesimo settore o impresa. E’ il caso, in Italia, dell’Alcatel, dove sono stati scoperti lavoratori italianissimi disoccupati che lavoravano in nero per conto di una ditta appaltatrice committente della stessa Alcatel per soli 25 euro al giorno o del call center Phonemedia di Catanzaro dove alcuni lavoratori, mentre i loro compagni occupavano il call center per scongiurarne la chiusura e rivendicare il pagamento dei salari arretrati, si sono costituiti, con l’aiuto di personaggi rimasti nell’ombra, in cooperativa dando vita a un nuovo call center a cui sono stato girati alcuni degli appalti di Phonmedia. Ma, al di là dei singoli episodi, si è trattato sempre di lotte isolate, mirate all’esclusiva conservazione del posto di lavoro oppure a sollecitare l’intervento dello Stato a favore delle loro imprese in crisi con agevolazioni fiscali, prestiti a fondo perduto o agevolati nonché a ottenere l’estensione della cassa integrazione o dei sussidi di disoccupazione anche a gruppi di lavoratori o particolari categorie che ne erano escluse.

Oltre alla tesi che vi sia corrispondenza meccanica fra ripresa della lotta di classe e crisi economica ci pare sia stato smentito anche il corollario ad essa connesso - proprio della sinistra comunista italiana e di Bc in particolare- secondo cui le ragioni della lunga fase controrivoluzionaria, iniziata con la controrivoluzione stalinista e protattasi fino ai nostri giorni, fossero da ascrivere, oltre che alle condizioni oggettive determinate dall’essere il 3° ciclo di accumulazione del capitale nella sua fase ascendente, anche al mancato smascheramento della vera natura dello stalinismo, quale esperienza tutta interna a quella capitalistica nella forma del capitalismo di stato e all’identificazione del suo fallimento come conferma dell’impossibilità di costruire una società di tipo socialista.

Siamo invece a constatare che nonostante la crisi e che dal crollo del muro di Berlino siano trascorsi più di vent’anni, nulla di tutto ciò è accaduto. Anzi che la classe è lontana anni luce perfino dal riconoscersi anche solo come classe in sé.

Combattere, combattere, combattere…

Ma anziché indagare le cause che sono alla radice di ciò, i più si abbandonano o alla santificazione di qualsiasi iniziativa intrapresa dai lavoratori, anche quelle più spettacolari come l’arrampicarsi sui tetti o su qualche gru delle fabbriche, minacciando di buttarsi giù nel caso del mancato accoglimento delle loro richieste; oppure si esercitano nel lanciare improbabili quanto patetici appelli alla necessità della tanto agognata ripresa della lotta  di classe e della rivoluzione socialista come panacea di tutti mali. Combattere, combattere e combattere si legge, per esempio, in un articolo sulla vicenda della Fiat di Termini Imerese apparso sul n. 3/2010 di BC, come se ciò non accadesse perché finora è mancato ai lavoratori il giusto suggerimento di qualche insegnante di lotta di classe. E’ invece nostro convincimento che i profondi mutamenti intervenuti nel corso degli ultimi cinquant’anni nel modo di produzione capitalistico e nel processo di accumulazione del capitale abbiano determinato  profondi mutamenti anche nel rapporto fra capitale e lavoro salariato, fra borghesia e proletariato e, all’interno di esse, nella loro stessa composizione, cosicché i modelli di riferimento e le chiavi interpretative derivati dall’esperienza della Seconda e Terza internazionale sono del tutto inadeguati per una corretta analisi dello stato della lotta di classe in questa fase storica e che occorra indagare più a fondo questi mutamenti per poter segnare il punto della situazione e delineare le nuove prospettive.

Qui tralasciamo di prendere in esame gli ulteriori sviluppi delle forme del dominio imperialistico rispetto a quelle individuate da Lenin e basate sulla produzione di capitale fittizio, sul controllo delle fonti di produzione delle materie prime e delle loro vie nonché sulla nuova divisone internazionale del lavoro; sul fatto cioè che il processo di accumulazione capitalistica abbia ormai assunto una dimensione assolutamente mondiale. Su tutto ciò rimandiamo al libro sulla crisi, da noi edito lo scorso giugno, per soffermarci invece più diffusamente sulle conseguenze che questi mutamenti, combinati con l’introduzione della microelettronica nei processi produttivi e il crollo dell’ impero russo, hanno avuto sul rapporto capitale/lavoro e sulla condizione e composizione di classe dello stesso proletariato.

La nuova organizzazione e divisione internazionale del lavoro e la nuova composizione di classe del proletariato

Se un visitatore di una qualunque fabbrica di qualche decennio fa, che per pura ipotesi fosse rimasto fermo in quel tempo, decidesse di ritornare a visitare le stesse fabbriche di allora, dubitiamo fortemente che riconoscerebbe quegli stessi luoghi come le fabbriche da lui conosciute in passato. Infatti, è talmente mutata l’organizzazione del lavoro che anche l’architettura degli edifici che le ospitano gli risulterebbe irriconoscibile. Per un verso, l’ulteriore sviluppo del capitale monopolistico e, per l’altro, le nuove tecnologie, hanno reso possibile il trasferimento al sistema delle macchine di tutte le fasi oltre che della produzione delle merci anche della progettazione del prodotto e della distribuzione. Ne sono scaturite una nuova organizzazione del lavoro e una sua ulteriore dequalificazione che ha riguardato oltre che il lavoro dei colletti blu anche molte delle mansioni un tempo svolte dai cosiddetti colletti bianchi e del cosiddetto mondo delle professioni. Sono divenuti superflui ragionieri, geometri, biologi e perfino non poche categorie di ingegneri e medici. E’ divenuto – ovviamente, dal punto di vista capitalistico- superfluo anche l’insegnamento scolastico di molte materie e con esso gran parte del corpo insegnante.  Un vero e proprio terremoto sociale si è quindi abbattuto su ampi strati di piccola e media borghesia caratterizzato da un processo di proletarizzazione, dall’alto verso il basso, senza precedenti nella storia del capitalismo.

Ma trattandosi di strati sociali di recente proletarizzazione essi, considerando questa loro nuova condizione del tutto transitoria, non si riconoscono in essa per cui la loro discesa nell’inferno del proletariato, favorendo la diffusione delle loro istanze piccolo-borghesi, ha aggiunto, a quelli già esistenti, nuovi elementi di divisione all’interno di quest’ultimo.

Per un altro verso, le nuove forme del dominio imperialistico e le nuove tecnologie hanno reso possibile un gigantesco processo di delocalizzazione delle produzioni a più alto contenuto di lavoro vivo in aree dove il prezzo della forza lavoro è molto più basso di quello delle cittadelle capitalistiche più avanzate e quindi hanno determinato anche una nuova divisione internazionale del lavoro.

A tutto ciò bisogna aggiungere il fatto che con il crollo del muro di Berlino e la rivoluzione nei sistemi delle telecomunicazioni è stata possibile anche l’unificazione del mercato del lavoro su scala mondiale.

In estrema sintesi, oggi siamo in presenza di una classe che per una gran parte non si riconosce come tale, un’altra, quella scaraventata nell’inferno del precariato e del cosiddetto lavoro informale, la cui condizione è talmente miserabile che non aspira ad altro che a un posto di lavoro stabile e sicuro e un’altra ancora che, non avendo neppure questa speranza, tira la vita con la paglia e i denti vagando per il mondo arrangiandosi nel mondo del lavoro informale e dell’economia illegale.

Negli ultimi decenni, insomma, ha avuto luogo un processo per alcuni i versi simile a quello che si ebbe con la prima Rivoluzione industriale, ma per altri di segno completamente opposto. Simile, per la rapida crescita dell’esercito industriale di riserva e la conseguente svalutazione del valore della forza-lavoro, ma opposto nel senso che rispetto alla prima rivoluzione industriale, essendo venuta meno la grande concentrazione industriale, non si è avuto quel medesimo processo di omogeneizzazione sociale di vasti strati di contadini poveri e, in un secondo momento, anche di proletarizzazione di buona parte del sottoproletariato urbano, ma, la frantumazione della classe sul territorio e per il mondo. Per non dire del fatto che la nuova organizzazione del lavoro favorisce lo sviluppo della contrattazione individuale a discapito di quella collettiva e quindi l’ulteriore atomizzazione del proletariato favorita, peraltro, dalla presenza del sindacato.

Infatti, benché sia abbastanza diffusa la consapevolezza che esso sia divenuto un pilastro fondamentale della programmazione capitalistica e perciò in perfetta sintonia con le esigenze di conservazione del modo di produzione capitalistico, esso appare agli occhi dei proletari, per il ruolo che svolge nella contrattazione salariale, tuttora uno strumento insostituibile per la difesa, seppure al ribasso, delle loro condizioni di vita e di lavoro.

Non è un caso che mentre nei contesti sociali e urbani scaturiti dal passaggio dalla fase della manifattura a quella della grande industria,

nacquero le prime Casse di mutuo soccorso, poi le leghe operaie e infine le Trade Unions, cioè la famosa coscienza di classe in sé; ’oggi si assiste, invece, al processo inverso con il prevalere della concorrenza più sfrenata fra i proletari e non delle loro istanze collettive seppure immediatamente economiche. Purtroppo, come avvertiva Marx: “ I singoli individui formano una classe solo in quanto debbono condurre una lotta comune contro un’altra classe; per il resto essi stessi si ritrovano l’uno di  contro all’altro come nemici nella concorrenza”.

Coscienza di classe in sé e per sé

Né la coscienza dell’appartenenza a una determinata classe, una volta prodottasi, si trasmette da una generazione all’altra per via ereditaria. Come ogni forma di conoscenza essa, in quanto prodotto dell’attività sensibile umana, prassi e non incarnazione o manifestazione dello spirito, con il mutare delle situazioni storiche, può, a sua volta, mutare o andare perduta.

Stiamo parlando, dunque di un processo complesso che si origina dalla divisione in classi della società e dal fatto che nel modo di produzione capitalistico, il processo di produzione della vita, la produzione in generale, non si risolve nell’appropriazione della natura da parte del singolo individuo per la soddisfazione dei suoi particolari bisogni, ma è un fatto sociale per eccellenza. L’acquisizione della consapevolezza da parte dei singoli individui di appartenere a una medesima classe di sfruttati presuppone sì l’insorgere e l’acutizzarsi del conflitto sociale, ma anche una diffusa acquisizione del fatto che l’origine del conflitto non sta solo nel contrasto insanabile fra i singoli gruppi di lavoratori e i singoli capitalisti ma anche e soprattutto che questo contrasto è l’espressione della divisione in classi della società.

Altra cosa è poi l’acquisizione della coscienza che solo ponendo fine al modo di produzione capitalistico, i proletari potranno liberarsi dalle catene che li vincolano al capitale. Questa presuppone la produzione, a partire  dalla coscienza di classe in sé, di quella di classe per sé ovvero l’organizzazione politica capace di condurre a sintesi tutti gli elementi fondativi del conflitto sociale medesimo per evidenziarne l’insanabilità delle contraddizioni che lo generano affinché risulti sempre più chiaro e distinto il destino storico che da ciò deriva al proletariato.

Si tratta di due processi che avendo comuni radici stanno sì ognuno accanto all’altro ma “sorgono da premesse diverse”. Dunque, non sarà certamente l’esaltazione incondizionata delle attuali lotte dei lavoratori, presentate quasi come l’inizio di una nuova fase rivoluzionaria, né tanto meno il ripetere slogan stantii che ci permetterà di far avanzare di un millimetro sia dal punto di vista economico sia politico l’attuale condizione del proletariato.

Conclusioni

Il compito più immediato di chi ha consapevolezza del reale stato delle cose dunque non può che essere innanzitutto l’approfondimento in tutti i suoi aspetti della conoscenza della nuova condizione di classe e la produzione di un bilancio rigoroso delle passate esperienze nonché una critica spietata delle ragioni delle precedenti sconfitte.  Altresì definire, a partire dallo studio dei possibili sviluppi della crisi capitalistica, almeno i tratti i fondamentali e caratterizzanti della possibile alternativa storica (il socialismo) per dimostrarne non solo la sua necessità, ma anche la sua straordinaria modernità laddove, implicando la sua costruzione il superamento del sistema capitalistico e la fine della produzione di merci, può finalmente consentire di porre fine anche alla trasformazione di una parte crescente degli individui che compongono la società in cose merci e perciò anche alla trasformazione dei rapporti personali in forze oggettive talché gli individui in possesso solo della loro forza-lavoro sono negati come tali e sussunti, nell’ambito dei rapporti sociali vigenti, a loro volta come semplici cose. Cioè che la fine della società divisa in classe e la nascita di una società a cui i suoi membri non prendono parte a essa come cose ma come individui liberamente associati non è un’utopia, ma una necessità e una realistica possibilità.

Se, nella consapevolezza dei nostri limiti e della necessità del confronto più sincero e aperto con tutti coloro che hanno a cuore la causa del proletariato, saremo  in grado di dare anche il più modesto contributo in questo senso, è ipotizzabile che le lotte di questi ultimi anni possano assumere dimensioni e prospettive oggi impensabili e che il processo di costruzione del partito rivoluzionario possa finalmente avviarsi.

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