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Iran

Categoria: Asia
Creato: 19 Gennaio 2010 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 2681

DOVE ANDRA’ AD INFRANGERSI L’ONDA VERDE ?

Nei fatti che si stanno susseguendo in Iran può sembrare laborioso distinguere con nettezza quali siano gli attori autentici che stanno rubando  la scena e riuscire quindi a dissolvere questa patina di indeterminatezza che caratterizza la situazione nel suo insieme.

 

Molteplici infatti sono le domande che si vengono a porre ed alle quali cercare di dare risposte dotate di una certa plausibilità. Dato di fatto da cui partire:esiste una protesta che è principalmente giovanile ma non solo. Chi sono i protagonisti della protesta? Contro chi è diretta questa protesta? E quali sono i motivi? E perché a latere delle manifestazioni di piazza sta avendo luogo uno scontro altrettanto duro e senza esclusione di colpi tra  fazioni contrapposte, quella dei conservatori e quella dei riformisti, in cui le contrapposizioni, i compromessi e le alleanze, non semplici da criptare, si dipanano per poi di nuovo aggrovigliarsi in un crescendo che, molto prosaicamente, ha solo a che vedere con la gestione borghese del potere? Ed infine quali prospettive possono avere queste proteste?

La radicalità a cui tali dimostrazioni di piazza sono pervenute può essere emblemizzata dall’immagine dell’ayatollah Khomeini incendiata dai dimostranti insieme a quelle dell’attuale Guida Suprema del paese, l’ayatollah Khamenei, ed a protestare non sono soltanto i giovani anche se questi ne costituiscono la parte rimarchevole - altrimenti non potrebbe essere in un paese in cui i due terzi della popolazione hanno meno di 30 anni -.

Può rivestire un certo interesse cercare di capire cosa porta centinaia di migliaia di persone a manifestare, cosa le induca a squarciare definitivamente quella parete, innalzata dal regime religioso,  al solo scopo di ridurre la dimensione politica, quindi pubblica per antonomasia, negli spazi ristretti del privato, cosa fa sì che venga messo in discussione un mito fondativo come la rivoluzione khomeinista, cosa può indurre a contrastare un principio come quello del “velayat –e-faqih” (la supremazia del giureconsulto, del dotto) che assegna ad una autorità non elettiva come la Guida suprema il controllo diretto dell’esercito, della magistratura, delle telecomunicazioni.

La questione, nel suo insieme, si connette alla lotta che si sta svolgendo e che si è sempre svolta, già all’indomani della rivoluzione, tra i vari gruppi e correnti khomeinisti che possono essere ricondotti a due grandi filoni: quello conservatore e quello riformista. Il primo è rappresentato da un blocco tutt’altro che omogeneo al cui vertice troviamo l’ayatollah Khamenei che, non godendo della stessa autorevolezza e della stessa popolarità di Khomeini, ha oggettivo bisogno di far perno sulle forze armate e di sicurezza nonché sui servizi segreti se vuole attuare le sue politiche.

E’ in quest’ottica che si situa, nel corso degli anni, il rafforzamento delle Guardie della Rivoluzione che trova espressione in una presenza sempre più crescente sia in politica che in economia e questo potere ha avuto modo vieppiù di rafforzarsi con l’elezione  di Ahmadi Nejad sotto la cui presidenza il budget militare è arrivato a fagocitare il 5% del PIL. Gran parte dell’ apparato burocratico di cui si avvale il presidente Ahmadi Nejad proviene dall’esercito o dai servizi di sicurezza e sempre l’esercito ha visto, nel tempo, notevolmente accresciuto il suo coinvolgimento diretto nell’economia mentre alle Guardie della Rivoluzione si è lasciato  dirigere l’impresa nazionale delle telecomunicazioni nonché diverse attività economiche illegali. Non è quindi un semplice caso se tra gli uomini forti del regime troviamo i capi delle milizie paramilitari islamiche, sia dei Pasdaran (generale Iafari) sia dei Basiji (generale Hojattol-islam-Taeb) unitamente all’ayatollah Mesbah principale mentore di Ahmadi Nejad che, a sua volta, è tutt’altro che filo clericale preferendo ammiccare con un certo reducismo, con una comunità del fronte (quello della guerra contro l’Iraq) che costituisce il suo principale riferimento, una sorta di partito invisibile, noto in Iran come “Partito Padegani”, capace di mobilitare alcuni milioni di attivisti, militanti e simpatizzanti nella galassia delle milizie volontarie islamiche. E’ tutto questo che gli consente di tenere la situazione sotto controllo, a proporre piani politici, ad attingere ad uno scaltro populismo laddove destina parte degli introiti petroliferi a favore di larghe fasce di popolazione che riescono a sopravvivere solo grazie ai contributi governativi a loro volta alimentati dalla vendita del greggio. Basti pensare che “negli ultimi quattro anni, il governo di Ahmadi Nejad ha incassato più valuta di quanto ne abbiano incassato in 16 anni i governi presieduti da Rafsanjani e Khatami” (il Manifesto 24.06.09).

Il blocco riformista nominalmente fa capo a Mir Hussein Moussavi - vecchio arnese che è un ingranaggio tutto interno e quindi organico al sistema – ma a tirare le fila, dopo l’abortita esperienza del governo Khatami, è Rafsanjani, conservatore pragmatico che oltre a rappresentare la cosiddetta tecnocrazia dà voce, nella complessa struttura della Repubblica islamica, a quel settore economico non tradizionale: per intendersi meglio quello noto come il bazar.

Il blocco elettorale su cui può contare il raggruppamento riformista è costituito peculiarmente dalle classi medie, quelle urbane, dai professionisti e dagli studenti ma può soprattutto far leva su quei settori della borghesia che vedono nell’isolamento internazionale e nelle sanzioni dell’ONU la causa principale del deterioramento della economia nazionale e di questa disastrosa politica estera ritengono direttamente responsabili l’ayatollah Khamenei ed il suo servo sciocco Ahmadi Nejad.

Lo scontro al vertice è quindi molto acceso e le istanze riformiste, modernizzatrici che Moussavi vorrebbe portare avanti incontrano la resistenza di un blocco sociale nel quale dietro il presidente ultraconservatore si stagliano nettamente forze ed interessi che si sentono minacciati da un cambiamento che atterrebbe sia ad una maggiore autonomia del potere politico rispetto a quello religioso - pur senza venir meno ai principi islamici - sia ad una maggiore apertura verso l’esterno.

Ma a scavare più a fondo nelle protesta sociale sono state le spinte più radicali, quelle che misurano e danno espressione ad un disagio sociale che il regime riesce sempre meno a contenere.

Appena qualche anno addietro Alireza Mahjoub, segretario generale della Casa del lavoro, denunciava come oltre duecentomila lavoratori di 500 fabbriche non ricevevano il salario da mesi, alcuni persino da 50 mesi e come l’unica risposta del governo fosse la repressione più dura.

Il controllo sociale si è fatto, via via, più soffocante ed è finanche tornata in auge la famigerata “polizia morale”mentre, in contemporanea, l’inflazione si è attestata intorno al 25% e la disoccupazione che appena nel 2005 era al 10,5% nel 2009 ha fatto un notevole balzo in avanti superando il 17%.

Il governo ha cercato di tamponare questa situazione deficitaria garantendo una certa redistribuzione del reddito, proveniente dal “fondo speciale per le oscillazioni del prezzo del greggio” , sotto forma di sussidi, pensioni, gratifiche, bonus, assistenza sanitaria a 22 milioni di persone. Tutto ciò è stato reso possibile fino a quando il greggio ha sfiorato i 150 dollari al barile, tale da consentire all’Iran introiti annui per 300 miliardi di dollari. Una volta che questa manna è cessata il meccanismo s’è inceppato. Non solo: la politica dei sussidi e delle elargizioni ha, come contrappasso, praticamente azzerato gli investimenti produttivi con inevitabile ricaduta e su una inflazione a due cifre e sulla occupazione, in particolar modo quella giovanile.

Il FMI ha attestato una crescita, per l’Iran, nel 2009, al 3,2%. Si consideri che nel 2008 tale crescita era stata del 4,5% e nel 2007 addirittura del l’8%.

Con la disoccupazione e l’inflazione che incide pesantemente sulle spalle di milioni di persone non rappresenta di certo una bizzarria se la gente scende in piazza non tanto a favore di Moussavi quanto piuttosto contro Ahamadi Nejad e Khamenei così come, di fronte ad una esasperazione sempre più montante, accade che, per la prima volta, ci siano state forze dell’ordine che si sono rifiutate di sparare sui dimostranti.

La situazione desta una certa apprensione in entrambi i fronti borghesi e la preoccupazione principale è quella di contenere la protesta entro ambiti di gestibilità tant’è che un liberale come Ebrahim Yazdi, ministro degli esteri del primo governo rivoluzionario nel 1979, pur rimarcando le infamie dell’attuale regime ci tiene ad escludere che la legittimità della repubblica islamica possa essere messa in discussione poiché – a suo dire - c’è spazio per cambiamenti dentro il sistema e l’opposizione che ora contesta il voto è leale alla repubblica islamica.

E non va tanto lontano dal vero se la protesta, nonostante la radicalità delle rivendicazioni e dei metodi di lotta, nonostante la rottura di talune barriere sociali, nonostante la conquista di visibilità ed il protagonismo delle donne non è riuscita ad accompagnare a tutto questo un attacco frontale al regime denunciandone la natura classista, la politica classista e finendo per caratterizzarsi, al dunque,

per il suo movimentismo, per il suo rivendicazionismo immediato, per la sua spontaneità; in sostanza: per essere l’espressione di quel rapido e violento processo di proletarizzazione di ampi stradi di  piccola e media borghesia che si sta svolgendo in Iran e nel mondo intero. Mancando agli animatori della protesta la più elementare coscienza della loro nuova collocazione di classe, essi sono indotti a individuare l’origine dei loro problemi non tanto nella crisi del capitalismo, quanto, invece,   nell’arretratezza del pensiero politico del partito che governa l’Iran.

Manca una chiara coscienza di classe e a maggior ragione manca anche un partito di classe per cui  diventa tutto ribellione disperata, destinata, anche nel caso della sconfitta del governo di Ahmadi Nejad, a essere riassorbita nell’ambito del dominio della borghesia e dunque alla sconfitta.

gg

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