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Le rivolte del Nord Africa nelle mire delle potenze imperialistiche (1)

Categoria: Africa
Creato: 18 Aprile 2011 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 3082

Un capitalismo sempre più in crisi non potrà mai dare risposte a nuovi soggetti che pongono sul tappeto questioni che vanno assumendo una  rilevanza sempre maggiore. Sullo sfondo si muovono i briganti imperialisti che si  azzuffano per ogni briciola di ricchezza.

La Libia conta poco. Incrociamo le dita e teniamoci pronti alla vera emergenza: l’Arabia Saudita”. Il responsabile del Pentagono Bob Gates non usa giri di parole per andare al nocciolo della questione e paventare come l’approccio finale di questo colossale domino, iniziatosi in Nord Africa, possa essere proprio la dinastia dei Saud.

Facciamo quindi un’operazione tutta a ritroso, partendo dalla penisola arabica con relativi fermenti in Bahrein, Oman e Yemen per arrivare all’epicentro di questi avvenimenti tanto violenti, tanto raccolti in lassi di tempo relativamente brevi, quanto inaspettati. O no?

Tale nostro scetticismo è dato proprio dal fatto che le cause vere di ciò che sta avvenendo – senza dubbio molteplici e complesse – abbiano a che vedere col modo in cui è gestita la crisi mondiale e con la mondializzazione.

Tunisia, Egitto, Libia in rigoroso ordine temporale

Ma cos’è che distingue queste tre realtà e, di converso, cos’è che le accomuna?

C’è da rilevare, per primo, che l’esercito svolge una sorta di ruolo fondativo in questi tre paesi mediterranei e basta riandare alla rivolta dei “liberi ufficiali ” nasseriani  per arrivare a quella dei “giovani ufficiali” libici, entrambi epigoni di un panarabismo o – come veniva definito – “socialismo non marxista” in cui giocava un ruolo preminente una certa borghesia araba.

In Egitto le forze armate costituiscono il nocciolo del potere statale e sono l’unico potere praticamente rimasto in quanto strettamente legato all’esterno, soprattutto agli Stati Uniti dai quali ricevono 1,5 miliardi di dollari di aiuti annui (tutt’altro che a fondo perduto) che poi vengono spesi per ammodernare l’esercito, per acquistare grano e ingrassare quella parte della borghesia che vive sulle commesse statali.

La Tunisia dispone, invece, di una dinamica e spregiudicata classe imprenditoriale che ha saputo usufruire dei forti investimenti stranieri attirati da una mano d’opera abile, competitiva ed a buon mercato oltre al fatto di possedere una fascia giovanile assai scolarizzata, acculturata e perfettamente bilingue (arabo e francese).

La Libia rispetto a questi due paesi, a forte connotazione nazionale, presenta un esercito debole, partiti politici e società civile inesistenti in quanto vi predomina una forte struttura tribale che ha modo di riprodurre le proprie linee di separazione sia all’interno dell’esercito (aviazione, milizie) sia a livello di burocrazia statale con tutto ciò che ne consegue.

Detto questo dobbiamo tuttavia affermare che quanto sta avvenendo non può essere spiegato semplicisticamente con il “dispotismo” o  la “mancanza di democrazia” o altri termini a forte suggestione in quanto il fenomeno carsico che scorreva al di sotto di queste società e che ha trovato modo di erompere in questi primi mesi del 2011 era stato alimentato da fenomeni che – come dicevamo prima – sono tutti interni alla mondializzazione e, solo in parte, alla crisi mondiale in atto.

In che altro modo possiamo definire gli aumenti del grano, del frumento, del riso, dello zucchero?

Il grano è passato da 177 dollari a tonnellata – secondo trimestre 2010 – a 326 dollari del gennaio 2011.

L’aumento delle materie prime alimentari non può non avere avuto un impatto maggiore nei paesi più poveri dove – per motivi legati ai bassi salari – è maggiore la quota di reddito spesa in alimenti.

Se in Italia la spesa alimentare ammonta al 17% dei consumi,in Egitto raggiunge il 48%.

Ed infatti l’impatto peggiore si è avuto proprio in Nord Africa perché è l’area più lontana dall’autosufficienza alimentare e la maggior importatrice di grano mondiale.

L’aumento dei prezzi alimentari è stato, tuttavia, il detonatore che ha innescato una situazione esplosiva che ha a che vedere con quanto rilevato dall’OCSE, secondo cui i paesi del Nord Africa sono tra quelli che, negli ultimi anni, hanno fatto registrare tassi di crescita maggiori nel mondo.

Ma allora perché le rivolte?

Per un motivo molto semplice: quello del Nord Africa è un boom economico senza diffusione di benessere. In Egitto si  delocalizza, l’Algeria galleggia sul petrolio e sul gas. Esistono quindi ricchezze ed investimenti produttivi esteri.

Ma esiste anche un divario sociale che si aggrava sempre più in quanto è uno sviluppo basato esclusivamente su bassi salari e mancanza di diritti, politici e sindacali, per i lavoratori, e che produce una polarizzazione della ricchezza e della miseria sempre più accentuate.

Da una parte imprese e banche straniere che, unitamente alle élites  locali, drenano la gran parte della ricchezza, dall’altra una massa sempre  maggiore di senza lavoro, di miseria diffusa, di indici di povertà che in Egitto toccano il 40% della popolazione.

A ciò si aggiungano due brevi considerazioni:

a)  la popolazione, in questi paesi, è costituita, mediamente, per un 40%, da giovani che vanno da 16 a 29 anni. Tale percentuale aumenta, fino ad arrivare al 65/70%, se si considera la fascia di età che va dai 16 ai 35 anni.

b) all’interno di questa popolazione giovanile vi è una cospicua componente di gente scolarizzata,

acculturata – in Tunisia, dicevamo, sono perfettamente bilingui mentre in Egitto, su una popolazione di 80 milioni di individui, 20 sono internauti.

Tutto ciò rappresenta qualcosa di assai inedito non solo per il Nord Africa, ovviamente.

Sono nuovi soggetti che pongono sul tappeto questioni dirimenti che sono destinate a scavare sempre più in profondità e ad assumere un peso specifico sempre maggiore ed alle quali non potrà di certo dare risposta un capitalismo sempre più in crisi e sullo sfondo di uno scenario che vede i briganti imperialisti azzuffarsi per ogni, seppur piccola, briciola di ricchezza.

E’ che con lo sfaldamento dell’impero sovietico lungi dall’essersi venuto a configurare un mondo senza più contrapposizioni esiziali, si è invece andato a delineare un quadro imperialista che,

a causa di una crisi sempre più incipiente, vede allineamenti e contrapposizioni, anche limitate nel tempo, che riflettono una debolezza che, paradossalmente, ne acuisce l’aggressività e lo spirito di competizione. Gerarchie che si pensava fossero oramai consolidate, specie dopo lo sgretolamento dell’URSS, vengono di continuo rimescolate per cui, come nel caso della Libia, è dato di assistere ad un procedere in ordine sparso in cui si intravede ben al di là della stucchevole e reiterata humanitarian intervention l’autentico scopo di questa sgangherata missione che ha al centro quello che può definirsi il “fronte del greggio” ossia il controllo e la gestione dei pozzi petroliferi.

Un fronte voluto e aperto da Francia e Gran Bretagna a cui si è accodato con una certa riluttanza l’imperialismo yankee che si trova nella tutt’altro che idilliaca situazione di dover essere presente nell’area cercando di limitare i costi dell’impresa quando, non del tutto,  riversarli sugli altri attori finendo quindi con l’avvalorare quanto anticipato, già nel 2008, dalla “intelligence americana” in un suo rapporto denominato “Global Trends 2025” secondo cui “le opzioni del prossimo presidente, Obama, potrebbero diventare sempre più ristrette e quindi arrendersi all’ineluttabilità dell’austerità a motivo della mancanza di fondi”(Limes n.5  2008)

La situazione nel suo complesso è segnata, per quel che riguarda i cosiddetti “volenterosi”, da un procedere in ordine sparso che riflette diversi interessi, divergenti motivazioni che vanno a caratterizzare non tanto un operare in comune quanto una sorta di guardarsi reciproco.

Se per gli Stati Uniti esistono quei condizionamenti a cui si faceva cenno, esiste, però, ed ha una valenza assai più pregnante, la situazione che va delineandosi nella penisola arabica, vero fulcro degli interessi americani. Che dire, infatti, del silenzio pressoché totale che ha coperto altre “questioni umanitarie” che non attenevano più la Libia ma il Bahrein, l’Oman e lo Yemen?

Che dire, ancora, della guerra neanche tanto sotterranea tra Italia e Francia con la prima che si vede scalzata da una posizione privilegiata, in termini di rifornimenti energetici e di partnership commerciali, e con la seconda che tende a recuperare una posizione di preminenza, nel Nord Africa,

che era stata notevolmente depotenziata da avvenimenti o datati nel tempo,come la rivolta degli ufficiali libici, o ben più recenti come la caduta di Ben Alì?

Come valutare il disimpegno della Germania che si smarca dalla risoluzione 1973 dell‘ONU e potrebbe quindi approfittare di questa particolare contingenza per rafforzare in Europa la propria egemonia politica?

Quali sviluppi potrà avere la situazione, nel suo complesso, è esercizio puramente accademico tuttavia quel che è certo è che la “protezione dei civili” in Libia così come il “garantire la transizione democratica” in Tunisia ed Egitto appaiono come beffardi raggiri se si vuol leggere attentamente la realtà, ossia che alle porte si potrebbe andare a configurare una nuova spartizione dell’Africa con buona pace dei ribelli libici o dei rivoltosi tunisini ed egiziani che vedono già riapparire la famigerata polizia di Ben Alì, in un caso, ed i generali coadiuvati dai “Fratelli musulmani” nell’altro.

D’altra parte un approdo di questo genere è implicito nel fatto stesso che si tratta di insorgenze animate per lo più da un proletariato giovane, per molti versi completamente nuovo e in un contesto mondiale che sconta la perdurante assenza di un autentico partito comunista internazionale e internazionalista. Ma un fatto è certo: nulla tornerà come prima.

Gianfranco Greco


[1] Per ulteriori approfondimenti  sul ruolo delle potenze imperialistiche nel Nord Africa segnaliamo l’articolo di D. Lepore  L’imperialismo nel grande gioco del Nord Africa apparso sul sito www.ponsinmor.info

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