Sulle recenti rivolte in Kazakistan

Categoria: Asia
Creato: 26 Gennaio 2022 Ultima modifica: 26 Gennaio 2022
Scritto da Lorenzo Procopio Visite: 187

Migliaia di lavoratori manifestano contro il carovita, scoppia una rivolta duramente repressa nel sangue dal governo Tokayev. Ora è il gigante dell’Asia centrale che rischia di trasformarsi in un nuovo fronte della guerra imperialistica permanente.

mappa politica del kazakistan thmbL’ordine è ristabilito nella capitale Nur Sultan, ma rimangono ovviamente irrisolti i problemi e le contraddizioni che sono all’origine delle violente proteste che hanno scosso il Kazakistan all’alba del nuovo anno. La violentissima repressione imposta dal presidente Tokayev, con la collaborazione dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (Csto), la struttura militare di pronto intervento composta da russi, kazaki, armeni, tagiki, bielorussi e kirghizi, ha spezzato in pochi giorni la rivolta ma non ha diradato le nuvole nere che si addensano sul cielo dell’intera area centro-asiatica. 

I violenti scontri sono iniziati nella città petrolifera di Zhanaozen, sessantamila abitanti lungo le coste del Caspio, l’area del paese che maggiormente ha contribuito in questi ultimi decenni allo sviluppo economico del Kazakhstan e che gli ha consentito di ottenere un posto di rilievo sulla mappa mondiale del greggio.

La scintilla che ha fatto da detonatore della rivolta è stato l’aumento del combustibile Lpg da 60 a 120 tenge, il corrispettivo di dodici e ventiquattro centesimi di euro, particolarmente diffuso fra gli automobilisti. Tale aumento è stato dovuto alla fine dei sussidi pubblici sui carburanti introdotti dal governo due anni fa per calmierare i prezzi, aumento che subito dopo lo scoppio delle rivolte è stato ritirato dallo stesso governo.

Lo scoppio delle rivolte e la successiva repressione non è un fulmine a ciel sereno, ma s’inserisce in un contesto più ampio nel quale la polarizzazione della ricchezza ha alimentato tensioni sociali che negli ultimi anni episodicamente sono esplose in tutta la loro violenza. I fatti di gennaio 2022 rappresentano soltanto l’ultima e più vasta rivolta sociale del Kazakistan e per comprenderla nella sua complessità è necessario analizzare, seppur in maniera sintetica, il contesto economico-sociale kazako, la sua collocazione nel panorama internazionale ed ovviamente il quadro generale della crisi in cui versa il sistema capitalistico su scala internazionale.

Un’economia basata sul petrolio

Nei tre decenni d’indipendenza dall’Urss, il Kazakistan ha vissuto un lungo periodo dominato dalla figura del presidente Nur Sultan Nazarbayev, vero padre padrone della nazione rimasto in carica ininterrottamente dall’ottenuta indipendenza dall’Urss fino al 2019. In questo periodo il paese è rimasto come sospeso tra una formale indipendenza politica e una reale dipendenza dall’ingombrante e confinante gigante russo. Come il suo predecessore, anche l’attuale presidente Tokayev ha dato continuità ad una politica estera "multivettore", che nell’ottica della classe dirigente kazaka avrebbe dovuto bilanciare la dipendenza dalla Russia con relazioni più strette con la Cina e l’Unione Europea. Nonostante gli sforzi “indipendentisti” della borghesia kazaka, il paese è rimasto in pratica e in gran parte sotto il controllo di Mosca sia sul piano economico che, ancor di più, su quello politico-militare. In effetti, l'economia ha beneficiato poco dell'integrazione nell'Unione economica eurasiatica sponsorizzata in questi ultimi due decenni da Putin. Da un lato, le imprese nazionali kazake hanno dovuto affrontare la concorrenza delle imprese russe; dall'altro, sono diventate vittime collaterali delle sanzioni occidentali imposte alla Russia dopo l'annessione della Crimea nel 2014. Le sanzioni imposte al governo russo da parte degli Stati Uniti e dell’Unione Europea hanno determinato una fuga dal Kazakistan degli investitori occidentali, proprio a causa delle strettissime relazioni russo-kazake, facendo diminuire vertiginosamente l’afflusso di investimenti occidentali e limitando, di conseguenza l’ammodernamento dell’obsoleto apparato produttivo del paese.

Strategicamente, la dipendenza dalle tecnologie militari russe è aumentata negli ultimi anni, diminuendo ulteriormente l'autonomia del Paese. Proprio a causa delle sanzioni emanate dagli Stati Uniti nei confronti della Russia, l’economia kazaka ha subìto negli ultimi anni una serie di ripercussioni negative che hanno aggravato la condizione di vita e di lavoro per milioni di proletari.

L’economia del Kazakistan non ha modificato in questi ultimi 30 anni la propria struttura produttiva, rimanendo ancorata allo sfruttamento delle proprie ricchezze petrolifere, di gas e di altre importantissime materie prime. Il settore trainante dell’economia kazaka è lo sfruttamento delle ingenti risorse di petrolio e gas, localizzate prevalentemente nella zona del Mar Caspio, in particolare i giacimenti di Tengiz e Kashagan (quest’ultimo considerato una delle più importanti scoperte mondiali di idrocarburi degli ultimi trentacinque anni) ed al confine con la Russia (Karachaganak).

Secondo gli ultimi dati dell’OCSE le esportazioni di petrolio greggio costituiscono il 68,5% dell'export totale del Paese. Per rimanere nell’ambito delle risorse energetiche si può osservare come siano ingenti le riserve di gas naturale e di carbone, e con oltre il 40% dell’intera produzione mondiale, il Kazakistan occupa il primo posto tra i produttori al mondo di uranio. Il sottosuolo è ricco anche delle terre rare indispensabili alle telecomunicazioni come all’industria dell’auto elettrica e delle energie rinnovabili. Bastano questi ulteriori dati per testimoniare di quanto siano appetibili le risorse del Kazakistan per le grandi potenze economiche globali, la Cina in maniera particolare: Cromo2° produttore al mondo (16% del totale) dopo il Sudafrica e 1° per riserve; Amianto: 4° produttore al mondo; Manganese: 7° produttore al mondo e 3° per riserve; Zinco: 8° produttore al mondo e 7° per riserve; Bauxite e Allumina: 8° produttore al mondo e 14° per riserve; Ferro: 12° produttore al mondo e 11° per riserve; Rame: 13° produttore al mondo e 13° per riserve; Fosfati: 15° Paese produttore al mondo.  È facile immaginare come tali risorse da un lato abbiano scatenato gli interessi delle potenze imperialistiche, mentre dall’altro hanno indirizzato in maniera decisiva la conformazione della struttura economia del paese, concentrando immense ricchezze soprattutto nelle mani della cricca che ruota intorno al potere politico centrale, e lasciando nella miseria più nera milioni di proletari costretti a vivere in condizioni infami.

Un’ulteriore conseguenza dell’attuale struttura economica del paese sono le enormi disuguaglianze a livello regionale presenti in esso.

Le regioni meridionali sono tra le più povere del Paese, con indicatori sociali degradati (ospedali poco attrezzati, scuole senza insegnanti, alto numero di giovani disoccupati, ragazze sposate dopo la scuola secondaria, ecc.), mentre le regioni occidentali di Atyrau e Mangystau, ricche di petrolio, negli ultimi anni si sono ulteriormente arricchite alimentando ulteriormente il divario economico tra le due aree del paese. Tutto questo si è tradotto negli ultimi decenni in uno strisciante e crescente malcontento di ampi strati sociali del sud del paese che ha favorito anche il diffondersi di forme radicali del fondamentalismo islamismo. Queste accentuate differenze regionali, peraltro, si innestano in un tessuto sociale in cui, avendo oltre la metà della popolazione un’età inferiore ai 25 anni, può trovare terreno fertile il richiamo delle sirene del fondamentalismo islamico. Per anni la fortissima centralizzazione del sistema economico-politico, incentrata intorno alla figura presidenziale, ha stroncato sul nascere qualsiasi forma di opposizione sociale e represso nel sangue le spinte eversive a sfondo religioso. Non è un caso che durante la repressione della rivolta di gennaio 2022 il presidente Tokayev ha accusato alcune potenze straniere di alimentare dall’esterno una primavera araba in salsa kazaka.

Negli ultimi dieci anni, grazie alla politica estera “multi vettore” e sfruttando anche le già menzionate sanzioni contro la Russia che si sono riflesse anche contro il Kazakistan, la Cina si è prepotentemente affacciata come un nuovo e fondamentale partner economico e commerciale del gigante centro asiatico. Anche per semplici ragioni geografiche, visto la condivisione di quasi 1800 chilometri di frontiera, il Kazakistan riveste per la Cina una duplice rilevanza. Da un lato fanno gola le immense risorse energetiche e di minerali appena descritte, mentre dall’altro, il Kazakistan rappresenta un corridoio fondamentale per il passaggio delle merci cinesi dirette verso il mercato europeo. In questo quadro si comprende meglio la specifica condivisione d’interessi dei russi e dei cinesi di garantire la sostanziale pace sociale e stabilità politica in Kazakistan: i russi per controllare politicamente e militarmente quello che considerano come un proprio giardino di casa; i cinesi per continuare a svolgere indisturbati i propri affari economici e sfruttare il corridoio kazako per far arrivare le merci in occidente.

Una rivolta soffocata nel sangue in un paese al centro degli appetiti imperialistici

Come abbiamo cercato di descrivere, ovviamente in maniera necessariamente sintetica, il Kazakistan, un territorio grande quanto l’Europa occidentale e con appena 19 milioni di abitanti, è un paese in cui una piccola cricca di uomini, quasi tutti legati alla figura del presidente, possiede la quasi totalità della ricchezza, mentre la stragrande maggioranza della popolazione vive nella miseria più nera. Il Kazakistan rappresenta il prototipo del paese ricchissimo di materie prime che, nonostante la ricchezza delle risorse naturali, affama la propria popolazione e la costringe a vivere condizioni di vita e di lavoro miserevoli. È in questo contesto sociale che è esplosa in tutta la sua virulenza la rivolta nel gennaio 2022. È bastato l’aumento del prezzo del carburante a far esplodere in tutto il paese una protesta che ha messo a soqquadro moltissime città. Potrebbe sembrare paradossale che a determinare lo scoppio della rivolta sia stato proprio l’aumento del prezzo del carburante, in un paese che è tra i maggiori produttori al mondo di petrolio e gas e dove pertanto il suo costo non dovrebbe essere determinato da fattori esterni. In realtà il vertiginoso aumento del prezzo delle materie prime, e quindi anche del petrolio e del gas, in larga misura è determinato da una fortissima speculazione finanziaria a livello internazionale che spinge all’insù i prezzi a prescindere da un effettivo aumento della domanda internazionale. Basti pensare alle attività speculative che si sviluppano intorno all’acquisto dei “Carbon Credit” ossia dei diritti ad inquinare. In base agli accordi di Kyoto, si ha la possibilità di produrre più anidride carbonica derivante dal consumo di materie prime come il gas o il petrolio semplicemente acquistando sui mercati finanziari tali diritti. La speculazione che si è sviluppata in questi ultimi mesi intorno ai Carbon Credit ha fatto schizzare all’insù i prezzi di tali titoli, trascinando dietro di sé anche i prezzi delle materie prime il cui consumo determina la produzione di anidride carbonica.

L’aumento del prezzo dei carburanti è stato, sì la scintilla che ha fatto scoppiare la rivolta di migliaia di lavoratori, ma ad alimentare la fiamma della rivolta sono state proprio quelle condizioni di sfruttamento e di miseria che caratterizzano la vita di milioni di proletari kazaki. Ora, accade sempre che le rivolte dei lavoratori se non sono sorrette da un chiaro progetto politico di alternativa alla barbarie che può offrire il capitalismo, vengono inevitabilmente e repentinamente ricondotte nell’alveo delle compatibilità del sistema. E le rivolte del Kazakistan non hanno fatto eccezione a questa ferrea legge. Lo scontro sociale è stato assorbito all’interno dello scontro di potere per il controllo e la gestione dello stato centrale. Non è un caso che con la scusa della rivolta, il vecchio presidente Nur Sultan Nazarbayev, ancora a capo del Consiglio di Sicurezza, è stato definitivamente estromesso da qualsiasi organismo decisionale completando quel passaggio di consegne iniziato nel 2019. La stessa sorte è toccata ad altri membri della famiglia dell’ex presidente e a uomini particolarmente vicini a lui.

Ma la calma che regna, ora,  a Nur Sultan è solo apparente. La feroce repressione che ha stroncato sul nascere lo scontro sociale dei lavoratori e a porre probabilmente fine al regno di Nazarbayev e della sua cricca, lascia ancora insolute tutte le contraddizioni che hanno alimentato una rivolta che è pronta ad esplodere in maniera inaspettata in un prossimo futuro. Ma essa dimostra ancora una volta quanto sia urgente per il proletariato dotarsi non solo di un programma politico alternativo al capitalismo, ma anche di enucleare tra le proprie fila una piccola ma combattiva avanguardia politica capace di dare le giuste indicazioni alle spontanee lotte dei lavoratori. In assenza di tutto ciò, non solo anche le prossime rivolte saranno sopraffatte dalla violenza della borghesia, ma il Kazakistan e l’intera regione dell’Asia centrale, come peraltro il mondo intero, rischiano di rimanere stritolate nella morsa dello scontro tra le varie potenze imperialistiche pronte a giocare fino in fondo le proprie carte pur di mantenere inalterati i propri privilegi.