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In Iran le prossime pulizie di primavera?

Categoria: Asia
Creato: 12 Marzo 2012 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 3948

In ballo ci sono i flussi energetici dal Golfo Persico per l’Occidente e l’Asia, il controllo delle armi atomiche, il dominio sulle rotte strategiche tra Oceano Pacifico, Indiano e Mediterraneo, gli equilibri tra le varie potenze

 

Sull’autorevole rivista americana “Foreign Affairs”, nel numero di gennaio 2012, compariva un articolo dal titolo assai eloquente:” E’ tempo di attaccare l’Iran in quanto un attacco è la migliore tra le soluzioni peggiori”. Non praticando l’arte della veggenza non possiamo sapere quando tutto ciò avrà modo di verificarsi, se, appunto, nel periodo che va sotto il nome di “ pulizie di primavera” oppure in autunno quando avranno luogo verosimilmente gli ultimi e risolutivi giochi alle presidenziali americane.

Ciò che diventa invece preminente è seguire certe linee di tendenza, analizzare talune dinamiche in atto che hanno a che vedere con la crisi mondiale e con le conseguenze a cui ineludibilmente essa porta, ossia all’acuirsi dello scontro imperialistico.

Gli scenari fluttuano ma ciò che rimane sempre in piedi è il dispiegarsi del trito armamentario propagandistico che serve a preparare l’opinione pubblica all’inevitabilità di un conflitto causato e voluto dal mostro di turno contro il quale, giocoforza, dovranno intervenire i soliti bombardieri “umanitari”.

Val la pena ricordare come sia già entrato in vigore, a fine dicembre 2011, un embargo, imposto dagli Stati Uniti,  cui ha fatto seguito, di lì a poco, un analogo provvedimento votato dalla sempre  scodinzolante Unione Europea. Inchiodare l’Iran alle conseguenze di queste sanzioni significa puntare al cuore dell’economia iraniana. Significa interferire pesantemente sulle interazioni tra le banche estere e la Banca centrale iraniana ponendo in serio rischio le esportazioni petrolifere che rappresentano il 60% degli introiti statali con conseguenze durissime sulla già fragile situazione economica del paese e che si sono già palesate in termini di svalutazione del riyal, di eliminazione dei sussidi per le fasce meno abbienti, di una elevata disoccupazione e di un’ inflazione che si aggira molto verosimilmente intorno al 40% su base annua.

Il ministro degli esteri britannico, William Hague - facendo ottimo sfoggio di umorismo involontario – ha definito l’embargo “ una misura pacifica e legittimae sarà proprio per via di questa sua natura fondamentalmente innocua (?) che gli Stati Uniti “ ne hanno usato a profusione se, dal 1922 al 1996, hanno imposto 61 embarghi unilaterali contro ben 35 paesi al mondo per l’equivalente del 42% della popolazione mondiale”[1].

Ma, fatta la dovuta tara alle facezie di mister Hague, resta da capire quale sia la vera materia del contendere.

Perché gli Stati Uniti dovrebbero imbarcarsi in una nuova avventura bellica considerato il deficit che grava sulle loro finanze e, alla luce di questo, i tagli al bilancio della difesa, resisi necessari e previsti per i prossimi 10 anni (si parla di qualcosa come 500 miliardi di dollari)?

Non potendo far lievitare ulteriormente la spesa militare, cresciuta notevolmente con gli interventi in Irak e in Afghanistan, per l’imperialismo americano si tratta di dosare questa sorte di “ guerre pret à porter”privilegiando gli scenari laddove la sua potenza va dispiegata per contenere l’espansione geopolitica di paesi con economie emergenti, per primo la Cina, e segnatamente settori come l’Asia-Pacifico o come quello che viene definito il Grande  Medio Oriente Mondiale, ossia “ quel campo d’instabilità centrato sull’Iran e che si estende tra Suez e l’Hindu Kush, tra il Corno d’Africa e il Mare Arabico[2].

In questione ci sono i flussi energetici dal Golfo Persico per l’Occidente e l’Asia, il controllo delle armi atomiche, il dominio sulle rotte strategiche tra Oceano Pacifico, Indiano e Mediterraneo, gli equilibri tra le varie potenze[3].

Il cuore della disputa è allora tutt’altro che l’atomica iraniana quanto l’egemonia dell’Iran in Medio Oriente e segnatamente in un’area dove sono concentrati vitali interessi.

Ambizioni da potenza regionale egemone Tehran le ha sempre coltivate, forte, da sempre, della sua importanza geostrategica, delle sue riserve energetiche che ne fanno il quarto produttore di idrocarburi a livello mondiale, del proprio autoconvincimento a dover diventare il polo principale del panislamismo in versione sciita.

Ciò che manca all’Iran, per alimentare e giustificare tali ambizioni, è qualcosa che è posseduto da  altri paesi dell’area quali Israele, Arabia Saudita o Pakistan: l’arma nucleare.

E’ in quest’ottica che va visto l’atteggiamento di chiusura da parte dell’Iran per il quale il programma di arricchimento non è negoziabile ed a rafforzare ancor  più tale convincimento è l’esatta percezione di un doppio standard che viene applicato a seconda delle convenienze e, facendo leva sul quale, “ l’America non vuole che l’Iran si doti di armi nucleari mentre Israele non vuole – del tutto – che l’Iran sia “in grado” di fabbricare ordigni nucleari[4] e questo avviene mentre gli Stati Uniti, allo stesso tempo, accettano di negoziare con una Corea del Nord che, tra le altre cose, ha denunciato il Trattato di non proliferazione.

Il punto vero è che ben al di là di qualsivoglia pretesa di costringere alla ragione un regime retto da “fanatici integralisti” a fare agio è l’esigenza di contrastare gli ambiziosi programmi di Tehran ed in particolar modo le ricadute che ne deriverebbero sul piano geopolitico, economico ed energetico per le petromonarchie del golfo a cominciare dall’Arabia Saudita e proseguendo col Bahrein ed il Qatar.

Il 2011 è stato certamente segnato dalle rivolte che hanno interessato paesi del Nord Africa come anche del Medio Oriente. Ebbene, esauritasi – almeno per adesso – la loro spinta propulsiva, si potrebbe, nel 2012, assistere ad un certo protagonismo delle monarchie del Golfo che, dopo aver contribuito ad affossare il regime libico e svuotato, di fatto, i vari moti popolari si sono poste alla guida della Lega araba, per fini inequivocabilmente anch’essi egemonici.

Nel dicembre scorso si è svolto a Riyadh una sorta di “Congresso di Vienna mediorientale” dal quale è scaturita la “Dichiarazione di Riyadh” emessa dai sei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo che “ ha cristallizzato un’ampia alleanza sunnita, dominata dall’Arabia Saudita, che rafforza l’architettura di sicurezza nel Golfo di fronte alla minaccia dell’Iran sciita e alla necessità di contenere e indirizzare l’ansia di trasformazione divampata un anno fa nella regione[5].

In un altro passo della dichiarazione si fa esplicito riferimento ad un sistema comune di difesa più rapido tale da giustificare un esercito di pronto intervento del Golfo oltre alla creazione di una “singola entità”, tra i sei paesi del Consiglio di cooperazione, che potrebbe, in futuro, non solo includere anche monarchie sunnite che non si affacciano sul Golfo ma assumere anche i connotati di una “singola entità valutaria”con una nuova valuta unificata dei paesi del Golfo (Arabia Saudita, Kuwait, Qatar e Abu Dhabi) per cui, a transizione ultimata, nel 2018, il prezzo del petrolio non sarà più denominato in dollari.

L’imperialismo USA non può, quindi, non essere presente nell’area in quanto se deve essere dispiegata un’azione di contrasto verso Tehran risulta altrettanto vitale far avvertire, in via preventiva e nei dovuti modi, il peso della sua presenza anche agli alleati di oggi.

Si assiste quindi ad una escalation di tensione che dà vita ad un intreccio perverso per cui le sanzioni americane lungi dal pervenire all’effetto voluto potrebbero inasprire, tra le altre cose, i rapporti con altre potenze che non hanno convenienza alcuna all’embargo.

Un dato di fatto è che se le sanzioni colpiscono direttamente l’Iran è pur vero che vanno ad incidere negativamente sull’eurozona e segnatamente su paesi come Italia, Grecia e Spagna che sono tra i paesi più dipendenti dal petrolio iraniano ma “ Il colpo lo sentono comunque anche gli Stati Uniti perché la tensione con l’Iran viene al termine di una lunga escalation nei prezzi energetici: la media delle quotazioni del 2011 aveva superato del 14% la media del 2008. La stessa bolletta energetica americana è rincarata già di 125 miliardi di dollari nel 2011”[6].

Vien quasi da pensare che mantenere alta la tensione nella regione vada a fare il gioco degli attori in contesa in quanto il rialzo del prezzo del petrolio (quotato in dollari) se consente all’Iran di compensare in parte gli effetti dell’embargo, permette, al contempo, agli USA, attraverso il signoraggio del dollaro, di gestire il tutto da posizioni di forza.

Ma veniamo di nuovo alle sanzioni perché è proprio intorno alla rigida applicazione delle stesse che potrebbero innestarsi delle frizioni tra le varie potenze in quanto gli interessi sono destinati a collidere.

Visto da un angolo visuale asiatico l’embargo petrolifero comporta la rinuncia al petrolio iraniano e quindi il dover optare per scelte politiche e fonti alternative di approvvigionamento che passano sia dalla Russia che dal Medio Oriente.

In un contesto simile è pia illusione pensare, come sostengono alcuni analisti militari israeliani, che un attacco immediato possa risolversi senza suscitare importanti turbative sui mercati petroliferi. Non si può non tenere conto del fatto che l’Iran è il secondo maggior produttore dell’OPEC ed esporta 2,5 milioni di barili al giorno destinati, oltre all’Unione Europea, alla Cina ed al Giappone che ne sono i maggiori importatori rispettivamente col 22% e col 14%. Ma le esportazioni di Tehran riguardano la stessa India, la Turchia e la Corea del Sud.

Se la sentirebbero gli USA di sanzionare la Cina e l’India ossia due paesi che non sono disposti ad aderire all’embargo? Due paesi che non sono disposti a seguire la strada delle sanzioni che pregiudicherebbe la loro sicurezza energetica, presupposto essenziale della loro crescita economica, a cui, a sua volta, è intimamente connesso il mantenimento dell’ordine sociale?

E inoltre – dato certamente non secondario – chi potrebbe eventualmente coprire il maggior fabbisogno causato dalla crisi iraniana? Forse l’Arabia Saudita?

Attenti analisti lo escludono categoricamente in quanto la sua capacità di sovrapproduzione ( “spare capacity”) non è assolutamente sufficiente.

A ciò si aggiunga come diversi soggetti stiano già pensando di aggirare il blocco degli scambi commerciali con l’usare, come moneta di scambio presso la Banca centrale iraniana, l’oro mandando così in pensione i petrodollari.

E’ la crisi in atto che ha acuito e accelerato lo scontro imperialistico che oramai ha assunto i connotati di uno scontro permanente che mira alla ridefinizione delle posizioni reciproche essendoci

in gioco il controllo e la gestione delle materie prime come pure il controllo delle rotte energetiche e/o l’appropriazione parassitaria di plusvalore.

Lo scontro è titanico e gli sviluppi sono tutt’altro che prevedibili.

Quel che è certo è che a subirne gli effetti più deleteri sarà il proletariato internazionale.

Gianfranco Greco


[1] Marina Forti “Sanzioni UE irragionevoli e nel solco di Washington” – Il Manifesto 31 gennaio 2012

[2] Limes n.1/2012 – Protocollo Iran - Editoriale

[3] idem

[4] Limes n.1/2012 – John C. Hulsman : Sull’Iran l’America si gioca la leadership

[5] Michele Giorgio “Le petromonarchie del Golfo pronte a spegnere l’incendio” – Il Manifesto 31 dicembre 2011

[6] Federico Rampini “USA-UE,incubo shock petrolifero”. – La Repubblica 16 gennaio 2012

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