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POVERA SIRIA, POVERO MONDO, POVERA UMANITA’

Categoria: Asia
Creato: 07 Febbraio 2014 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 3037

“Anche dentro il corpo la tenebra è profonda, e tuttavia il sangue arriva al cuore, il cervello è cieco e può vedere, è sordo e sente, non ha mani e afferra, l’uomo – è chiaro – è il labirinto di sé stesso.” (Josè Saramago)

Dalla  rivista  D-M-D' n °8

IMPAVIDI FINO AL RIDICOLO

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L’inizio non lascia dubbi. In un quadro del tutto sconfortante ci si chiede cosa possa scaturire dai  colloqui di pace “Ginevra 2” i quali, tra l’altro, hanno avuto una gestazione assai travagliata se, messi in agenda per la prima volta nell’estate del 2012, sono via via slittati al maggio 2013, attesi poi a novembre quindi a dicembre, sempre 2013, per essere fissati nuovamente per il 22 gennaio di quest’anno.

I dubbi a cui si faceva cenno sono chiaramente riferiti ad una “Conferenza di pace” che assume sempre più le parvenze di uno sconcio minuetto eseguito da una accozzaglia di briganti – si chiamino USA, Russia, Cina, Arabia Saudita, Iran, Germania, Francia o altri ancora, poco importa – che stanno portando avanti una guerra per delega che ha ben poco da spartire con la “pace” considerati i troppi interessi di parte, e delle potenze mondiali e di quelle regionali.

Arrivare ad un accordo diventa quindi cosa assai ardua poiché se è vero che la mina vagante è rappresentata, in prima istanza, dallo scontro tra i cosiddetti “lealisti”, fedeli ad Assad, ed i ribelli antigovernativi - ossia quel coacervo di sigle laiche, islamiste, jihadiste, curde – è altrettanto vero, tuttavia, come entrambe le parti siano disponibili a dare la loro adesione a condizioni di fatto non accettabili dalla diretta controparte. Resta pure inteso, d’altronde – il copione è ampiamente consolidato – come a tener dietro questi due fronti contrapposti ci siano i relativi sponsor di riferimento, ossia le grandi potenze.

Parlare quindi di una conferenza che si propone la creazione di un governo di transizione basato su un mutuo consenso tra i rappresentanti del regime e l’opposizione moderata è puro esercizio retorico nonché ipocrita perché si sa, ad esempio, che non si può, in questi colloqui, prescindere da una fazione come quella jihadista che, sebbene abbia niente di moderato, fa ugualmente parte dei 43 gruppi islamisti lautamente sovvenzionati, con milioni di dollari, dall’Arabia Saudita.

“Agire in nome dell’umanità contro la barbarie” oppure “rispondere ad un dovere morale”, abbellire, ossia, la medesima conferenza  di etichette dietro le quali si nascondono le mire, gli interessi di attori ben noti ci fa piombare, per l’ennesima volta, in quel teatro dell’assurdo i cui tratti peculiari diventano, allo stesso tempo, il tragico e il ridicolo.

Infatti dietro lo schermo della moralità e altre assurdità assortite, usate come grimaldello per giustificare un intervento armato, si ripropone il solito schema che vede l’interposizione di un “fronte umanitario” che dovrebbe tutelare i diritti umani, difendere la popolazione oppressa e, laddove ancora non esiste, portare la tanto decantata democrazia.

Non abbiamo dovuto aspettare molto per averne una prima, plastica testimonianza: “L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ha ricordato che il numero dei siriani che sono fuggiti dal paese in guerra civile ha superato i due milioni. Sempre l’Alto Commissariato ha chiesto ai paesi europei di accogliere almeno diecimila siriani. Parigi non ha risposto. Per il momento, da gennaio 2013 ne ha accettati 700. La Germania ha promesso di riceverne cinquemila, l’Austria 500, la Svezia 200. Fuori dalla UE, Svizzera e Norvegia dovrebbero accettarne altrettanti. Ma in nessun paese questi rifugiati avranno uno status di migranti permanenti. Saranno in una situazione di “protezione temporanea”, cioè pronti a essere espulsi appena la guerra civile sarà finita.”[1]

E’, in sostanza, il fedele replicarsi di quanto avvenuto già in Libia e prima ancora in Iraq e Kuwait.

Ma cos’è allora che fa inevitabilmente e continuativamente ricadere nel vortice della guerra?

Questa domanda se la fanno in molti - analisti politici o esperti in geostrategia - ma molte e dissonanti sono le risposte nelle quali, tuttavia, è presente un denominatore comune:  occultare scientemente la causa che scatena tali conflitti, ossia le crisi economiche sempre più incalzanti e l’accresciuta competizione internazionale tra potenze imperialistiche in lotta, in una guerra di tutti contro tutti, sia essa per il controllo delle risorse energetiche, delle materie prime, delle rotte commerciali o per meglio posizionarsi in zone ritenute strategiche.

E’ toccato alla Libia, all’Afghanistan, all’Iraq, all’ex Jugoslavia. Ora è il turno della  Siria.

Siria o, per meglio dire, borghesia siriana che, al di là delle demonizzazioni strumentali di turno, è integrata e quindi organica ad una struttura economico-finanziaria internazionale di cui ne rappresenta un segmento.

Significherà pur qualcosa se più del 50% delle esportazioni siriane, costituite essenzialmente da petrolio, derrate alimentari e prodotti tessili, sono dirette in Europa così come non è da trascurare il fatto che quote rilevanti delle medesime esportazioni sono destinate al Nord America, Cina, Iran e finanche l’Arabia Saudita.

Allo stesso tempo la Siria, seguendo il solco di quasi tutti i paesi arabi, ha un endemico fabbisogno di cereali soddisfatto in larga parte dagli Stati Uniti per i quali, come d’uso tra bottegai, vale il motto “business is business”  prescindendo molto disinvoltamente dal nome dell’acquirente, si chiami esso Assad, Gheddafi o Ben Alì.

E’ utile poi ricordare, essendo un fattore non irrilevante, che nel 2003 la Siria di Assad ha fatto parte della “Coalizione dei volenterosi” in Iraq e che tra la borghesia siriana e quella israeliana sono intercorsi, seppure tacitamente, sempre ottimi affari così come sia Assad padre che Assad figlio, per quanto concerne le alture del Golan, occupate da Israele nel 1966 dopo la guerra dei sei giorni e strategiche da un punto di vista di autosufficienza idrica, al netto delle dichiarazioni bellicose di circostanza, non sono mai andati al di là di una flebile rivendicazione, quantomeno fino al 2006.

Le mire statunitensi - giova ricordarlo - nel contesto siriano e da un punto di vista prettamente geopolitico, paradossalmente, non riguardano tanto una evaporazione dell’entità statale Siria quanto un cambio di regime poiché come sostiene Vali Nasr, un ex consulente di politica estera di Obama:” Non possiamo tollerare una Somalia ai confini di Israele, Libano, Giordania, Iraq e Turchia.”[2]

In altre parole, una Siria fallita diventerebbe un ulteriore rifugio per i terroristi, e per ciò stesso un pericolo per i paesi confinanti tutti alleati degli USA, la qualcosa, aggiungendosi alla presenza sempre più ingombrante della Cina, della Russia e dell’Iran nell’area mediorientale, fa sì che gli Stati Uniti pur ritenendo il Mediterraneo meno centrale rispetto al passato debbano continuare ad essere non solo presenti ma operare anche in maniera che gli attuali equilibri possano modificarsi a loro esclusivo vantaggio.

A cominciare proprio dalla condizione prioritaria a cui dovrebbe attenersi la conferenza di Ginevra, ossia rimuovere il presidente siriano Bashar Assad per poi formare un nuovo governo di transizione, condizione rigettata in toto dal governo siriano che non considera in agenda l’uscita di Assad ritenendo invece che prioritaria debba essere per tutti la lotta al terrorismo arrivando perfino a sostenere, per bocca del suo vice ministro degli esteri Faisal Mekdad, che la Siria stia fronteggiando il terrorismo per conto di tutto il mondo.

In tutta evidenza, un dialogo tra sordi.

Ma potrebbe la Siria da sola far fronte agli attacchi concentrici provenienti dagli USA, UE, Israele, Turchia e paesi del Golfo Persico? Certo che no. Farebbe la stessa fine della Libia.

E’ risaputo che l’Iran ma soprattutto Russia e Cina si siano da sempre opposti ad un intervento militare contro Bashar Assad alla luce di mere considerazioni di carattere economico e geopolitico che attengono ad interessi abbastanza consistenti, consolidatisi nel tempo, che non possono essere scalfiti né da moniti internazionali né da pressioni diplomatiche.

Infatti se per Mosca l’interesse è diretto essendo, tra le altre cose, la Siria il settimo compratore di armi ed equipaggiamenti militari nonché per via del fatto che il porto siriano di Tartus è la più grande base navale russa nel Mediterraneo, per Pechino l’interesse possiamo definirlo indiretto.

Tuttavia giova rimarcare come “La Cina ha da tempo soppiantato gli Stati Uniti e l’Europa negli import di petrolio e gas naturale dal Medio Oriente: è ora al primo posto per importazione di idrocarburi da Golfo Persico. Un conflitto in Siria non mette necessariamente a rischio le produzioni nei paesi limitrofi, ma esiste la possibilità che lo scontro si allarghi ai vicini, magari intaccando proprio l’export o – anche solo – che le tensioni facciano alzare il prezzo del petrolio a livelli troppo alti.”[3]

D’altra parte è proprio ciò che i comandi militari americani temono sulla scorta di reiterati ammonimenti iraniani per i quali “ Un attacco alla Siria costituirebbe l’oltrepassamento della “loro” linea rossa oltre a trasformare il Medioriente in una sfera di fuoco. Minacce che evocano il blocco dello stretto di Hormuz, terrorismo su vasta scala, la ripresa economica mondiale soffocata in culla dall’impennata dei prezzi energetici.”[4]

INCENDIO GLOBALE

Chi volesse riproporre lo schema stantìo di una crisi ampia ma pur sempre limitata al solo Medio Oriente vedrebbe di certo confutate le proprie tesi laddove ad un osservatore ben attento si para davanti non più una regione – quella mediorientale – bensì solo uno spazio in rapida frammentazione. Il che vuol dire: non siamo di fronte ad una crisi siriana, egiziana o irachena.

Siamo di fronte ad una crisi mondiale.

Si è perfino scomodato il termine “nuova guerra fredda” considerato che nel conflitto mediorientale sono coinvolti gli Stati Uniti e la Russia che, da potenze imperialiste, non potevano non intervenire in una situazione strettamente intessuta i cui prodromi vanno fatti risalire a quanto è accaduto a partire dalla primavera 2011.

Una situazione di malcontento popolare generalizzato sfociata in rivolte che hanno preso avvio da Tunisi e proseguito per il Cairo, Bengasi, Sana’a per arrivare fino a Damasco dando espressione alle cosiddette “primavere arabe” che hanno rappresentato il grimaldello per scardinare autocrazie in auge da tempo, per poi essere, tuttavia, completamente fagocitate da forze, interessi, dinamiche che prescindevano del tutto  dalla loro piattaforma rivendicativa.

In quale altro modo si può descrivere quanto avvenuto o sta avvenendo in Egitto? Cos’altro ci può essere di più paradigmatico delle sequenze che si sono sovrapposte a partire da piazza Tahrir  fino al colpo di stato del luglio di quest’anno?

Un campo politico polarizzato dai due unici movimenti organizzati in lotta tra di loro per la gestione del potere non potevano non cercare di elidersi a vicenda anche facendo strame degli esiti delle tanto decantate elezioni democratiche nonchè dell’espressione (libera?) della volontà popolare.

Qualcosa di simile era già avvenuto nel 1991 in Algeria - senza che la Francia o altri paesi più o meno democratici avessero niente da ridire - con la messa fuorilegge del Fronte Islamico di Salvezza Nazionale (FIS) da parte del Comitato nazionale per la salvaguardia dell’Algeria (CNSA).

Salvezza nazionale da un lato, Salvaguardia sempre in salsa nazionale dall’altra.

Termini roboanti per nascondere un conflitto interborghese  di cui ha fatto le spese la popolazione algerina.

Ebbene, in Egitto si è riproposta una situazione del tutto analoga come analogo è stato il comportamento dell’America, Russia, Cina, Germania, Francia, Inghilterra e altri ancora che disinvoltamente sono passati dagli ammiccamenti alla Fratellanza Musulmana all’appoggio alla giunta militare.

Fa notare Lucio Caracciolo:” Ciò che ai militari interessa è il controllo del vasto apparato produttivo di cui sono i capofila, la gestione in perfetta autonomia del proprio bilancio e la garanzia del supporto finanziario americano di quasi un miliardo di dollari e mezzo all’anno.”e,  proseguendo “ E gli americani che tanto avevano puntato sui Fratelli musulmani allo scoppio delle “primavere”? A Obama va bene tutto, purchè sia scongiurato il fantasma dell’ennesima guerra civile, a massacro siriano ancora in corso, che rischierebbe di risucchiare gli americani nei conflitti mediorientali da cui cercano in ogni modo di districarsi per dedicarsi alla sola priorità: la Cina.”[5]

Alla luce dell’intera vicenda egiziana diventa quindi naturale chiedersi se l’Islam politico sia finito in quanto non funzionale a società non più ingessate e dove i morsi della crisi fanno scendere in piazza soggetti i più disparati, dalla classe lavoratrice alla gioventù urbana e occidentalizzata.

Può un’affermazione come “l’Islam è la soluzione” interpretare un mondo così composito e percorso, per giunta, da rivolgimenti sociali sempre più difficili da circoscrivere?

Eppure c’è – nonostante questo - chi investe le proprie energie nel voler creare un fantomatico “Emirato Islamico in Iraq e Levante” (EIIL) così come, a suo tempo, Al Qaeda si era proposto di  dare vita ad un “Emirato Islamico di Mesopotamia” sulle ceneri dell’Iraq post-occupazione USA.

Ma cosa si nasconde effettivamente dietro questi deliri? Chi muove queste pedine e per quali fini?

E’ indubbio che i regimi autocratici del Nord Africa e della penisola arabica, fautori di una modernizzazione da far pagare agli strati più deboli,  abbiano cristallizzato contro sé stessi la rabbia sociale, il malcontento popolare che hanno agito, a loro volta, da detonatore nelle rivolte egiziane, tunisine, libiche e yemenite. Ma è altrettanto innegabile come il mondo arabo sia stato, a causa di questi sommovimenti, attraversato da spinte che hanno fatto emergere, con una certa chiarezza, al suo interno i vari fronti che si contrappongono e da cui discende poi l’atteggiamento tenuto nei confronti delle primavere arabe.

Rileva giustamente Gilles Kepel: “Le primavere arabe sono state accolte con benevolenza in Occidente, ma hanno comunicato un’ondata di panico nella spina dorsale delle monarchie petrolifere del Golfo. La prospettiva di un “contagio democratico” ha terrorizzato queste dinastie i cui membri monopolizzano i proventi del petrolio e del gas. Il pericolo toccava ormai la penisola arabica stessa, mentre la comunità internazionale guardava da un’altra parte lasciando prevalere gli idrocarburi in pericolo sui diritti umani a rischio.”[6]

Nello stesso Consiglio di Cooperazione del Golfo si contrappongono il Qatar che ha intravisto nella Fratellanza musulmana il volano in grado di farle fare un notevole salto di qualità, ossia diventare la potenza-guida del mondo arabo sunnita, e l’Arabia Saudita – unitamente ad altri emirati – che, al contrario, nella confraternita degli “Ikhwan” ravvisano una pericolosa concorrenza nel controllo dell’Islam mondiale, ragion per cui nel contesto egiziano così come in quello siriano sostengono i salafiti e, sotto banco, gruppi islamisti che fanno dell’antioccidentalismo la loro cifra significante.

Invero, in questo gioco di contrasti, questo supporto mostra tutta la sua strumentalizzazione in quanto i Saud come anche i vari emiri sanno assai bene che laddove si costituissero veramente i “califfati” i primi ad essere spazzati via sarebbero proprio loro.

Tuttavia ogni contrasto, ogni ammiccamento, per paradossale che possa essere, viene riassorbito dalla lotta contro il cosiddetto “asse sciita” il cui perno, l’Iran, ha trovato modo di ampliare non solo la sua influenza sull’Iraq e sulla Siria ma anche sul Libano attraverso gli Hezbollah e, tramite Hamas, nella Striscia di Gaza ovvero al confine con Israele.

Ce n’è abbastanza per poter volgere in ridicolo i vaticini sulla “fine della storia” e di sicuro l’agenda del nuovo ordine mondiale ha bisogno di una accurata rivisitazione.

DALL’UNIPOLARISMO ALLA GEOPOLITICA DEL MONDO MULTIPOLARE

Alla prima guerra del Golfo (Kuwait 1990-1991) o – per la sua risonanza mediatica – “La prima guerra del villaggio globale”, partecipa una coalizione di 35 stati, dall’Arabia Saudita al Brasile, dalla Francia alla Germania passando, ovviamente, per l’Inghilterra, a guida statunitense seppure sotto l’egida dell’ONU.

Con la seconda guerra del Golfo (Iraq 2003-2011) la cosiddetta “coalizione dei volenterosi” sebbene conti su un maggior numero di aderenti – 48 stati – nei fatti è costituita per l’80% da truppe americane e la quasi restante parte dai soliti cagnolini ossequiosi inglesi, in quanto la partecipazione degli altri stati si riduce a qualcosa di puramente simbolico.

L’intervento militare del 2011 in Libia, a guida Nato, vede il numero degli stati partecipanti scendere a 19 per finire di assumere - nella vicenda siriana - i tratti della pantomima tenuto conto che una “evergreen” coalizione dei volenterosi, disposta finanche ad agire senza mandato ONU, racimola contingenti soltanto dagli  Stati Uniti,  dalla Francia ed Inghilterra con l’aggiunta della Turchia.

Se in passato la “coalition of the willing” aveva potuto operare direttamente avendo le spalle coperte dall’ONU o, per via indiretta, tramite la Nato, nel 2013 il suo iperattivismo ad assetto variabile è stata frustrato da due membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU:  la Russia e la Cina, che si sono opposti in modo deciso ad un intervento armato contro Bashar el Assad.

Cos’è che ha fatto andare a vuoto un meccanismo tanto consolidato? E’ venuta forse meno la capacità di seduzione del “soft power” americano, ossia quel meccanismo di interdipendenze attraverso cui consolidare il proprio potere una volta avvenuta l’implosione dell’Unione Sovietica?

Le ragioni – come è ovvio – sono tutte interne a quella logica di contrapposizione che va a riflettere i nuovi equilibri venutisi a creare  tra le varie potenze imperialiste e che vedono, a livello di cause strutturali, diversi fattori, messi in evidenza da Dominique Vidal, su “Le Monde Diplomatique”, laddove egli così porta a sintesi:” In breve, la “grande svolta”si produce ampiamente nel passaggio da un’architettura mondiale bipolare verso un’organizzazione multipolare, passando per una breve fase unipolare. Nel corso degli ultimi due decenni abbiamo, infatti assistito a cambiamenti straordinari: la disgregazione dell’Unione Sovietica e la dislocazione del suo impero, il rinnovamento e l’espansione della potenza americana, l’estensione planetaria del capitalismo commerciale e la globalizzazione; la ricomparsa della Cina, dell’India e di altri Stati post-coloniali come attori del sistema economico e politico internazionale; la proliferazione di attori non statali che mettono in discussione l’autorità degli Stati nazione; la comparsa di nuove questioni e nuove sfide globali, come il cambiamento climatico; infine, la crisi sistemica dell’economia capitalista mondiale che stiamo attraversando oggi.”   [7]

La fine della Guerra Fredda, fissata plasticamente dalla caduta del muro di Berlino e dalla successiva dissoluzione del blocco sovietico, aveva, invero, ingenerato facili entusiasmi sublimati in particolar modo nelle teorizzazioni di Zbigniew Brzezinski, Francis  Fukuyama e di Samuel Huntington, le quali, tuttavia, non tenevano nel dovuto conto che l’ascesa degli Stati Uniti era, sì, indiscutibile ma non per questo irreversibile.

Per meglio dire: una assai presunta fine della storia era da inserire nel novero delle illusioni  tra  cui quella di poter continuare a vivere al di sopra di tutti col contributo di tutti basandosi sul fatto che gli USA continuavano ad essere la prima economia, il principale polo tecnologico e, di conseguenza, anche culturale ma, soprattutto, il più potente apparato militare, insieme, però, ad un corollario del tutto paradossale consistente nel fatto che  la massima potenza mondiale era, al pari, il massimo debitore mondiale.

“Le potenze emergenti, il cui reddito pro-capite è frazionale rispetto alla media occidentale, detengono favolosi tesori di valuta estera, serbati in parte nei fondi sovrani. Hanno i soldi che mancano ai ricchi e potenti occidentali. Asia è sinonimo di crescita, Occidente di debito. Se nel 1950 l’America produceva metà delle merci mondiali, nel 2050 la stessa quota si immagina venire dall’Asia.”[8]

Quasi a voler conferire ulteriore validità a tutto ciò, intervengono alcuni dati in base ai quali la Cina – dopo oltre un secolo – ritorna ad essere il primo mercato del commercio mondiale affermando, con questo, uno storico sorpasso sugli USA che segue quello appena operato nei confronti della UE laddove lo yuan ha soppiantato l’euro quale valuta più usata nelle transazioni finanziare, dietro il dollaro.

Fareed Zakaria – giornalista indiano naturalizzato americano – sintetizza l’esaurimento dell’egemonia statunitense o, per meglio dire, il cosiddetto mondo post-americano ricorrendo alla locuzione “the rise of the rest “ (il sorgere degli altri) con ciò intendendo che rispetto alle elucubrazioni sulla fine della storia è intervenuto un elemento inedito rappresentato dalla palese constatazione che, nel nuovo paradigma mondiale, sono tanti gli attori che si muovono in piena autonomia annodando alleanze, sancendo accordi, partnership che prescindono in tutto o in parte dal vecchio polo di riferimento.

Una globalizzazione da intendere come uno dei più fattivi portati del mondo unipolare ammette, purtroppo, che – secondo la beffarda legge del contrappasso – gli altri siano sempre più massicciamente presenti nei gangli vitali dell’economia americana, la qualcosa porta lo stesso Zakaria a trarre l’ovvia conclusione “Non possiamo un giorno rumorosamente denunciare gli investimenti cinesi e arabi in America e il giorno dopo aspettarci che continuino a comprare buoni del Tesoro per 4 miliardi di dollari.”[9]

Si assiste, per ciò stesso, ad un rovesciamento della prospettiva, ad una dilatazione della distanza identitaria e progettuale se l’esaurirsi del ventennio che va dalla caduta del muro di Berlino allo scoppio della crisi economico-finanziaria del 2007 fa scrivere a R: Kagan “The return of history and the end of dreams” in cui viene esplicitato, con estrema asciuttezza, che sia la storia quanto la geopolitica erano tutt’altro che finite.

Segno eloquente, pertanto, che è in atto un processo di ridefinizione dei rapporti di potere globali che attiene all’emergere di nuove potenze regionali, dovuti al loro maggiore inserimento nei circuiti dell’economia internazionale, così come al nuovo protagonismo di potenze maggiori quali la Cina, la Russia o la stessa Unione Europea; processo che non si potrà di certo connotare come un magico  concerto se, ad esempio, un paese come il Giappone potrebbe trovare più conveniente – almeno in termini commerciali – orbitare attorno alla Cina quale potenza regionale egemone anziché affidarsi ad una potenza lontana e con seri problemi a cui far fronte.

Ma c’è dell’altro e di più: preoccupano e non poco “fenomeni geopolitici quali la crescente interdipendenza tra Europa centro-occidentale (soprattutto Germania) e la Russia, insieme al consolidarsi di una sfera d’influenza moscovita entro e perfino oltre lo spazio già sovietico (Balcani, Mediterraneo, Medio Oriente, America Latina, Africa), di cui la nascitura “grande trojka del gas” fra Russia, Iran e Qatar è una inquietante espressione col rappresentare un cartello tra i detentori del 56% delle riserve mondiali di oro blu, capace di dominare il mercato del gas e di condizionarne prezzi e approvvigionamenti.”[10]

“Magico concerto” rimanda quasi ad una emanazione surreale, ad un ribaltamento di senso che serve soltanto ad occultare un incancrenirsi della situazione internazionale con picchi di criticità situati  nella’area Asia-Pacifico.

Per essere un “concerto magico” ci si dovrebbe prima intendere sul perché gli Stati Uniti, nel definire il loro orizzonte politico e soprattutto militare, abbiano stipulato un accordo di partenariato strategico (Bilateral Security Agrement) che consente loro, a partire dal 2014, di restare in Afghanistan fino al 2024, oppure resterebbe da capire come mai la Cina, oltre alla riconosciuta e accresciuta influenza nell’ambito degli accordi e negoziazioni internazionali, trova modo di annunciare la creazione di una zona di difesa aerea nel mar cinese orientale, ossia sui territori  contesi con il Giappone.

In apparenza sembra essere di fronte ad un fiorire di iniziative diplomatiche ma, a guardare in controluce, si può leggere  un iperattivismo finalizzato alla presa o al consolidamento di posizioni di vantaggio in funzione di più che possibili futuri confronti/scontri.

A questi elementi, già di per sé assai preoccupanti, si va poi ad assommare un altro effetto sistemico della globalizzazione, vale a dire le integrazioni transnazionali le quali hanno rappresentato un ottimo tramite nel processo di passaggio di potere a vari attori non statali, dando vita, conseguenzialmente,al fenomeno  della cosiddetta multinazionalizzazione, vale a dire una delle nuove forme sotto cui si manifesta l’imperialismo moderno.

MONDIALIZZAZIONE E MULTINAZIONALIZZAZIONE

“Sicuramente uno degli aspetti più interessanti della mondializzazione dell’economia è dato dalla tendenza alla integrazione trasversale e transnazionale di grandi concentrazioni industriali e finanziarie che, per dimensione e potere, superano di gran lunga quello degli stati nazionali.

Espropriati del controllo della massa monetaria e di quasi tutte le altre variabili macroeconomiche che li avevano fin qui caratterizzati e resi indispensabili per il normale svolgimento del processo di accumulazione del capitale, gli stati nazionali, secondo gran parte del “pensiero unico” dominante, volgerebbero verso il loro tramonto per lasciare il posto a nuove realtà transnazionali legate tra di loro dal comune interesse all’efficienza del ciclo produttivo su scala mondiale.”[11]

Giova ricordare, sempre a proposito di mondializzazione, come il fenomeno degli investimenti diretti  all’estero (IDE), già dopo la fine della seconda guerra mondiale si caratterizza per una intensa crescita che trova modo – se consideriamo il ventennio 1967-1988 – addirittura di decuplicarsi  col passare da 112 a 1.140 miliardi di dollari.

Nota interessante è che ancora nel 1967 il 50% dello stock di investimento diretto estero nel mondo era appannaggio degli Stati Uniti seguiti, al secondo posto, dalla Gran Bretagna a considerevole distanza con il 14%.

Alla fine del ventennio in precedenza considerato si assiste, tuttavia, ad un rivolgimento totale rappresentato dal fatto che la quota statunitense è scesa al 30% del totale mentre, di converso, è aumentata quella giapponese e dei cosiddetti paesi emergenti, in primis la Cina che deve, ovviamente, ottimizzare il proprio surplus commerciale e lo fa incrementando i propri investimenti in Africa, America Latina, Unione Europea come anche negli stessi Stati Uniti.

Tutto questo lascia intravedere, a livello sistemico, nuove configurazioni che attengono a vari ambiti quali possono essere un nuovo ordine multipolare, la possibile costituzione di nuove aree valutarie con relativo ridimensionamento del signoraggio del dollaro, il libero fluire del capitale multinazionale con l’affermazione di un imperialismo che, in virtù della tendenza all’integrazione tra grandi gruppi monopolistici, avrà modo di mostrare tratti ancor più dispotici, autoritari, violenti di quanto non abbia fatto finora.

Rileva giustamente E. Screpanti come “Oggi il grande capitale ha travalicato i confini degli imperi e si accumula su scala mondiale senza riguardo agli interessi nazionali di questo o quel paese, neanche quelli in cui risiedono le case madri delle imprese multinazionali…La sua ideologia è quella della globalizzazione come processo di abbattimento delle barriere protezionistiche” per rimarcare dovutamente come “la tendenza del capitale a proiettarsi sui mercati mondiali è una proprietà intrinseca dell’accumulazione capitalistica.”[12]

Constatare quindi come le multinazionali crescano sia per dimensioni che per numero e prendere atto che se, nel 1976 ne esistevano 11.000 e nel 2010 sono diventate 103.788, può servire a focalizzare il fenomeno nella sua più autentica dimensione.

Chi vorrebbe  vedere nell’impresa multinazionale l’impresa che realizza soltanto investimenti diretti esteri in attività produttive non tiene conto che la stessa agisce come “Un agente economico di nazionalità estera che acquisisce la capacità di influenzare e controllare l’economia di più nazioni e il loro futuro:”[13]

Mondializzazione e multinazionalizzazione non possono, pertanto, non essere lette se non come ulteriori spinte verso quei processi di concentrazione e centralizzazione dei capitali – resi più agevoli dalle moderne tecnologie basate sulla microelettronica – quali strumenti più appropriati per far fronte ad una crisi strutturale del sistema capitalistico a livello mondiale.

La dovuta attenzione che meritano queste dinamiche non devono però indurre a ritenere - come vorrebbero far credere i tanti cultori del nuovismo - che il ruolo dello stato debba sbrigativamente essere considerato superfluo.

Considerare lo “stato” come vittima sacrificale dei processi di mondializzazione è del tutto fuori luogo quando non si traduca del tutto in un abbaglio in ragione del fatto che, tenuto conto della profonda vastità dei processi di ristrutturazione e della sempre più pervasiva introduzione della microelettronica nei processi produttivi, lo “stato”, lungi dallo scomparire, ha semplicemente modificato la propria strategia economico-finanziaria coadiuvando le imprese che – se volevano rimanere sui mercati – dovevano imprescindibilmente assumere dimensioni sovranazionali.

In una, svolgendo il proprio ruolo di capitalista collettivo, lo stato ha sollecitato e sostenuto quei processi di ristrutturazione e concentrazione favoriti, tra l’altro, dalla cosiddetta “deregulation”che ha notevolmente inciso sul libero movimento dei capitali ma soprattutto sulla liberalizzazione del mercato del lavoro.

Per essere più chiari:” Se è vero che, fino ad oggi, a trarre i maggiori benefici dall’indebolimento del ruolo dello stato nella gestione dell’economia sono stati i grandi gruppi monopolistici è anche vero che questi stessi alla lunga possono meno di chiunque altro fare a meno di qualunque forma di programmazione e quindi avere dei punti di riferimento macroeconomici sicuri o quanto meno attendibili che solo lo stato può offrire.”[14]

Di certo tale ruolo non è tanto diluito quanto ridefinito poiché vanno a modificarsi le forme di gestione del potere e di intervento dello stato sul mondo dell’economia adeguandole alle istanze, alle direttive provenienti dai centri sovranazionali, la stessa ingegneria istituzionale votata anch’essa ad una marcata centralizzazione nei processi di formazione delle decisioni, le forme di gestione e di controllo del mercato del lavoro.

LA GUERRA MONDIALE GIA’ IN ATTO: GUERRA PER PROCURA, GUERRA VALUTARIA, GUERRA INFORMATICA

Mondializzazione e multinazionalizzazione sono pertanto ben lontane dal prefigurare quella sorta di villaggio globale in cui i vari stati inserendosi, attraverso il mercato, in un ciclo produttivo mondializzato supererebbero le contraddizioni insite nel modo di produzione capitalistico. E’ vero esattamente il contrario. Dovendo far fronte ad una crisi sistemica, ad una contraddizione, sistemica pure essa  nonchè insanabile, giocoforza le varie potenze imperialiste non possono non affinare maggiormente gli strumenti necessari non solo a reggere la concorrenza ma anche a sottrarre vantaggi ai principali competitori.

Agisce però in queste dinamiche un fattore inedito a cui giustamente fa cenno Screpanti quando fa riferimento ai grandi capitali che, nell’incessante ricerca di massimizzazione dei profitti, possono anche prescindere dagli interessi nazionali. Non solo. Agiscono anche interrelazioni tra i vari stati che magari inibiscono un ricorso diretto allo strumento bellico per risolvere eventuali contenziosi. Ad esempio, uno scontro diretto fra Cina e Stati Uniti come quello avvenuto durante la guerra di Corea (1950-1953) avrebbe oggi concrete possibilità di verificarsi laddove un paese come gli USA dipende dal credito che il resto del pianeta gli concede e, nello specifico, il 58% dei titolo pubblici americani è essenzialmente in mano dei giapponesi e dei cinesi?

Cos’è, altrimenti, che indurrebbe l’America a traccheggiare nella disputa cino/giapponese sulle isole Senkaku/Diaoyu o a subire passivamente, in Siria, l’iniziativa russa sulla distruzione delle armi chimiche?

Una realtà mondiale segnata dal permanere di una crisi tutt’altro che finita, dalla ricomposizione degli equilibri del potere economico mondiale - segnatamente con la fine dell’unipolarismo – dalla conflittualità sempre più esasperata tra le varie aree economiche induce l’amministratore delegato della General Electric ad affermare:” Noi statunitensi siamo esportatori patetici, dobbiamo diventare nuovamente una potenza industriale:” laddove “Una massiccia delocalizzazione ha portato alla deindustrializzazione degli USA, diventati paese importatore di quasi tutto ciò che consumano. Di fatto, gli USA finanziano i loro enormi debiti commerciale e pubblico grazie alla capacità di attirare il surplus mondiale, collocando i propri titoli di Stato presso il Giappone e i paesi emergenti, soprattutto la Cina, che li impiegano come riserve valutarie.”[15]

Valga, per sintetizzare più compiutamente il tutto, questo semplice dato: è negli Stati Uniti che la Cina ha ubicato, negli anni, metà degli investimenti in fusioni e acquisizioni di società nel settore energetico. E’ negli Stati Uniti che Pechino, solo negli ultimi tre anni, ha investito 8 miliardi di dollari.

Vien da chiedersi: e se la Cina decidesse, per esempio, di non voler investire più in “treasury bonds”? O se decidesse di riversare sul mercato anche solo parte delle proprie riserve valutarie denominate in dollari? Ma, di converso: converrebbe a Pechino ricorrere a simili misure tenuto conto che gran parte della produzione “made in China” viene assorbita proprio dal mercato americano?

Come si può facilmente evincere le variabili strategiche sono diverse e intersecantisi tra di loro, dal che deriva che in questa fase di nuova “guerra fredda” lo scontro armato tra le varie potenze imperialiste rimane, almeno per il momento, un’opzione poco praticabile per cui diventa più frequente il ricorso alle cosiddette “guerre per procura” intanto che trova modo di inasprirsi la cosiddetta guerra delle valute o quella informatica.

La guerra valutaria o altrimenti detta “guerra silenziosa” si origina, almeno se ci si riferisce alle vicende degli ultimi anni, dalla contrapposizione tra le economie sviluppate  e quelle dei paesi BRICS, ossia Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Per meglio comprendere le ragioni del conflitto è forse utile riandare a quanto sostenuto, nel 2001, in una relazione della banca Goldman Sachs cioè a dire che le economie dei paesi BRIC (poi divenuti BRICS con la successiva adesione del Sudafrica) sarebbero cresciute tanto rapidamente che, nel 2050, il loro PIL sarebbe stato paragonabile a quello dei paesi del G6, nella fattispecie Stati Uniti, Giappone, Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia.

Tale rapida crescita avrebbe, come è ovvio, prodotto effetti e comportato conseguenze, prime fra tutte le frizioni che attengono alla eccessiva liquidità profusa dalla Federal Reserve attraverso il Quantitative Easing. L’immissione mensile sul mercato, da parte dell’istituto americano, di 85 miliardi di dollari si ritiene infatti possa creare significativi squilibri tanto a livello macroeconomico quanto a livello valutario.

Se a ciò si aggiunge l’adozione, da parte del governo giapponese, di una politica monetaria espansiva per mezzo di una svalutazione controllata dello yen onde favorire la fuoriuscita dalla recessione attraverso la crescita dell’export, allora si delinea un quadro segnato da una competizione al ribasso tra dollaro e yen con ricadute negative (rivalutazione) dell’euro e della sterlina.

Lo scenario che si va prefigurando presenta rilievi talmente critici tali da indurre i paesi BRICS a creare un fondo di 100 miliardi di dollari onde proteggersi dagli effetti del cosiddetto “tapering” ovvero “riduzione degli stimoli monetari” anche se tutto questo evidentemente non è bastato per evitare una crisi valutaria che ha interessato proprio i paesi emergenti come l’Argentina, la Russia, la Turchia, l’India e il Brasile con ripercussioni inevitabili sulle borse di mezzo mondo e segnatamente quelle europee.

Una guerra valutaria che si risolve, in ultima istanza, in una svalutazione competitiva che secondo gli intendimenti dei vari “maitres a penser” borghesi, attraverso una serie di allentamenti monetari posti in essere dalle banche centrali avrebbe consentito di sconfiggere un’economia stagnante.

Tutto ciò, tuttavia, è rimasto nel regno dell’aleatorio considerato che queste massicce iniezioni di liquidità o vengono investite, in larga parte, nel settore speculativo o permangono allo stato di liquidità venendo di fatto tesaurizzate in attesa che si concretizzino aspettative di profitto più vataggiose con l’ineludibile corollario che le aziende di tutto il mondo – settore della produzione, quindi – a fronte di una domanda assai carente si guardano bene dall’ effettuare grandi investimenti, dal che può derivare soltanto un esito: un’economia mondiale con crescita assai limitata se non del tutto nulla.

Assai utile è, all’opposto, prendere contezza come anche il governo del sistema monetario e finanziario internazionale risenta delle fibrillazioni in atto tra vecchi e nuovi attori con gerarchie tutt’altro che pietrificate.

E’ un fatto che l’euro sia stato creato per contrastare il cosiddetto “signoraggio del dollaro” e che abbia, finora, espletato questa funzione con una certa efficacia. Tuttavia essendo l’area dell’euro fondamentalmente germano-centrica risente della politica economica e commerciale estremamente aggressiva di Berlino per cui un enorme surplus dei conti correnti relativamente al commercio extra- UE determina un tasso di cambio dell’euro non sostenibile dalle economie degli altri paesi UE e dal quale si origina la crisi europea a partire dal 2010.

Lo stesso yen non poteva, alla lunga, non risentire di un limite rappresentato dal fatto che il Giappone aveva, dopo il 1945, potuto riprendersi solo grazie ai consistenti aiuti degli Stati Uniti, rimanendo tuttavia, nei fatti, un protettorato americano.

Poco o tanto s’è trattato certamente di vincoli che hanno contribuito a far sì che il Giappone non potesse o volesse costituire un’area economica e monetaria unificata nella regione asiatica e non stupisce che questo sia l’obiettivo prioritario della seconda potenza economica mondiale: la Cina.

La fabbrica del mondo, nel corso del tempo, con lo yuan sottovalutato ha potuto dare un notevole impulso alle proprie esportazioni pur accettando - segnatamente nell’interscambio sino-americano - che il pagamento del deficit fosse costituito da una quantità enorme di titoli di stato americani.

Il processo di rimescolamento in corso deve aver convinto Pechino che un progressivo disimpegno dai treasury bonds potesse compensare anche una contenuta rivalutazione dello yuan   consentendogli di riprendersi un’autonomia operativa che porta, oggi, la Cina a concorrere alla creazione di un’area monetaria asiatica che gli permette, al contempo, di concludere importanti accordi di “swap” non solo coi paesi della regione asiatica ma anche col Regno Unito e con la BCE.

Questi approdi, di conseguenza, nella misura in cui lo yuan comincia ad acquisire una dimensione internazionale di grande importanza e ad essere usata come moneta di transazione  e di riferimento anche per paesi di altri continenti, fanno oggi problema.

Il nuovo ordine mondiale che va delineandosi se si distingue per caratteri sempre più spiccati di asimmetria mostra, al contempo, un lato sommerso caratterizzato da molteplici attività tese, tutte,  alla continua caccia di informazioni per conoscere le strategie politiche ed economiche degli altri, per dare alle proprie imprese dettagliate relazioni per renderle più agguerrite nella competizione globale.

Riguarda tutti ed è per l’appunto una guerra di tutti contro tutti in cui primeggiano certamente gli Stati Uniti ma nella quale sono tutti ad essere coinvolti giusto quanto denunciato dall’ex capo dei servizi segreti francesi, Bernard Squarcini, sulle pagine de “Le Figaro”: “Sono sconcertato da tanta ingenuità. Forse i politici non leggono i rapporti che gli mandiamo. Ciascuna nazione spia anche i propri alleati. Gli americani spiano noi e noi facciamo altrettanto. Nel caso degli Stati Uniti però c’è una evidente sproporzione di forze, di mezzi tecnologici in campo, rispetto agli alleati europei.”[16], con ciò a significare che tutti lo fanno e tutti sanno ciò che accade. Sono le regole del gioco.

La sorveglianza totale della NSA va ad inserirsi in questo contesto e le rivelazioni che ne scaturiscono possono servire, ad esempio, ad avere un quadro d’insieme sui mercati emergenti, sull’aggressiva politica di penetrazione cinese in Africa, sull’evoluzione del nucleare iraniano, sulle incognite rappresentate, in un mondo in continua evoluzione, dalle realtà arabe, nordafricane, turche o latino-americane.

Considerati i progressi tecnologici intervenuti in tutti questi anni ne deriva come si sia aperta una nuova frontiera lungo la quale lo scontro tra le varie potenze imperialiste viene giocato servendosi di strumenti sempre più affinati che danno la cifra di una dimensione  di non ritorno in cui è stata scaraventata l’umanità intera.

UNA DERIVA SENZA FINE ?

E’ stato più volte posto in rilievo come tale scontro è diretta derivazione della crisi strutturale del sistema capitalistico e come da ciò discenda, da un lato, il predominare delle forme di appropriazione parassitaria di plusvalore, e, dall’altro, per effetto della mondializzazione del mercato del lavoro e relativa formazione di un gigantesco esercito industriale di riserva, la svalutazione della forza-lavoro al di sotto del suo valore. Per entrare più nello specifico: “ L’intera economia globale, a causa delle contraddizioni nei meccanismi di accumulazione, sta marciando precipitosamente verso una nuova e pesantissima recessione globale i cui costi sociali saranno,  per miliardi di proletari, drammatici in termini di peggioramento delle proprie condizioni di vita e di lavoro e con una crescita del fenomeno della disoccupazione e della precarizzazione del rapporto di lavoro.”[17]

Qualche dato può aiutare ad inquadrare meglio il fenomeno: Secondo un rapporto dell’ILO (International Labour Organisation), nel 2013, i disoccupati nel mondo erano 202 milioni rispetto ai 197 milioni del 2012. Non solo. Entro il 2018 si prevedono altri 13 milioni di disoccupati.

Che dire? Mentre si favoleggia di una ipotetica ripresa nell’ordine, tuttavia, di impercettibili decimali la realtà offre delle cifre che non dovrebbero indurre nemmeno al più cauto degli ottimismi. Con altre parole: mentre si assiste ad un rallentamento del manifatturiero cinese, al contempo un aggiornamento del WEO (World Economic Outlook) rivede al ribasso la crescita delle economie dei paesi emergenti. Se a tutto questo aggiungiamo le difficoltà in cui si dibatte l’eurozona e la stessa economia americana, allora la ripresa, con relativa crescita, assomiglia sempre più alla fantomatica araba fenice.

Una crescita che di anno in anno si allontana sempre più ma che per gli apostoli del pensiero dominante è dietro il classico angolo a patto, però, che vengano fatte le riforme strutturali tra le quali, al primo posto, troviamo ovviamente quella del mercato del lavoro.

Sono gli stessi apostoli che, oggi, non possono più occultare il dato che laddove questa crescita ci sarà non si accompagnerà ad una concomitante crescita dell’occupazione. Nel mondo anglosassone ciò prende il nome di “jobless growth che significa, appunto, crescita senza occupazione.

Aggiungere a quest’ultima altre piacevolezze come la diffusione di lavoratori-poveri, sottopagati e sotto inquadrati con diritti e forme di tutela sempre più evanescenti ci porta a comprendere pienamente cos’è che crescerà o, meglio, che cresceranno: i profitti.

Siamo quindi di fronte ad una lotta di classe in cui l’iniziativa è totalmente nelle mani della borghesia. Come dar torto alla terza persona più ricca al mondo, Warren Buffett quando afferma: “C’è una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo.”? Come altro definire, se non guerra, il forte incremento della disuguaglianza sociale, il carattere vessatorio delle politiche di austerità volte unicamente a soddisfare le esigenze dei “mercati” , la stessa catastrofe ambientale?

Nel saggio di Susan George “Come vincere la lotta di classe”, un lavoro di finzione basata sui fatti – come lo definisce l’autrice, tra l’altro presidente onorario di Attac France – si ricorre ad un espediente immaginario, ipotetico nel trattare tematiche riguardanti il futuro del sistema capitalistico che, estremizzando il concetto, vede la presenza sempre più pervasiva di “ banche, banchieri e traders, il trionfo dei paradisi fiscali e l’utilizzo delle tasse come arma suprema della lotta di classe grazie alla tendenza inarrestabile a diminuirle sui ricchi e ad aumentarle sugli altri.” [18]

Permanendo il nemico di classe, però, occorre anche predisporre le giuste contrarie per neutralizzarlo e l’autrice, a tal proposito, prosegue:” E poi ci sono sempre quei fastidiosi movimenti sociali. Certo, per il momento sono divisi, sembrano comunicare poco tra loro, la loro visibilità mediatica pare durare lo spazio di un mattino. Ma se dovessero iniziare a parlarsi, ad unirsi, a capire che le diverse lotte che portano avanti sono in realtà un’unica lotta, allora sarebbe meglio farsi trovare preparati.”[19]

Ecco il punto!

Punto chiarito ulteriormente da Screpanti:” La contraddizione fondamentale del capitalismo è quella di classe. La globalizzazione la sta esasperando, in quanto tende a redistribuire reddito dai salari ai profitti e ad aumentare la povertà relativa del proletariato. Nello stesso tempo sta livellando su scala mondiale le condizioni di lavoro e i salari (diretti, indiretti, differiti). Sta creando un proletariato mondiale sempre più omogeneo in termini di livello di sfruttamento e di destituzione politica….E mentre si riducono fortemente gli spazi di manovra per le politiche riformiste nazionali, la conflittualità sociale aumenta in tutto il mondo. Non è detto che non possa sboccare in una grande ondata insurrezionale mondiale.”[20]

Insurrezioni, rivolte, tumulti o altro ancora tesi verso che cosa?

E qui arriviamo al “punctum dolens” ritornando da dove siamo partiti: la Siria, la cui vicenda fa il paio, quantomeno a livello di genesi,, con le “primavere arabe”, emblema, a loro volta, di un movimentismo che aveva, all’inizio, suscitato tanti entusiasmi per riaccartocciarsi, alla fine, sui propri limiti, sulle proprie contraddizioni, sulla propria inadeguatezza.

I fatti del luglio 2013 – tratto conclusivo dell’esperienza egiziana – rappresentano, a tal uopo, un vero caso da manuale: gli stessi movimenti che nel 2011 dimostravano contro l’esercito, nel 2013 lo acclamano come salvatore. Cos’è successo in questo lasso di tempo? Semplice: i movimenti sono stati stritolati dalla guerra che si sono combattuti l’esercito e la Fratellanza Musulmana. Esperienze diverse ma sempre con gli stessi esiti le abbiamo viste in Tunisia, in Libia, in Siria.

A fronte di rivolte, insurrezioni o guerre civili a tirar le fila dell’intero discorso è sempre la borghesia sia essa nella versione islamica o in quella militare.

Essere indifferenti al fatto che  debba esistere una rappresentanza politica che ne sostenga le istanze, che porti a sintesi le esperienze di lotta, che indichi gli obiettivi da perseguire, è il più grande limite del fenomeno movimentista. Quando, per sovrannumero, questa indifferenza viene esibita per rappresentarsi come unica forma di ricostruzione politica possibile, declinando verso l’autoreferenzialità, ebbene, gli esiti non possono non essere che quelli che abbiamo sotto gli occhi.

Sono questi i tratti salienti di un movimentismo che ha messo piede anche in diversi paesi europei come pure in quelli nordamericani e nelle cui  manifestazioni, espressioni di un disagio sempre più crescente, figlio di una crisi sempre più pervasiva, la radicalizzazione in senso rivoluzionario del conflitto sociale è stata del tutto assente. D’altra parte proprio il fatto che nel proletariato moderno sono presenti ampie fasce di origine piccolo-medio borghese fa sì che, laddove manchi un preciso punto di riferimento di classe, un’avanguardia politica che abbia elaborato la tattica, la strategia e soprattutto il programma per e della rivoluzione, ovvero un partito comunista su scala internazionale, il naturale approdo dello spontaneismo movimentista non possa non essere che il rifluire in appropriati contenitori che, di volta in volta, la borghesia sa opportunamente predisporre.



[1] Anna Maria Merlo – Il Manifesto  4 settembre 2013

[2] Bill Keller – La Repubblica 13 maggio 2013

[3] Lorenzo Nannetti – Il caffè geopolitico 29 agosto 2013

[4] Renzo Guolo – La Repubblica 26 agosto 2013

[5] Lucio Caracciolo – La Repubblica 5 luglio 2013

[6] Gilles Kepel – La Repubblica 2 settembre 2013

[7] Dominique Vidal – Seminari di Le Monde Diplomatique 5 maggio 2010

[8] Limes: Progetto Obama – n.6/2008

[9] Fareed Zakaria : The Post-American World - 2008

[10] Limes: Progetto Obama – n.6/2008

[11] Giorgio Paolucci: Lo stato a due dimensioni – Prometeo , dicembre 1995

[12] Ernesto Screpanti: Imperialismo globale e crisi – sinistrainrete, ottobre 2013

[13] Gruppo di Lisbona: I limiti della competitività - Manifestolibri

[14] Giorgio Paolucci: Lo stato a due dimensioni – Prometeo, dicembre 1995

[15] Domenico Moro: La guerra delle valute e la bancarotta camuffata USA – Ottobre 2010

[16] Federico Rampini – La Repubblica 25 ottobre 2013

[17] Lorenzo Procopio: Crisi economica e nuovi equilibri imperialistici – D-M-D’ n.4

[18] Susan George: Come vincere la guerra di classe – Ed. Feltrinelli

[19] Idem

[20] Ernesto Screpanti: Op. cit.

 

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