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Tutti insieme appassionatamente contro l’Isis. E tutti l’uno contro l’altro armati

Categoria: Asia
Creato: 25 Gennaio 2016 Ultima modifica: 13 Ottobre 2016
Scritto da Giorgio Paolucci Visite: 2019

E’ la fame di plusvalore, della linfa di cui si sostanzia il capitale, che spinge tutti contro tutti, non la Bibbia, il Vangelo o il Corano.

 

Siria_Morte“Ohiohi la guerra. Ma se ti trovi dentro, odiala con chiarezza.

Lo stesso a raccontarla. E ci vuole lo stesso coraggio”

(G. Angioni – Sulla Faccia della terra -Ed. Feltrinelli – il Maestrale)

 

 

Contro il sedicente Stato Islamico di Siria e Iraq (Isis, Isi o Daesch che dir si voglia) si è ufficialmente costituita la più grande coalizione della storia moderna contro uno stesso nemico. Dopo la strage di Parigi, alla Russia -in campo già da qualche tempo a sostegno del siriano Assad – si sono uniti, in difesa della civiltà liberale, la Francia e quasi tutti i maggiori paesi del cosiddetto Occidente. Una sorta di santa alleanza a cui, subito dopo il massacro di Bamakoo in Nigeria, si è aggiunta, capeggiata dall’Arabia Saudita e in difesa dell’Islam cosiddetto moderato, una seconda colazione composta da 34 paesi, tutti sunniti come peraltro lo stesso Isis.

Insomma, il mondo intero contro un’organizzazione che, secondo fonti statunitensi, può contare su un esercito di miliziani composto da circa 31.500 uomini (di cui un terzo reclutato all’estero e ben 3.000 in Europa occidentale, negli Stati Uniti, in Canada e in Australia) e risorse finanziarie per circa due milioni di dollari al giorno derivanti quasi tutti dalla vendita clandestina di petrolio. Cifra non trascurabile in assoluto, ma pur sempre una briciola rispetto alle risorse economico-finanziarie delle due coalizioni. Eppure, il primo a metter in guardia che la guerra contro l’Isis non sarà una passeggiata è stato proprio Obama, ossia il presidente della maggiore potenza militare di tutti i tempi. “Sarà – ha dichiarato nel suo discorso di fine anno - una lotta prolungata. Il nemico resterà pericoloso a lungo. E anche se lo sconfiggeremo sul suo terreno, rimane difficile individuare quei lupi solitari della jihad che vogliono fare stragi da noi, la vigilanza deve rimanere ai massimi livelli”.[1] Il che, data l’enorme disparità delle forze in campo, non può non suscitare almeno qualche dubbio sulle reali intenzioni degli Usa e di tutti gli altri partecipanti a questa Crociata contro il male assoluto. Tanto più che, per esempio, il maggiore acquirente del petrolio che l’Isis vende di contrabbando è la Turchia, che pure fa parte della coalizione dei 34.  O che Abu Bakr Al Baghdadi, il sedicente califfo a capo dell’Isis, nel 2009 è stato amnistiato e liberato dagli Usa mentre era detenuto nella prigione di Camp Bucca in Iraq, da loro gestita e benché fossero noti i suoi legami con Abu Musab al Zarqawi capo della formazione islamista Ansar al- islam, sospettata di essere la derivazione di Al Qaeda in Iraq.

 

Il mostro provvidenziale

 

“ Non è la prima volta – scrive l’economista e analista politica Loretta Napoleoni - che gli americani sottovalutano, per semplice ignoranza o per insufficiente pianificazione, un supernemico. Stupisce tuttavia che all’intero mondo siano sfuggiti gli spettacolari successi riportati da al Baghdadi e dal suo gruppo in Siria nel 2012 e nel 2013, proprio in un periodo in cui, a causa della guerra civile, gli occhi del mondo erano puntati su quel paese. Altrettanto inquietante è che il futuro califfo sia stato in grado di conseguire questi straordinari successi indossando i panni del suo predecessore, Abu Musab al Zarqawi un personaggio ben noto, la cui fama di superterrorista era stata fabbricata dall’Amministrazione Bush”. [2] Altresì - sempre a voler credere alla narrazione corrente del “Tutti contro i barbari!” – sarebbe addirittura incomprensibile l’abbattimento da parte della Turchia di un jet russo con la falsa scusa di aver violato il suo spazio aereo per una manciata di secondi. O che l’Arabia Saudita, ora principale paladina della coalizione dei 34, figuri fra gli Stati che hanno maggiormente sostenuto, militarmente ed economicamente, l’Isis.

 

Semplici coincidenze? Incongruenze frutto del caso? Nella vita tutto è possibile, ma pensare che in un mondo in cui tutto è calcolo, tutto è merce e l’unico dio che conti veramente è il denaro simili incongruenze siano del tutto casuali è a dir poco molto improbabile. Se poi si guarda la cartina geografica, il dubbio diviene certezza. L’Isis non può essere eliminato perché la sua presenza fa comodo un po’ a tutti per tenere ben piantati i piedi in un’area di grande importanza strategica ed economica: il Golfo Persico e i suoi dintorni.

 

Dominare il Golfo Persico significa affermarsi egemone sul quadrante inscritto tra Mar Rosso, e Mar Arabico, passaggio ineludibile dal Mediterraneo all’Oceano Indiano e viceversa, dove convergono le piattaforme continentali di Europa, Africa e Asia. Massimo tesoro energetico del pianeta, dove giacciono i due terzi delle riserve provate del petrolio, un terzo di quelle gasiere e da dove parte ogni giorno un quarto del greggio commerciato sui mercati mondiali”.[3] Ed è stato proprio in considerazione di tutto ciò che la rivista Limes, da cui questa citazione è tratta, ebbe, non molto tempo addietro, a definire il Califfato: il mostro provvidenziale.  A voler significare che se non ci fosse bisognerebbe inventarselo.

 

La crisi e la guerra

 

Se vuoi capire qualcosa, recita un vecchio adagio anglosassone, follow the money, segui il denaro. E oggi forse niente più del petrolio porta al denaro. Infatti, chi controlla il suo mercato, potendone determinare in una certa misura il suo prezzo, che è espresso in dollari, è anche in grado di determinare in modo significativo le variazioni di valore di tutta la massa monetaria e di tutti gli asset economico- finanziari in circolazione sul pianeta. Dispone, cioè, dello strumento per mezzo del quale è possibile appropriarsi di una quota più o meno grande del plusvalore estorto al proletariato su scala mondiale, pur non avendo contribuito a produrne neppure una stilla.[4]

 

Il petrolio porta al denaro e il denaro porta alla crisi strutturale in cui si dimena il modo di produzione capitalistico da qualche decennio a questa parte e all’impossibilità di uscirne se non con il superamento del modo di produzione capitalistico.  Ci riferiamo al fatto che la microelettronica, abbinata all’informatica, distrugge più posti di lavoro di quanti ne crea. “L’automazione e le Ict -scrive Luciano Gallino nel suo ultimo saggio Il denaro, il debito e la doppia crisi- hanno-reso superfluo non soltanto la maggior parte del lavoro operaio, ma anche gran parte del lavoro impiegatizio e in generale del lavoro intellettuale. La riduzione del numero [dei lavoratori – n.d.r.], che sovente avviene a fronte di un aumento della produzione, è evidente in ogni settore. Un’auto di media cilindrata e peso viene oggi costruita negli stabilimenti di assemblaggio finale utilizzando 8-10 ore di lavoro operaio; soltanto pochi anni fa ne occorrevano tre volte tante. Una macchina per raccogliere cotone nelle piantagioni statunitensi – ma ormai anche in piantagioni dell’Africa o dell’India – compie in un’ora il lavoro di cento raccoglitori umani….Il trasporto marittimo è stato rivoluzionato: una petroliera di 200.000 tonnellate è governata da un equipaggio di sette otto uomini, e pochi di più sono necessari per una nave carica di migliaia di container”.[5] Con il risultato che “Tra il 1991 e il 2011 mentre il pil planetario è cresciuto del 66 per cento, il tasso globale di occupazione è diminuito dell1,1 per cento. In venti anni è stato prodotto un quarto dei beni in più con meno lavoro”.[6]

 

Ora, per quanto la dottrina economica borghese si ostini a disconoscerlo, poiché il plusvalore deriva unicamente dallo sfruttamento della forza lavoro, se di questa se ne impiega sempre meno, inevitabilmente anche la quantità del plusvalore che può esserle estorto diminuisce. A meno che non venga, a parità di salario, prolungata la durata della giornata lavorativa e/o, grazie a quelle stesse tecnologie che ne rendono superflua una parte, la produttività del lavoro non cresca in misura tale per cui uno stesso o un numero minore di lavoratori possa produrne una maggiore quantità. Sennonché da qualche tempo, mentre l’impiego di lavoro salariato ha continuato a diminuire, la produttività del lavoro - come peraltro era prevedibile poiché ci sono limiti naturali oltre i quali, dato un certo grado dello sviluppo tecnico e scientifico, è impossibile incrementarla - ha iniziato a declinare come mai prima nella storia del capitalismo moderno. ”Su un arco di 143 anni – ci informa il vicepresidente della Federal Reserve Alain Blinder- l’aumento medio annuo della produttività è stato del 2,3% annuo…. L’età dell’Oro per l’aumento della produttività, è il quarto di secolo che segue la fine della seconda guerra mondiale, quando l’aumento medio salì fino al 2,8% per cento annuo. Poi ci fu una caduta, sorprendente e misteriosa dal 1973 al 1995 quando scese all’1,4%. Per fortuna si riprese. Ma dall’inizio di questo decennio è crollata: ­­ +0,7% all’anno dal 2010 a oggi, cioè la metà della perfomance peggiore nella storia precedente”.[7]

 

In verità, anche nelle precedenti rivoluzioni industriali l’andamento della produttività del lavoro ha sempre presentato una curva a campana, ma non era mai successo che un’innovazione tecnologica di portata rivoluzionaria non avesse, insieme a un certo incremento della produttività del lavoro, reso possibile anche la nascita di nuovi settori produttivi e la conseguente creazione di un numero di posti di lavoro maggiore di quelli distrutti. E’ accaduto così, per esempio, con la macchina a vapore e le ferrovie, con il motore a scoppio e l’industria automobilistica, con il motore elettrico e l’industria elettrica ecc. Con la microelettronica, invece, non solo la produttività del lavoro ha smesso di crescere ma si distruggono sempre  più posti di lavoro di quanti se ne creano per cui anche la produzione di plusvalore è sempre meno sufficiente per dare adeguata remunerazione alla massa crescente dei capitali che vengono via via accumulati. Quindi, da un lato cresce la pressione della borghesia per intensificare lo sfruttamento della forza- lavoro superstite (rimozione di qualsiasi limite legale alla durata della giornata lavorativa, lavoro precario, legalizzazione del lavoro nero ecc.) e, dall’altro, nella misura in cui la crisi a causa della scarsità di plusvalore, si acuisce, si intensifica e si prolunga sempre più nel tempo e nello spazio la lotta per la sua spartizione.

 

E’ la fame di plusvalore, ossia della linfa di cui, sotto ogni cielo e in ogni luogo, si sostanzia il capitale, che spinge tutti contro tutti, non la Bibbia, il Vangelo o il Corano. D’altra parte basta che, in relazione all’andamento della congiuntura, una qualche variabile macroeconomica, quale il prezzo del petrolio e delle materie prime o i tassi d’interesse e l’entità della massa monetaria messa in circolazione dalle maggiori banche centrali, muti in un senso o nell’altro perché considerevoli quote di plusvalore migrino da un’area all’altra del mondo e da una frazione della borghesia internazionale a un’altra. Migra il plusvalore e ogni migrazione significa la salvezza di uno dei contendenti e la morte dell’altro. L’alleato di ieri diventa di conseguenza il più feroce nemico di oggi e viceversa. A volte anche a giorni alterni, come nel caso dell’Isis, che -a seconda che gli obiettivi che intende colpire o che, dietro lauto compenso, gli viene suggerito di colpire, si trovino in Iraq, piuttosto che in Siria o in Libia, nel Kurdistan irakeno o in quello turco o siriano - viene protetto ora da uno, ora dall’altro dei suoi nemici.  E’ così che recentemente, a Deir Ezor in Siria, ha potuto tranquillamente fare strage di civili inermi, nonostante la zona sia costantemente sorvolata e controllata dall’aviazione russa, statunitense e francese.

 

E’ una macelleria attiva 24 ore su 24 e sette giorni su sette. Ma che c’entra tutto questo con la civiltà? Questa è la barbarie, il frutto avvelenato della decadenza del capitalismo.

 

 

 

 


 

[1] Citazione tratta da F. Rampini – Siria, sì dell’Onu al piano. Via alla transizione - La Repubblica del 19.12.2015

 

[2] L. Napoleoni – Isis, lo Stato del terrore – pag. 68 – Ed. Feltrinelli - 2015

 

[3] Il Congresso del Golfo e i suoi nemici - Limes n. 5/2015

 

[4] Sulla relazione fra le variazioni del prezzo del petrolio e di quelle del valore della massa monetaria e di tutti gli tutti gli asset finanziari in circolazione cfr: G. Paolucci Il saliscendi del prezzo del petrolio ovvero il dominio del virtuale sul reale - http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla/questionieconomiche/190-petrolioreale e Il dominio della finanza - http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla/questionieconomiche/164-dominiofinanza

 

[5] L. Gallino –Il denaro, il debito e la doppia crisi – pag. 24 – Giulio Einaudi editore - 2015

 

[6]Piero Bevilacqua – La merce rara dell’abbondanza - Il manifesto del 28.11.2015.

 

[7] Cit. tratta da: F. Rampini – La Silicon Valley non dà produttività – La repubblica dell’1.06.2015.

 

 

 

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