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Può bastare una “Primavera” a scardinare il dominio imperialistico e le sue logiche?

Categoria: Africa
Creato: 10 Agosto 2012 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 3165

“…l’universo è un fuoco,

l’Oriente e l’Occidente sono una tomba sola

raccolta dalle sue ceneri”

Alì Ahmad Sa’id (poeta e saggista libanese di origine siriana).

Uno scenario allargato come quello del Mediterraneo meridionale offre, attualmente, una chiave di lettura in cui,ben lungi dai vari futuri di progresso declamati in tutti i consessi,  a primeggiare, sempre più, sono le guerre civili e l’instabilità cronica. Quale disillusione per le “primavere” arabe che tante speranze avevano generato e che erano state considerate – con spropositato uso di entusiasmo mediatico – come la “rinascita di un mondo per troppo tempo pietrificato dal proprio fatalismo!”.

Tunisia, Libia, Egitto, Yemen, Bahrein, la Siria di questi giorni - quali teatri in cui si sono manifestate le varie rivolte - altro non rappresentano se non un tragico rosario i cui grani sono le partite geopolitiche che interessano la sponda Sud del Mediterraneo, il Golfo Persico, l’appendice centro-asiatica dell’Afpak (Afghanistan-Pakistan) destinate oramai a costituire un’area di instabilità sempre più in espansione a causa della crisi economica e dell’ineludibile inasprimento delle  ricadute socio-politiche.

Ebbene, le “primavere” arabe sono state stritolate da questa logica infernale!

 

Il compromesso egiziano

Per esempio, le dinamiche in atto nel paese dei faraoni contrastano, in tutta evidenza, coi sogni di milioni di “rivoltosi” che occupavano piazza Tahrir, se il regime – tutt’altro che crollato – rimane in auge unitamente alla élité economica che si raccoglieva intorno a Mubarak e a farne fede è la stessa giunta militare che è tutt’altro che propensa a cedere le leve del comando, forte com’è di un ragguardevole peso esercitato tanto a livello politico quanto in quello economico e finanziario.

Gli ultimi accadimenti hanno mostrato pure come gli attori che hanno portato avanti la rivolta siano poi stati penalizzati, nelle varie tornate elettorali, a tutto vantaggio degli islamici e come la qualcosa non sia soltanto riconducibile agli ingenti aiuti provenienti dal Golfo e destinati ai movimenti islamisti, Fratelli musulmani per primi, ma soprattutto ad una frammentazione tutta interna ai dimostranti esemplificata dal fatto che gli attivisti di piazza Tahrir ed il movimento operaio si muovano su piani nettamente diversi.

D’altra parte le geremiadi dell’Unione universitaria intorno all’inamovibilità di alcuni personaggi legati al vecchio regime, intorno alla corruzione e al malgoverno mostrano tutta la sterilità delle sue posizioni e mal si conciliano, ad esempio, con una radicalità dispiegata nel più grande sciopero dei trasporti degli ultimi dieci anni, ad Alessandria,  nell’opposizione del movimento operaio alla militarizzazione della dirigenza delle  principali industrie egiziane, nel dinamismo dello stesso “movimento operaio che ha sempre saputo attivarsi spontaneamente proprio quando le manifestazioni di piazza sembravano perdere la loro spinta propulsiva”.[1]

La pregnanza di tali lotte è tale da produrre incomprensioni anche tra gli stessi leader di “Libertà e Giustizia” (partito politico di orientamento fondamentalista) e la base del partito. Infatti ad una classe media che li vota in quanto pretende giustizia sociale e ad una classe lavoratrice sempre più portatrice di istanze radicali, il programma di “Rinascita” – il partito islamico dei Fratelli musulmani – ha niente da offrire se non la “sharia”, al tempo stesso promuove leggi neoliberiste e non fa mistero di voler chiudere i sindacati.

Tutto ciò è coerente con la visione politica della Fratellanza musulmana che ha, difatti, abbandonato la piazza lo scorso novembre per conquistare il parlamento, ossia l’istituzione principale che mira a controllare. Gli stessi islamisti non hanno partecipato agli scioperi generali mentre “ insieme al consiglio militare, distribuivano documenti in cui si chiedeva di lavorare di più nei giorni di sciopero”.[2]

Quello che è chiaro è lo stacco tra un movimento dei lavoratori che si sta attivando – quanto meno per esigenze di difesa – per una organizzazione più estesa dei lavoratori medesimi ed il movimento tout court all’interno del quale si intersecano “ i gusti e gli interessi dei giovani e meno giovani rampolli di una classe professionale in cerca di affermazione, istruiti e social network-dipendenti”.[3]

En passant, di una classe sociale – quella piccolo e medio-borghese - che realizza, con rabbia e frustrazione, il suo progressivo e inarrestabile processo di proletarizzazione.

Stiamo parlando, infatti, di una realtà – quella egiziana – che, dal 1990, ha visto la popolazione compresa tra i 15 ed i 29 anni aumentare del 65% ed in cui “ per assorbire la pressione dei giovani che di anno in anno si affacciano al mondo del lavoro occorrerebbe una crescita annua del 7-8%”.[4]

A competere sul campo – alla luce di queste poche considerazioni - restano quindi la Fratellanza musulmana in tutte le sue varianti locali e le forze armate, vero “dominus” della situazione non foss’altro per la propria consistenza e per la capacità di saper controllare e neutralizzare spinte centrifughe sotto forma di tribalismi e settarismi.

Vero è che gli islamisti sono riusciti a far eleggere, alla carica di presidente, Mohammed Mursi ma altrettanto chiaro è che lo SCAF (Consiglio superiore delle forze armate) ha subito posto dei paletti  al nuovo presidente egiziano che non deterrà più il Comando supremo delle forze armate né avrà modo di imporre le sue vedute in politica estera alla luce della creazione di un nuovo organismo – il Consiglio di Difesa Nazionale – che conterà generali in numero assai maggiore rispetto ai rappresentanti politici “democraticamente” eletti.

Abdel Bari Atwan, direttore di “Al Quds al Arabi”, forse non va tanto lontano dal vero quando parla di “golpe militare morbido” riconoscendone il senso nel fatto che, recuperando i poteri legislativi a seguito della sentenza della Suprema Corte Costituzionale che aveva invalidato parte dell’esito elettorale, la giunta militare ha di fatto ripreso nelle sue mani gran parte di quel potere che solo “nominalmente” aveva ceduto andando a configurare addirittura un’estensione della sua capacità di incidenza.

Prova ne sia il conferimento di nuovi poteri concessi ai Servizi Segreti ed alla polizia militare.

Alla Fratellanza musulmana – come è ovvio – non conviene lo scontro frontale con le forze armate in quanto sono queste ultime – fattore da non trascurare – a costituire la parte più significativa e durevole del rapporto bilaterale tra l’Egitto e gli Stati Uniti per cui oltre ad avere accettato la sentenza della Corte Suprema hanno dimostrato la volontà di collaborare con l’esercito egiziano  concedendo, al contempo, ampie rassicurazioni che non sfideranno gli interessi strategici statunitensi nella regione.

D’altra parte il buon Mohammed Mursi ha delle ottime carte in mano in quanto oltre ad aver vissuto e studiato negli Stati Uniti, ha lavorato per la NASA, cosa che lo avrà di certo agevolato nella creazione dei contatti tra gli USA e la Fratellanza musulmana.

Gli Stati Uniti, considerate le varie evoluzioni della situazione egiziana  da Tahrir in poi, hanno realizzato di non poter stare solo dalla parte dello SCAF nel rapporto/scontro tra questo e gli islamisti per cui fatta salva la loro veste di “finanziatori” dell’esercito egiziano hanno cominciato a ritagliarsi un’altra veste: quella di mediatori tra le parti in causa con lo scopo, più che evidente, di perseguire la massimizzazione/espansione dell’influenza degli USA nella regione.

Per Washington diventa prioritario – su tutto – preservare un certo livello di agibilità a difesa del quale può andar bene anche venire a patti con quelli che fino a qualche tempo addietro passavano per “fanatici integralisti” e che oggi potrebbero del tutto rivestire un’importanza fondamentale in un processo di “regime change” in Siria dove la Fratellanza è ben presente e decisamente schierata contro Bashar al Assad.

V’è da dire, tuttavia, che – quanto meno in prospettiva – questa affidabilità mostra tratti poco interpretabili laddove la Fratellanza, nel suo insieme, ha oltre 85 anni di vita e rappresenta un movimento pan-arabo che ha sempre perseguito e persegue la creazione di uno stato islamico che comprenda l’intero Medio Oriente.

Leggere quindi movimenti islamisti attraverso il solo prisma della religione può far comodo se presi da esigenze di sbrigativa semplificazione ma, di certo, non aiuta in termini di comprensione del contesto.

Scrive a tal proposito Wahib bin Zagr – economista ed editorialista di Jeddah - :” Non esistono movimenti religiosi, né in Arabia saudita, né nel mondo arabo. I movimenti islamisti sono movimenti politici e non religiosi”.[5]

Lo stesso Pascal Menoret tiene a precisare come “Nell’accezione di movimento politico rivolto verso la partecipazione all’esercizio del potere fondato su un’ampia mobilitazione sociale, l’islamismo in lingua araba è denominato “islam siyasi” ovvero, precisamente, islam politico”.[6]

Allo stato attuale delle cose la Fratellanza musulmana egiziana si pone, pragmaticamente, obiettivi di più semplice portata e, presa contezza di un debito corrente assai vicino ai 90 miliardi di dollari e con un deficit di bilancio che quota il 10% del PIL non può non addivenire alle sollecitazioni del FMI integralmente inserite nella piattaforma elettorale di Mohammed Mursi e che trovano espressione nel pieno sostegno alle politiche liberiste e ad un’economia di mercato poggiandosi, allo stesso tempo, sulla capacità di attrarre investimenti esteri e sulla privatizzazione dell’economia egiziana.

 

La guerra per procura

La gestione dell’esistente, tutta giocata sul filo di alleanze e di compromessi di corto e medio respiro, non fanno – occorre ribadirlo – perdere di vista quello che è il fine strategico degli “ al ikhwan al muslimun” (fratelli musulmani) ovvero l’opposizione alle storiche tendenze alla secolarizzazione delle nazioni islamiche, sempre più esibita in ragione diretta con la fine delle persecuzioni cui erano stati oggetto un po’ dappertutto.

E’ questo il motivo per cui, ancor oggi, le petro-monarchie del Golfo anche assicurando loro un notevole aiuto finanziario si guardano bene dal fornire una qualsiasi assistenza su larga scala ed è sempre per lo stesso motivo che questi regimi autocratici vedono con molta circospezione tutto ciò che può mettere in discussione l’ordine costituito, si tratti di “primavere”, di movimenti sciiti o, anche, degli stessi Fratelli musulmani.

Assume quindi, in questo gioco di ombre e luci, un particolare rilievo, al di là dei toni rassicuranti imposti dalla diplomazia, la capacità da parte del neo-presidente Mursi (e di chi gli sta dietro) di ridisegnare il rapporto tra l’Egitto ed il resto del mondo arabo, Arabia Saudita e Qatar in particolar modo, cosa che produce un certo assillo nel mondo arabo dove, secondo la disamina dell’analista politico giordano Labib Kamhawi è presente un forte senso di preoccupazione, per l’ascesa della Fratellanza Musulmana, che va dal Marocco, dalla Giordania per finire ai paesi del Golfo che vedono negli “ikhwan” un pericoloso elemento di instabilità.

Tutto questo, tuttavia, non desta particolari apprensioni nell’amministrazione statunitense che, al contrario, privilegia il fatto che l’incidenza della Fratellanza Musulmana in Siria è seconda solo a quella che ha in Egitto e che quindi è funzionale agli interessi americani che – in funzione anti Iran – sono particolarmente interessati al dopo Assad.

Al di là dei toni edulcorati coi quali si fa riferimento ad una futura democrazia islamica le ragioni vere del nuovo massacro imperialistico risiedono in ciò che è ben sintetizzato da Abdulaziz Alkhayer del Comitato di coordinamento nazionale:” Il mio paese ha poco petrolio, ma è in posizione strategica rispetto a quelli che ne hanno. USA ed Europa cercano di sfruttare a loro vantaggio le primavere arabe per contrastare gli interessi della Cina, della Russia e dell’Iran”.[7]

Non dissimile, nella sostanza, da quanto delineato da Lucio Caracciolo:” Conviene allargare il quadro. Sotto il profilo strategico quella siriana è una guerra per procura. La mattanza interna si riflette infatti sulla partita regionale e sul braccio di ferro fra le maggiori potenze globali. E viceversa”.[8]

 

Con quali conseguenze?

Gli orrendi massacri, le pulizie etniche con relativi scannamenti tra sunniti e sciiti, le conseguenti sofferenze per la popolazione siriana vanno a configurare un quadro che sa tanto di “balcanizzazione” e che sta inesorabilmente spingendo la Siria verso un baratro di instabilità, di precarietà che andrà ad intaccare, inevitabilmente, anche i paesi limitrofi.

Attorno alla crisi siriana volteggiano infatti potenze regionali come l’Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia che, unitamente agli Stati Uniti, formano un’accozzaglia di briganti che si contrappone ad un’altra accozzaglia – sempre di briganti – che persegue interessi opposti e di cui fan parte la Cina, la Russia e l’Iran.

Una contrapposizione, quindi, tutta giocata sul piano imperialistico che alle cretinerie assortite sui “diritti umani”, “democrazia”, “libertà” che costituiscono l’armamentario “evergreen” della manipolazione ideologico-politica aggiunge sostanziosi aiuti in termini di armi e supporto logistico e finanziario provenienti, per ambedue i fronti, dai rispettivi poli di riferimento.

Lo scontro tra i fronti contrapposti ha prodotto una forte spaccatura a livello internazionale dopo che gli USA avevano sottoposto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU una risoluzione tramite cui  porre la Siria sotto la giurisdizione del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite con relativo impiego della forza. Questa volta, però, Russia e Cina, ben memori della risoluzione 1973 – quella che aveva dato il via ai “bombardamenti umanitari” in Libia – hanno posto il veto.

 

Perché Russia e Cina hanno posto il veto in Consiglio di Sicurezza dell’ONU ?

Il veto della Russia ha diverse motivazioni, riconducibili in gran parte al riallacciamento, negli anni ’70, dei rapporti con la Siria resosi necessario dopo che erano entrati in crisi quelli con l’Egitto post-nasseriano. Ad un allontanamento siriano successivo all’implosione dell’ex URSS fa seguito un altro suo riavvicinamento col quale compensare l’isolamento decretato dall’Occidente  dopo la guerra del 2006 in Libano. Di particolare rilievo è la cancellazione, da parte di Mosca, del 75% del debito che Assad doveva alla Russia, cosa che ha fatto della Siria un importante partner commerciale.

A livello militare c’è da tener conto che la Siria compra dalla Russia il 10% di armi e altro materiale bellico nonché il particolare – di vitale rilevanza, da un punto di vista strategico – che a Tartus c’è l’unica base navale russa con sbocco nel Mar Mediterraneo.

Se la Russia ha la possibilità di interferire nelle vicende siriane in quanto ha in mano mezzi per poter giocare – in maniera diretta – questa partita, la Cina si vede impossibilitata a giocare un ruolo analogo relativamente agli obbiettivi, le modalità d’azione e gli strumenti con cui poter esercitare una certa influenza/ingerenza non foss’altro che per una questione di lontananza fisica dalla regione mediorientale.

Nondimeno le aspirazioni cinesi a diventare potenza mondiale non possono non passare anche attraverso una politica che – oltre all’area Asia-Pacifico in cui la contrapposizione sino-americana è netta – sia rivolta ad una regione (quella araba e quindi anche siriana) assai ricca di risorse naturali e di vie di comunicazione strategiche. In sintesi: una regione essenziale per gli interessi cinesi.

 

Diogene e la lanterna

Lo scrittore e giornalista venezuelano, Moises Naim, su “La Repubblica” di martedì, 31 luglio, si chiedeva cosa avessero in comune il riscaldamento globale, la crisi dell’Eurozona ed i massacri in Siria.

Si è quindi messo alla ricerca di possibili spiegazioni così come Diogene da Sinope  si era messo a cercare l’uomo. Tuttavia tralasciava, Moises Naim, di prendere in considerazione – viste le sue conoscenze di politica economica e di commercio internazionale – l’unica chiave di lettura che avrebbe potuto chiarire il suo dilemma: la cosiddetta “logica del profitto” e la sua oramai consolidata incompatibilità con l’umanità intera.

Gianfranco Greco


[1] G. Acconcia: Le lotte a sinistra dei Fratelli musulmani – Il Manifesto 11 luglio 2012

[2] idem

[3] G.P. Calchi Novati: Si scrive Africa, si legge Arabia – Il Manifesto 21 luglio 2012

[4] G. Mafodda: La Primavera egiziana presenta il conto – Limes n.3/2011

[5] P. Mènoret: Sull’orlo del vulcano – pag. 107 – Feltrinelli editore

[6] idem

[7] G. Colotti: Niente guerra né ingerenze – Il Manifesto 27 luglio 2012

[8] L. Caracciolo: L’ultima primavera – La Repubblica 19 luglio 2012

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