Sul declino degli Usa e l’inasprirsi della guerra imperialista permanente

Categoria: Americhe
Creato: 19 Marzo 2021 Ultima modifica: 21 Marzo 2021
Scritto da Giorgio Paolucci Visite: 957

Dalla rivista D-M-D' N°16.  Traduzioni:[EN][FR]

 

Nel nostro vocabolario esiste una parola che più di tutte

rappresenta una speranza per il futuro; questa parola è: Comunismo

(G. Greco)

usakillLe ha davvero provate tutte Donald Trump pur di ribaltare il risultato delle elezioni presidenziali. Ha perfino spinto i suoi sostenitori più accaniti a occupare e a mettere a soqquadro la sede del Congresso convocato -come previsto dalla costituzione - per certificare la vittoria di Joe Biden. Un’irruzione con armi alla mano e che pare mirasse a bloccare i lavori dei deputati e a sequestrare la speaker della Camera, la democratica Nancy Pelosi e a dare una lezione, in stile Klu Klux Klan, al vicepresidente Pence per non essersi opposto alla procedura parlamentare per la ratifica della vittoria di Biden da Trump ritenuta illegittima perché, a suo dire, conseguita per mezzo di gravi brogli elettorali. Accusa mai ritirata nonostante tutte le corti statali e quella federale ne abbiano certificata l’infondatezza.

Definirlo un tentativo di golpe, nell’accezione classica del termine, forse è eccessivo, benché -stando alle ultime indagini dell’Fbi - non sia mancata una qualche complicità da parte di qualche dirigente e agente della polizia locale e di alcuni parlamentari del partito repubblicano.

In ogni caso, sarebbe fuorviante considerarlo un episodio isolato, frutto della personalità disturbata di Trump come si trattasse di un aspirante dittatorello di una qualsiasi repubblica delle banane e non il presidente della prima potenza imperialistica mondiale. E ancor di più lo sarebbe se non si tenesse conto che, nonostante i numerosi scandali che hanno costellato la sua presidenza e la gestione al limite della follia della pandemia (prima negata e poi, dopo esserne stato contagiato ed esserne guarito grazie a una terapia d’avanguardia costata più di un milione di dollari, banalizzata al rango di una qualsiasi banale influenza), ha ottenuto più di 74 milioni di voti (46,91%), un’enormità per gli standard statunitensi. Barack Obama, per esempio, fu rieletto con poco meno di 66 milioni di voti.

 Il personaggio è sicuramente una figura per molti versi border-line e, come peraltro ogni coscienza maturata sotto la scorza del denaro, priva di qualsiasi scrupolo e remora morale; ma proprio per questo, conservando un seguito così robusto,  risulta alquanto lacunosa la narrazione che descrive la sua presidenza come un semplice incidente di percorso  talché ne risulti completamente  occultata quella che è una realtà molto più complessa e contraddittoria con una miriade di linee di  frattura che attraversano tanto i due maggiori partiti e i loro blocchi sociali di riferimento, quanto gli Stati fra di loro e al loro interno, le istituzioni e perfino le stesse forze dell’ordine, cioè l’intera società.

Altro che incidente di percorso, qui siamo in presenza di contraddizioni che vengono più da lontano che le stravaganze di un presidente squinternato possono aver anche acuito ma non determinato.

E qui è opportuno compiere un passo indietro per ritornare alla crisi strutturale che prese l’avvio proprio dagli Stati uniti, tra la fine degli ultimi anni ’60 e i primi anni ’70 del secolo scorso, per estendersi poi al mondo intero.

La risposta alla crisi

Provocata - giusta la teoria delle crisi di Marx che qui non riprendiamo rinviando ad altri nostri contributi[1]- dal crollo del saggio medio del profitto, indusse la borghesia statunitense a potenziare ulteriormente quelli che erano già i punti di forza posti a fondamento dell’impero all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale. In particolare, con la denuncia nel 1971 degli accordi di Bretton Woods. Fu eliminato l’obbligo, che quegli accordi prevedevano, di accantonare un’oncia d’oro per ogni 35 dollari messi in circolazione, a garanzia della veste che il dollaro, ora un biglietto inconvertibile, andava ad assumere come valuta di riserva e mezzo di pagamento internazionale (denaro mondiale) in sostituzione dell’oro.

Fu un’autentica rivoluzione: gli Usa, di fatto, si autoconferirono il potere di stampare una gran quantità di moneta senza produrre una corrispondente quantità di ricchezza reale che veniva così, in una certa misura, sostituita dalla produzione di petrolio e di materie prime di paesi terzi. Potendo, infatti, controllare direttamente,  grazie alla loro enorme potenza militare, e/o per mezzo dei loro alleati (Israele l’Arabia Saudita ecc.), la produzione petrolifera del Medioriente, si diedero il potere di modificare, a seconda le circostanze e la congiuntura economica, le variazioni di valore di tutta la massa monetaria denominata in dollari in ragione delle variazioni del prezzo del petrolio - quotato anche esso in dollari -determinate per mezzo di una qualche guerra o imponendo sanzioni contro qualche paese produttore “ribelle”. Di fatto si diedero il potere di appropriarsi di significative quote del plusvalore prodotto su scala mondiale interferendo sul processo di formazione del prezzo del petrolio e, dunque, anche del valore del dollaro a loro esclusivo vantaggio.[2]

Prendeva così avvio quel processo per il quale, di lì a poco, i meccanismi di appropriazione parassitaria di plusvalore avrebbero prevalso su quelli fondati sulla produzione diretta delle merci (produzione industriale). Sarà, poi, la microelettronica applicata ai processi produttivi e gestionali a sancire il sorpasso definitivo della cosiddetta “Fabbrica della Finanza” sulla “Fabbrica dell’Industria” rendendo possibile sia la delocalizzazione di interi cicli produttivi in paesi con un costo medio del lavoro di molto inferiore a quello dei paesi capitalisticamente più sviluppati, sia la deregolamentazione e l’unificazione su scala mondiale dei mercati finanziari e del lavoro.

Potendo pagarle con dollari che, in quanto denaro mondiale, solo per una minima parte sarebbero stati utilizzati dai paesi terzi per l’acquisto di merci prodotte negli Stati uniti e per il resto trattenuti all’estero per regolare l’interscambio internazionale, per gli Usa divenne sempre più conveniente importare e non produrre le merci necessarie a soddisfare i consumi interni: era come pagarle con cambiali senza scadenza o con scadenza di molto prolungata nel tempo. E quindi, cambiali a go go, per importare merci dall’estero ma anche per rinnovare quelle giunta a scadenza.

È sembrato così di aver finalmente scoperto quella pietra filosofale, invano cercata dagli antichi alchimisti, capace di tramutare i metalli vili (in questo caso la carta) in oro.

Gli Stati Uniti diventavano così gli incontrastati regolatori del processo dell’accumulazione capitalistica su scala mondiale basandosi però non più sulla maggiore forza del loro apparato industriale, ma sulla potenza di quello militare per imporre il riconoscimento del dollaro come unica forma di denaro mondiale.

In tal senso è davvero emblematica l’obiezione che muoveva l’allora presidente 

Reagan a coloro che manifestavano preoccupazione per il continuo accrescersi del deficit della bilancia commerciale e del debito sia pubblico sia privato: «Un alto deficit commerciale e un forte afflusso di capitali stranieri non sono necessariamente un segnale di debolezza, ma piuttosto un segnale di forza [...]. Vista la nostra economia in crescita possiamo permetterci di comprare i beni di chi è meno solido di noi».[3]  Come a dire: «perché sporcarsi le mani per produrre merci quando, grazie alla nostra posizione dominante, possiamo ottenerle a costi di gran lunga inferiori se non gratis da chi non ha la nostra stessa forza?» Di fatto, si eleggeva l’appropriazione parassitaria di plusvalore a componente sistemica e non più occasionale, o comunque accessoria, nel dispiegarsi del processo di accumulazione del capitale.

Non occorreva la sfera di cristallo per intravvedervi, però, il possibile inizio di un processo che nel corso del tempo avrebbe determinato la frattura di tutti gli assetti economici, sociali e politici interni e internazionali così come si erano consolidati a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale.

La deindustrializzazione, il “tradimento” della rivoluzione tecnologica,  

Il primo a esserne travolto fu il mercato del lavoro interno. Fino a tutti i primi anni ’70 del secolo scorso, la maggior parte della forza-lavoro americana era occupata nel settore manufatturiero, in particolare in quello metalmeccanico. Anche la classe operaia si sentiva per condizione economica e status sociale, parte integrante della cosiddetta “middle class”.

Un operaio della General Motors o della Ford, per esempio, percependo un salario orario pari a circa 37 dollari di oggi, poteva assicurare alla sua famiglia un tenore di vita più che dignitoso e consentire ai figli il conseguimento di un livello di istruzione (diploma o laurea) tale da poter aspirare, con buone probabilità di successo, a migliorare in modo anche considerevole la condizione socioeconomica di provenienza. Via via, però, che una parte crescente della produzione industriale veniva delocalizzata e/o sostituita dalle importazioni, molti di questi posti di lavoro evaporarono. Inizialmente, quelli più specificatamente operai e meno qualificati e poi, via via, anche molti dei più qualificati.

 Era diffusa, fra la “comunità” degli economisti borghesi, la convinzione che la nuova, incipiente rivoluzione tecnologica, al pari di tutte quelle che l’avevano preceduta, di lì a qualche tempo, avrebbe generato tanti e tali nuovi posti di lavoro, più qualificati e meglio retribuiti, da compensare ampiamente quelli distrutti. Come sappiamo, almeno finora, è accaduto esattamente l’opposto di quanto si attendeva: posti sempre più qualificati sono stati sostituiti e solo in minima parte, da posti di lavoro più dequalificati e meno retribuiti. É proprio: «Negli anni di Reagan che la divaricazione tra alti e bassi redditi si accentua e comincia a pesare sulle condizioni delle classi medie, mentre l’indice di povertà, 15-17% della popolazione, torna ai livelli del 1965 prima che sopraggiungessero le provvidenze della Great Society johnsoniana».[4]  E già prima che Trump venisse eletto, Walmart la più grande catena di distribuzione, divenuta nel frattempo anche il maggior datore di lavoro degli Stati Uniti, pagava i suoi lavoratori 8,80 dollari l’ora e quel che è peggio si trattava per lo più di posti di lavoro a tempo determinato e privi di qualsiasi protezione sociale, ivi compresa quella sanitaria. E così se: «Nel 1970 la proporzione di ricchezza nazionale posseduta dalle famiglie a medio reddito era del 62%; è scesa al 43% nel 2014 e negli ultimi quindici anni è diminuita del 28%».[5]

Per qualche tempo vi ha posto in qualche modo rimedio la fabbrica della finanza; non già creando nuovi e migliori posti di lavoro, ma concedendo prestiti a chiunque possedesse anche la sola carta d’identità. Prestiti per sostenere i consumi correnti ma anche per acquistare titoli azionari o una casa e perfino per rinnovare titoli obbligazionari in scadenza. Per qualche tempo la cosa ha funzionato ed è sembrato davvero che la ricchezza reale scaturisse, in conformità con le teorie monetariste di Milton Friedman, dalla stampa della moneta.

L’impero fondato sul debito

E quindi – come dicevamo- debito a go go: debito al posto del salario; debito per finanziare le importazioni e debito per saldare debito emesso in precedenza; insomma, un impero fondato sul debito. Intanto però, diminuendo l’occupazione e riducendosi il valore dei salari, per molti lavoratori si spalancava la porta della povertà.

Nel 2010, dopo i due mandati di George Bush, «Il tasso di povertà… è del 15%, il più alto dal 1993, pari a 49,7 milioni di persone: il livello di povertà è calcolato in 23.783 dollari annuali, ma 17 milioni hanno un reddito inferiore ai 12.000 dollari». In altre parole, con l’avvento della fabbrica della finanza e della microelettronica, il lavoro, dall’essere la principale fonte del benessere, è divenuto sinonimo di povertà generalizzata. Di contro i ricchi sono diventati ancora più ricchi e oggi: «L’1% dei super ricchi dispone del 21,8% del reddito (una cifra più che raddoppiata dal 1980) e possiede il 33,4% del patrimonio nazionale netto. Aggiungendo al numero dei super ricchi quello dei ricchi, il 10% della popolazione risulta possedere il 69,8 %»[6].

In altri termini, i ricchi sono diventati ancora più ricchi ma a scapito della classe lavoratrice e di parte crescente della piccola e media borghesia.

Il fatto è che l’appropriazione del plusvalore per via parassitaria, nella fattispecie per mezzo del monopolio della stampa del denaro mondiale, se non in minima parte, non genera salari, per cui più essa si espande tanto più chi vive della sola vendita della propria forza-lavoro impoverisce.

Ora, « In un paese che fonda il suo successo […] sul grande investimento che ognuno fa su se stesso, sull’idea che con le tue forze puoi costruire un impero dal nulla, sull’individualismo come religione… [e in cui - n.d.r.] se cadi è colpa tua […] Se non arrivi primo, è colpa tua»,[7] era del tutto impensabile che un simile e diffuso impoverimento non producesse profonde lacerazioni nel tessuto sociale e non alimentasse la ricerca di un “nemico”(interno e/o esterno poco importa) su cui  riversare la colpa del “proprio” fallimento. Che sarà poi il sentimento su cui farà leva Trump nella sua scalata alla Casa Bianca.

I primi scricchiolii dell’impero

Cresceva il debito dell’impero e la sua produzione industriale rispetto a quella degli alleati- concorrenti diminuiva vistosamente. In percentuale: «Tra il 1970 e il 1987 […] la produzione americana nei confronti di quella del Giappone passa da 495 a 188, nei confronti di quella della Germania da 547 a 188, nei confronti di quella della Gran Bretagna da 820 a 649. In rapporto alla produzione totale della Cee scende da 158 a 104». E di pari passo muta anche: «il rapporto tra il Pil americano e quello mondiale. Nel 1945 alla fine della guerra il Pil americano era il 50% di quello mondiale. Nel 1969 era già sceso al 38% e nel 1980 al 26%. Oggi è al 22% e continua a scendere».[8]  Mutano i rapporti economici a favore dei concorrenti, e di conseguenza si affievolisce anche il legame che li subordina all’impero. Legame che, paradossalmente, si assottiglierà vieppiù dopo che gli Usa, sconfiggendo l’Urss, eliminavano il loro più acerrimo nemico, ma, nel contempo, creavano anche la condizione per cui, per esempio, i paesi della Cee, non avendo più un temibile nemico ai loro confini, hanno potuto allentare il rapporto di sudditanza che comportava la “protezione” statunitense.

Senza più nemici alle porte per quella che intanto era divenuta la maggiore area manifatturiera del mondo, la tentazione di darsi a sua volta una valuta che consentisse di: «comprare beni e servizi all’estero pagando con le monete invece che con altre merci»[9] è divenuta un’attrazione irresistibile. Si avvia così il processo che condurrà alla nascita dell’euro.

All’inizio non preoccupa più di tanto: l’establishment statunitense, ivi compresa la Federal Reserve, ritiene che non avrà vita lunga. D’altra parte, era la prima volta nella storia che si dava una moneta cartacea che fungesse anche da denaro mondiale senza il supporto di un potente Stato nazionale e un altrettanto potente apparato militare. Non si teneva in alcun conto, però, che il signoraggio del dollaro non gravava soltanto sull’interscambio Usa/Ue ma su tutto il commercio mondiale, per cui era nell’interesse di gran parte degli agenti che operavano sui mercati internazionali che nascesse una valuta alternativa al dollaro, che offrisse loro, di volta in volta, la possibilità di poter scegliere fra le due valute con funzione di denaro mondiale in campo, quella più confacente ai loro interessi.

Certo è che l’euro con tutti suoi limiti è ancora vivo e vegeto e, secondo alcuni analisti finanziari, con il 37,8% contro il 37,6% del dollaro, è oggi la valuta più utilizzata negli scambi internazionali. Ma prima, seconda o terza poco importa; quel che conta veramente è che, limitando la circolazione del dollaro sui mercati internazionali, per gli Usa è divenuto sempre più problematico il finanziamento del crescente deficit della loro bilancia commerciale e del loro debito.

E sarà sempre più problematico al punto da costringerli, nel tentativo di rallentare il declino del dollaro e della loro potenza imperiale, a occupare militarmente prima il “Crocevia dell’Asia centrale”, l’Afghanistan e poi l’Iraq. Il primo, per trovarsi al confine con alcune ex repubbliche sovietiche ricche di grandi riserve di gas naturale; il secondo, per assumerne il controllo diretto in quanto fra i maggiori produttori mondiali di petrolio e per impedirgli, come aveva dichiarato di voler fare Saddam Hussein, di quotare il prezzo del petrolio iracheno in euro anziché in dollari.

Così facendo, però, se per un verso è stato posto un freno al declino del dollaro, dall’altro, implicando, un forte incremento della spesa militare, è stata rafforzata la spinta alla crescita del debito. Secondo uno studio del Watston Institute della Brown University le due guerre (Afghanistan e Iraq) sono costate qualcosa come 6000 miliardi di dollari.[10] Un fardello che diventerà ancora più pesante nel 2007 quando esploderà la crisi dei “subprime.” «Basta pensare – ci informa ancora Mammarella – che nel 2008, primo anno della crisi e del primo mandato di Obama, il debito nazionale americano è di 10,6 trilioni di dollari. Sale a 16 trilioni nel 2012 […] ma poi continua a crescere e al momento dell’arrivo di Trump [è di - n.d.r..] 19,9 [e arriva- n.d.r.] nel 2019 a 23 trilioni» di dollari.[11]

La presidenza Obama

Obama, dunque, eredita da Bush un paese nel pieno della più grave crisi dopo quella del 1929; militarmente impegnato in due guerre non perdute ma neppure vinte e fortemente impoverito.

 Affronta la campagna elettorale e vince le elezioni con lo slogan “Yes, We Can!” (Si noi possiamo!) e promettendo una radicale svolta sia in politica estera che economica.

In politica estera, annuncia l’intenzione di voler ritirare le truppe che stanziano in Afghanistan e in Iraq per ridurre gli ingenti costi sia economici che di vite umane. Per mantenerne comunque il controllo, finanzia la costituzione e l’addestramento di forze militari locali sufficienti a dare stabilità ai governi amici fatti “democraticamente” eleggere dagli stessi Stati Uniti.

Ma, come recita l’antico adagio: tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, in Afghanistan l’obiettivo si mostra subito irraggiungibile a causa della resistenza dei talebani. Dall’Iraq, dove è stato insediato un governo sostenuto dalla maggioranza sciita della popolazione, l’esercito americano riuscirà a ritirarsi nel 2011, per farvi ritorno solo due anni dopo, quando sta per cadere sotto il controllo degli Ayatollah sciiti iraniani e al suo confine scoppia la guerra civile nella confinante Siria in cui l’Iran e la Russia appoggiano le forze governative siriane di Bashar al-Assad e gli Usa, Francia e Turchia quelle ribelli.

 Né migliore fortuna avrà l’altro obbiettivo che Obama si era prefisso: stabilizzare l’intera area mediorientale mettendo fine all’annoso conflitto fra Israele e i palestinesi sulla base di una precedente proposta saudita che prevedeva: a) il ritiro di Israele nei suoi confini di prima del 1967, così che i palestinesi potessero costituire un loro Stato indipendente; b) il pieno riconoscimento dello Stato ebraico da parte di tutti i 22 Stati membri della Lega araba.

Obama non farà in tempo neppure ad esporre il piano in un discorso tenuto agli studenti dell’Università del Cairo[12] che gli arriva, da parte di tutto l’establishment israeliano nonché delle potenti lobby ebraiche americane, il più fermo rifiuto ad accoglierlo.

Il fatto è che - come ebbe a dire nel 2006 in un suo intervento al senato il senatore repubblicano Ron Paul: per «… Indurre ed obbligare paesi stranieri, mediante la propria superiorità militare e il controllo sulla stampa di moneta, a produrre e quindi a finanziare il proprio paese»[13] non si può rinunciare all’esercizio diretto della forza

delegandolo ad altri senza mettere in pericolo la propria egemonia.

Per quanto attiene l’economia, per restituirle competitività, Obama punta molto sullo sviluppo delle tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili (Green economy). Vorrebbe incrementare dell’85% gli investimenti pubblici nel settore, in particolare per la produzione di auto a tecnologia energetica da fonti rinnovabili, ma per la forte opposizione della lobby delle potenti compagnie petrolifere e del settore automobilistico tradizionale, a eccezione di una più stringente normativa in materia di inquinamento ambientale e il blocco delle esplorazioni petrolifere sui fondali marini, rimarrà quasi tutto sulla carta. Riesce a far passare, invece, una molto parziale riforma del sistema sanitario (Affordable Care Act o Obama care che dir si voglia) grazie alla quale 32 milioni di americani, che ne erano completamente privi, poterono stipulare un’assicurazione sanitaria usufruendo di un contributo statale.

Intanto, il debito pubblico e il deficit della bilancia commerciale hanno continuato la loro corsa. Negli otto anni della presidenza Obama, il primo aumenterà di ben 9 trilioni di dollari e il secondo, a fine mandato nel 2017, raggiungerà la cifra di ben 510 mld di dollari, di cui 327 con la Cina.

Sul finire del suo mandato, si registra anche una certa ripresa dell’occupazione dopo che era stata letteralmente falcidiata dalla crisi dei subprime. Si tratta però di lavoro precario, dequalificato, part-time involontario, e quasi sempre a tempo determinato e, quel che più conta, mal retribuito. Per cui continuerà a crescere anche il divario fra la quota di ricchezza posseduta dai più ricchi rispetto a quella della classe media e della parte più povera della popolazione. «Nel 1970 la proporzione di ricchezza nazionale posseduta dalle famiglie a medio reddito era del 62%; nel 2004 è scesa al 43% e negli ultimi 15 anni è diminuita del 28%».[14]  

La sorpresa Trump  

Mentre Obama, come abbiamo visto prima, per stabilizzare il predominio statunitense aveva puntato tutto sulla conquista del primato tecnologico nel campo delle energie rinnovabili (green economy) e sulla pacificazione dell’area mediorientale, esercitando la propria influenza sui governi locali “amici” (soft power), Trump rovescia tutto e mira a ristabilire lo status quo ante la crisi dei primi anni ’70 del secolo scorso. Fa suo lo slogan elettorale utilizzato da Reagan nella campagna elettorale del 1980 “Make America Great” e vi aggiunge “Again” (Fare di nuovo grande l’America) e per tutta la campagna elettorale non farà che ripeterlo, aggiungendovi subito dopo: America First, (Prima l’America) e – sottinteso- gli americani. Smentendo tutti i sondaggi vince le primarie e poi, contro ogni previsione, conquista la Casa Bianca. Sull’uomo e la sua personalità sono stati versati fiumi di inchiostro: non è uno stinco di santo e neppure lo nasconde, anzi se ne vanta: «I do play with the bankrupcy law» (faccio affari giocando con la legge sui fallimenti), dice in un’intervista rilasciata al settimanale Newsweek. Insomma, non è proprio quel che si dice un galantuomo.

Ma conosce gli americani ed è un bravo comunicatore. Sa che per l’americano medio perdere il lavoro, impoverirsi, prima ancora che per le sue conseguenze economiche, pesa in maniera devastante sul proprio orgoglio: è  un looser, un “perdente” che, nell’America,  per definizione la “terra delle opportunità”,  è «uno degli insulti più crudeli».[15] E, da perfetto imbonitore qual è, lo assolve dalla sua “colpa” addebitandola all’altro: al nemico esterno, all’invasore e/o all’immigrato che ti ruba il lavoro e finanche  al povero che è povero per colpa sua e che vive di sussidi pubblici. E coerentemente con questa impostazione esordisce dichiarando guerra allo straniero che si è arricchito a spese degli Stati uniti e a tutto l’establishment politico di Washington che lo avrebbe consentito. «Il giuramento che oggi faccio - dice nel discorso inaugurale della sua presidenza del 20 gennaio del 2017 - è un giuramento di fedeltà a tutti gli americani. Per molti decenni abbiamo arricchito industrie straniere a danno delle industrie americane; abbiamo sovvenzionato gli eserciti di altri paesi, consentendo allo stesso tempo di impoverire il nostro sistema militare; abbiamo difeso i confini di altre nazioni, rifiutandoci di difendere i nostri; e abbiamo speso migliaia di miliardi all’estero mentre le infrastrutture americane finivano in rovina e in sfacelo. Abbiamo arricchito altri paesi mentre la ricchezza, la forza e la sicurezza del nostro paese sparivano oltre l’orizzonte. [...] Noi che ci siamo riuniti qui oggi stiamo per imporre un nuovo ordine che verrà udito in ogni città, in ogni capitale straniera e in ogni aula del potere. D’ora in avanti una nuova visione delle cose governerà la nostra terra. Da questo momento in poi, lo slogan sarà: America First!».[16]

È tutto falso ma, come capita spesso ai bugiardi seriali, avendo ripetuto migliaia di volte lo stesso racconto, alla fine deve essersi convinto che fosse la pura verità. Certo è che, promettendo di fare una carneficina, dissotterra l’ascia di guerra e parte lancia in resta contro tutto e tutti. Per prima cosa blocca l’ingresso negli Stati Uniti dei cittadini proveniente da Siria, Libia, Iran, Iraq, Somalia, Yemen e Sudan anche se in possesso di regolare permesso di soggiorno o di lavoro o richiedenti asilo per motivi politici o umanitari. Il provvedimento in sé è di scarsa rilevanza pratica ma serve per mostrare ai suoi elettori e ai “nemici” dell’America quanto sia determinato a mantenere le promesse fatte e rafforzare il consenso del suo elettorato. Poi rimuove la gran parte della legislazione in materia di inquinamento ambientale varata da Obama, si ritira dagli accordi di Parigi (COP 21) sul clima e dà via libera alla cosiddetta “shale revolution” per produrre petrolio e gas con la tecnica del fracking con lo scopo di conquistare la completa autonomia energetica, di poterne esportarne una buona parte e per questo mezzo arrestare, e quindi invertire , la tendenza al declino dell’impero.

Si scaglia contro l’euro e l’Unione europea accusandola di manovrare le quotazioni della moneta unica, come la Cina quelle dello yuan, a danno del dollaro. Minaccia di ritirarsi dalla Nato se i paesi europei che vi aderiscono non aumenteranno del 30% i loro contributi e, ciliegina sulla torta, minaccia la fine del mondo qualora essi rifiutino di importare il gas americano (freedom gas, il gas della libertà) in sostituzione di quello russo.[17]

Esce dall’accordo nucleare con l’Iran e intensifica le sanzioni contro di esso per bloccarne le esportazioni di petrolio. La stessa cosa fa con il Venezuela e con Cuba che lo sostiene.  

In attesa di poter completare la costruzione del muro lungo tutto il confine con il Messico, vara provvedimenti di rara ferocia contro l’immigrazione clandestina.

Infine, inaugura la politica dei dazi contro la Cina e l’Unione europea, con l’intento di porre fine all’arricchimento “delle industre straniere a danno delle industrie americane”, per riportare in patria i posti di lavoro perduti con le delocalizzazioni e crearne di nuovi a milionate.

Insomma: come aveva promesso in campagna elettorale, l’America e gli americani prima di tutto e tutti, costringendo con la minaccia delle armi e ogni sorta di ricatto economico, gli stranieri “nemici” a rimpinguare le casse dell’impero come se quaranta anni fossero passati invano. Come se le casse degli altri fossero un pozzo di San Patrizio e non le casse di paesi stremati dalla crisi ormai epocale del capitalismo; come se non ci fosse l’euro a contrastare il predominio del dollaro e come se il  mercato del petrolio fosse rimasto lo stesso di quello di quaranta anni prima e non  si fosse invece innescata una tendenza al ribasso del suo prezzo a causa  dell’ingresso massiccio di nuovi produttori (Russia, Venezuela, Nigeria ecc.) e della riduzione della domanda per il crescente impiego di gas naturale e di energia da fonti rinnovabili.

E soprattutto come se la Cina, grazie allo sfruttamento bestiale della sua forza-lavoro,[18] da grande serbatoio di manodopera a basso costo al servizio degli Usa, qual era all’epoca di Reagan, non fosse, intanto, diventata la maggiore potenza industriale del mondo capace di competere alla pari e sotto ogni profilo con tutti i paesi, compresi gli Usa.

La Cina

«In meno di un ventennio-documenta ancora G. Mammarella- la Cina ha costruito  4,2  milioni di km di strade di cui 113 mila autostrade, migliaia di ferrovie ad alta velocità (negli Usa neppure uno – n.d.r..), una linea ferroviaria che arriva in Tibet…Dai 193 dollari pro capite del 1980 è salita agli attuali 10.000 […] Secondo la Banca mondiale, tra il 1981 e il 2004, è riuscita a far uscire dalla povertà mezzo miliardo di cinesi e […] dal 2014 è al primo posto con un GDP/PPP (Prodotto interno lordo/parità del poter d’acquisto) di 27,80 trilioni di dollari […]i record della Cina non finiscono qui; essi si ritrovano in tutti i campi: la ricerca scientifica, soprattutto ingegneria e informatica, il numero dei laureati (4 volte maggiore di quello degli Usa) […] e secondo l’Academy of Arts and Science nel 2019 ha superato gli Stati uniti nella spesa per ricerca e sviluppo»[19]

Dal 2013 ha avviato la costruzione della cosiddetta “Belt and Road”, la Nuova Via della Seta, una rete viaria e ferroviaria, abbinata a una via marittima attraverso l’Oceano Indiano che, a lavori ultimati, la congiungerà all’Europa, attraverso l’Asia centrale, il Medio Oriente e la Russia, il Mar Rosso e il Mediterraneo. Per la sua realizzazione sono previsti, negli oltre 60 paesi che attraverserà, investimenti per oltre mille miliardi di dollari. Inoltre, la “China National Petroleum”, ha stipulato un contratto con l’Iran per lo sviluppo del giacimento off-shore di “South Pars” nel Golfo Persico, ossia la maggiore riserva di gas naturale del mondo e a cui nel 2014 se ne aggiunto un altro con la Russia per la costruzione di un gasdotto dalla Siberia alla Cina orientale lungo 2200 km per la fornitura di 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno per trent’anni. Di fatto, con questi due accordi, la Cina ha di molto ridotto la sua dipendenza dal petrolio proveniente dal Golfo Persico e strettamente controllato dalla marina americana.

In considerazione di tutto ciò era, dunque, del tutto prevedibile che l’imposizione di dazi all’importazione delle merci cinesi e/o dall’Europa avesse molte probabilità di risolversi in una sorta di boomerang politico ed economico. Molti paesi europei, come la Germania, l’Olanda (ben l’11% delle sue esportazioni sono dirette in Cina) e la stessa Italia, per i quali l’export costituisce una componente fondamentale del Pil, spaventati dalla politica ricattatoria di Trump, si sono vieppiù avvicinati alla Cina, stipulando con essa diversi accordi commerciali. Lo stesso ha fatto il Giappone. E giusto il 20 gennaio scorso, mentre Biden si insediava alla Casa Bianca, Cina e Unione europea, dopo sette anni di negoziati, hanno dato l’annuncio di aver raggiunto un accordo (Comprehensive Agreement on investment, Caì) molto articolato che prevede, fra l’altro, l’apertura reciproca agli investimenti di entrambi nei rispettivi mercati, ivi compresi, seppure con alcune limitazioni, quelli finanziari. E questo dopo che la stessa Cina con Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, solo qualche mese prima, avevano annunciato di aver raggiunto un accordo per la costituzione della più grande area di libero scambio commerciale e degli investimenti del mondo (Regionale Comprehensive Economic Partnerships- RCEP).

Non meno pesanti sono risultate poi le ripercussioni della politica dei dazi all’importazione sulla stessa economia americana. «La spesa degli investitori stranieri che hanno deciso di puntare sugli Stati Uniti per comprare nuove aziende, azioni o immobili o per ampliare la loro presenza nel mercato americano è scesa di un drammatico 37,7% tra il 2018 e il 2019. Non solo, se grattiamo, sotto la superficie delle cifre della bilancia commerciale si scopre che anche le esportazioni sono calate per la prima volta dal 2016 (-1,3%) e che al calo delle importazioni non è seguita un’espansione del sistema produttivo e manifatturiero nazionale, con l’unica eccezione del comparto petrolifero, rispetto al quale gli Stati Uniti sono diventati più autosufficienti in un anno fra l’altro in cui diminuiva la domanda e crollava il prezzo del barile. Infatti, come emerge dai dati dell’Ufficio di statistica del governo, al netto degli interscambi petroliferi, il deficit commerciale degli Stati Uniti è in realtà aumentato nei primi tre anni della presidenza Trump, così come il disavanzo verso

il resto del mondo, esclusa la Cina, che è cresciuto tra il 2018 e il 2019 di 52,32 miliardi di dollari»[20].

Mentre la Cina non ha accusato grandi contraccolpi, i dazi che per ritorsione essa, a sua volta, ha posto all’importazione di prodotti agricoli dagli Stati Uniti, hanno letteralmente ridotto sul lastrico diversi agricoltori americani di quegli Stati rurali che nel 2016 avevano votato in massa per Trump. Fino a tutto il 2017 la Cina - ci informa ancora Giovanna Pancheri: «Rappresentava il 60% del mercato delle esportazioni di soia americana (Gli Stati uniti sono il primo produttore mondiale di soia-n.d.r.), un giro d’affari da oltre 14 miliardi di dollari. Con l’avvento dei dazi di Trump questi numeri sono precipitati fino a toccare lo zero nel novembre del 2018». [21]  E, confida un agricoltore a Giovanna Pancheri che lo intervista, la Cina: «… Per noi [produttori di soia -n.d.r.] è insostituibile, ma noi non lo siamo per loro. I miei clienti cinesi hanno semplicemente guardato un po’ più a sud, sono andati in Brasile, dove in questi anni gli agricoltori si sono arricchiti sulle nostre ceneri».[22]  E questo non è valso solo per la soia ma è così un po’ per tutti i beni di largo consumo. «A gennaio 2020 quasi il 17% di tutti i beni importati negli Stati Uniti si è ritrovato con qualche nuova forma di barriera all’ingresso, contribuendo secondo l’Ufficio budget del Congresso, a una riduzione del prodotto interno lordo dello 0,5% e a un aumento dei prezzi al consumo di eguale misura. Una vera e propria salatissima tassa mascherata che, nel 2020, è costata in media 1.277 dollari a ogni famiglia americana»[23] aggiungendo così povertà a povertà in un paese che annovera qualcosa come 100 milioni di poveri; in cui come accade a S. Francisco, un laureato con un reddito di 80 mila dollari si può trovare, a causa dell’elevato costo della vita e in particolare degli affitti, a rischio di povertà. E già, perché, nel corso di questi ultimi decenni, la divaricazione nella distribuzione della ricchezza è cresciuta non solo fra la minoranza degli ultramiliardari e il resto della popolazione, ma anche fra i diversi Stati: quelli a prevalenza agricola e/o manifatturiera si sono impoveriti. Si è invece molto arricchita la California con la sua Silicon Valley dove risiede la gran parte dei giganti della microelettronica e dell’informatica (Intel, Apple, Microsoft ecc.) nonché i maggiori colossi del Web (Google, WhatsApp, Facebook, Twitter ecc.). Ma anche qui con grandi differenze fra una minoranza di super ricchi e di tecnici altamente qualificati e il resto della popolazione. È cresciuta, quindi, la domanda di case da parte dei ricchi, che sempre più numerosi vi si sono trasferiti, e i fitti sono schizzati alle stelle (tra il 2010 e il 2020 sono cresciuti di oltre il 70 per cento) per cui molti residenti, come il nostro laureato con un reddito di 80 mila dollari all’anno, si sono ritrovati a “godere” il clima mite della baia di San Francisco dormendo sotto le stelle o in una roulotte nel parcheggio di qualche supermercato.

Insomma, sotto qualunque profilo la si esamini, la “guerra” per fare di nuovo l’America first, non è andata a buon fine. Le imprese manifatturiere che dovevano rientrare sono rimaste dov’erano e le poche rientrate lo hanno potuto fare perché, grazie al progresso tecnico-scientifico, sono state in grado di sostituire un gran numero di lavoratori con nuove macchine. Ma quel che è peggio è che proprio quella (ex) classe media che aveva votato in massa per Trump nella speranza che ne risollevasse le sorti, si è ritrovata ancora più povera anche grazie alla riforma fiscale fortemente voluta da Trump che ha lasciato sostanzialmente invariate le imposte sui redditi più bassi e medio bassi e ha ridotto quelle sui profitti delle grandi corporation dal 35% al 21% e quelle sui redditi dai 500 mila dollari in sù dal 39,6 al 37%. Se a tutto ciò si aggiunge poi la parziale controriforma sanitaria grazie alla quale ben 13 milioni di americani si sono ritrovati di nuova senza alcuna assistenza, ecco che ben si spiega come nel paese dei grattacieli scintillanti, di Zuckerberg che fonda una società specializzata in turismo spaziale per quel famigerato 1% della popolazione americana, possano dilagare forme di povertà da terzo mondo. «La povertà che - racconta Giovanni Pancheri che durante la presidenza Trump ha attraversato in lungo e in largo il paese- ho visto girando per gli USA non l’ho mai vista in nessun altro paese occidentale. È un’indigenza che muta i corpi, che leggi nei denti marci e neri, nei ventri gonfi sorretti da gambe ossute nelle campagne, o nell’obesità smoderata delle periferie urbane, nelle rughe che scavano volti dagli occhi giovani, nelle braccia scheletriche marchiate dai lividi dei troppi aghi. Attenzione, i corpi di cui racconto non sono solo quelli dei senzatetto, ma anche di persone come Vanessa che hanno avuto o hanno ancora un lavoro, con case modeste, con un’auto che nei casi più estremi è anche la loro abitazione. In questo groviglio di piaghe, dipendenze e malattie sta la misura delle condizioni economiche di una persona. Questo accade quando la sanità da diritto diventa commodity, una fonte di profitto da sfruttare al pari del petrolio o del carbone».[24]

In un simile contesto era quindi inevitabile che la frustrazione e la rabbia montassero oltre ogni misura e che la frattura del tessuto sociale divenisse un’autentica voragine. Si è ormai scavato un fossato non solo fra l’esigua minoranza dei più ricchi e la stragrande maggioranza della popolazione, ma anche fra i meno poveri e i più poveri; fra gli immigrati di prima generazione e quelli di seconda o terza; fra le periferie e i centri urbani delle grandi città; fra chi ha anche solo un tetto sotto cui dormire e chi per casa ha solo il marciapiede ecc.  Non stupisce quindi che Trump, riuscendo a incanalare tanta frustrazione sociale, tanto odio contro la “politica” assunta in via del tutto astratta, abbia potuto accarezzare l’idea di potersene servire per imporre con la forza la conferma della sua presidenza.

Biden eredita un paese indebolito sul piano internazionale e profondamente diviso al suo interno anche fra le diverse componenti della stessa borghesia. Le imprese a dimensione nazionale, essendo più esposte alla concorrenza internazionale, protendono per politiche protezionistiche e sono filotrumpiane al contrario di quelle che invece traggono la gran parte dei profitti dai loro investimenti all’estero. Secondo Forbes «sarebbero almeno 500 le aziende americane che hanno investimenti all’estero pari o superiori a quelli negli Stati Uniti. Fra esse c’è Microsoft che ha all’estero il 97%del proprio capitale, Jhonson & Jhonson il 98,6%, Cisco Sistem il 95,7%, Pepsi Co. Il 96,9%, Qualcomm il 92,9%»[25] E poi i grandi fondi di investimento, il cosiddetto capitalismo delle piattaforme, il complesso militare-industriale che fra le sue fila annovera imprese come la Loched Martin, Boeing, Northorop Grumman, General Dynamics, Raytheon, ossia: «Di gran lunga i maggiori produttori ed esportatori mondiali di armi… [con - n.d.r.] un giro di centinaia di miliardi ogni anno».[26] E last but not least – come direbbe Marx- la Federal Reserve. È chiamata a finanziare il più grande debito del mondo e mai registrato in tutta la storia degli Stati uniti. Già nel 2019 ammontava alla stratosferica cifra di ben 23 trilioni di dollari a cui vanno aggiunti gli oltre due mila miliardi stanziati per far fronte agli effetti devastanti della pandemia nonché per lenire in qualche modo le profonde fratture sociali che si sono prodotte a causa della crescente povertà. Se la parte di questo debito che circola all’estero “senza scadenza” si dovesse ridurre ancor più di quanto già si sia ridotta negli ultimi anni, si aprirebbe nei conti pubblici una voragine di tali dimensioni da non poter escludere il fallimento dello Stato e perfino la disgregazione della stessa federazione.

A conti fatti, dunque, gli Usa non possono in alcun modo ridurre o rinunciare alla loro proiezione internazionale. Senza la globalizzazione l’America come tale cesserebbe semplicemente di esistere.

Contenere l’avanzata cinese è, dunque, questione di vitale importanza.

É facile, perciò, prevedere che anche Biden non potrà che fare leva sulla potenza militare del suo paese per contenere l’avanzata dei suoi concorrenti e della Cina in particolare. Potranno cambiare i toni, le forme degli approcci diplomatici, ma la sua politica estera non potrà non ricalcare le orme di quelle del suo predecessore. A tal proposito, scrive Manlio Dinucci sintetizzando ed estrapolando da  un articolo scritto dallo stesso Biden per la rivista “Foreign Affaires”- marzo/aprile 2020, e che poi  ha costituito la piattaforma 2020 del Partito democratico: «il primo passo sarà quello di rafforzare la Nato…A tal fine Biden farà “gli investimenti necessari” perché gli Stati Uniti mantengano “la più  potente forza militare del mondo” e allo stesso tempo farà in modo che “i nostri alleati Nato accrescano la loro spesa per la Difesa”[…] Il secondo passo sarà convocare, nel primo anno di presidenza, “Un summit globale per la democrazia”; vi parteciperanno “le nazioni del mondo libero… in prima linea nella difesa della democrazia.” Il Summit deciderà “un azione collettiva contro le minacce globali”. Anzitutto” per contrastare l’aggressione russa mantenendo affilate le capacità militari dell’Alleanza e imponendo alla Russia costi per le sue violazioni delle norme internazionali”; allo stesso tempo “per costruire un fronte unito contro le azioni offensive e le violazioni dei diritti umani da parte della Cina, che sta estendendo la sua potenza globale”».[27]

C’è da chiedersi, però, all’Europa conviene? La difesa della democrazia, la violazione dei diritti umani? Forse che in fatto di democrazia e diritti umani l’Arabia Saudita, a cui gli Usa vendono fraccate di armi, sta molto meglio di Cina e Russia? Per non dire del Brasile di Bolsonaro; di Israele che occupa illegalmente i territori palestinesi da oltre 50 anni o dell’Egitto del golpista Al Sisi a cui proprio in questi giorni gli Usa hanno venduto 168 missili tattici per un valore di 197 milioni di dollari. Pretendono di essere il faro della democrazia, ma poi hanno costruito un sistema elettorale con tali e tanti vincoli per cui, di fatto, a più del 40% della popolazione di colore e di coloro che percepiscono un reddito inferiore ai 20 mila dollari all’anno è impedito di recarsi alle urne e di votare. Se questo è il pulpito da cui viene la predica è davvero molto arduo credere a tanta nobiltà d’animo. Se – come dicevano i romani “pecunia non olet” se si chiama dollaro, perché dovrebbe quando si chiama euro?

 Insomma: Trump o Biden, se non è zuppa è pan bagnato. É che agli Stati Uniti farebbe molto comodo un’Unione Europea debole, meglio ancora se divisa e ciascun paese con una propria moneta. E l’appello a far fonte comune è di fatto un autentico “aut aut”: o con noi o contro di noi, contando che, posto di fronte all’obbligo della scelta, qualche paese dell’Unione, in particolare fra qualcuno di quelli del cosiddetto “blocco di Visegrad”, emuli la Gran Bretagna. Ma l’Unione europea può davvero rinunciare all’immenso mercato cinese e proprio quando è con la Cina che intrattiene la maggior parte del suo interscambio commerciale senza infliggersi una pesante batosta economica e finanziaria? E quando, a causa dell’accelerazione della crisi provocata dalla pandemia, molte imprese rischiano la chiusura per mancanza di domanda e milioni di lavoratori il licenziamento? Per il momento la risposta, al di là delle dichiarazioni ufficiali, l’Ue l’ha data lo scorso 20 gennaio chiudendo con la Cina l’accordo sugli investimenti di cui si è detto prima.

È che la situazione è tale per cui nessuno può concedere all’altro nulla senza dover sopportare gravi conseguenze. Vale per gli Stati uniti e vale per l’Unione Europa. Ma anche per la Cina. Non si dimentichi che anche essa deve fare i conti con un debito pubblico in costante crescita (nel 2020 è aumentato del 7,3% rispetto al 2019). Nelle aree rurali rimangono ancora sacche di estrema povertà e non può permettersi in alcun modo una significativa riduzione degli attivi della sua bilancia commerciale, che costituiscono la parte più sostanziosa del suo Pil, senza compromettere seriamente la stabilità del suo sistema economico-produttivo. Certo, fra tutti questi attori in campo, è la Ue che rischia di più. Essendo per molti versi un’incompiuta, potrebbe fare la fine del vaso di terracotta di manzoniana memoria: molto dipende da come nel corso del tempo, sotto i colpi della crisi, andrà a ricombinarsi l’attuale sistema delle alleanze internazionali. 

Un dato è certo però: la pandemia, inasprendo la crisi, ha inasprito anche la guerra imperialista permanente -finora combattuta quasi sempre per “procura” - così da rendere inevitabile il coinvolgimento diretto delle maggiori potenze imperialistiche, rendendo molto più concreto il rischio di trasformarsi nella più grande catastrofe di tutta la storia dell’umanità. In questo senso, questa guerra è sì fra i diversi predoni imperialistici ma è soprattutto contro il proletariato mondiale, contro la stragrande maggioranza dell’umanità e nello stesso tempo la conferma che qualunque prospettiva di miglioramento della vita su questo pianeta passa necessariamente per l’abbattimento del modo di produzione capitalistico.

Non è data altra alternativa che non comporti l’imbarbarimento dell’intera società. Ma- come recita una poesia di P. Paolo Pasolini: «…non c’è disperazione senza un po’ di speranza». E come soleva dire il nostro indimenticato compagno Gianfranco Greco: “Nel nostro vocabolario esiste una parola che più di tutte rappresenta una speranza per il futuro; questa parola è: Comunismo”.  

[1]  Al riguardo vedi: K. Marx- Il Capitale – libro terzo- cap. !3° e seguenti, nonché il volume da noi edito: La crisi del capitalismo – il crollo di Wall Street oltre a diversi contributi consultabili alla sezione “Questioni economiche” nel

nostro sito www.istitutoonoratodamen,it e specificatamente: La legge della caduta del saggio medio del profitto - http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla34/index.php/questionieconomiche/162-cadutasaggio.

[2] Per ulteriori approfondimenti su questa materia vedi: G. Paolucci – Il saliscendi del prezzo del petrolio ovvero il dominio del virtuale sul reale - http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla34/index.php/questionieconomiche/190-petrolioreale.

[3] Citazione tratta da: Giovanna Pancheri – La Rinascita Americana – Ed. Sem – pag. 23

[4] G. Mammarella – Dove va l’America – Il Mulino- pag.12.

[5] Ib. pag. 43

[6] G. Mammarella - op. cit. – pp. 42 – 43.

[7] G. Pancheri -op. cit. – pp. 24 -25.

[8] G. Mammarella – op. cit. pp. 19-20.

[9] Marcello De Cecco- La Repubblica – Affari & Finanza del 4.05.1998.

[10] Cfr. G. Mammarella – op. cit. pag. 40.

[11] Op. cit. pag. 42.

[12] Il discorso integrale si può leggere sul sito: https://www.peacelink.it/gdp/a/29630.html

[13] Cit. tratta da: Paolo Conti ed Elido Fazi - Euroil- Fazi Editore – pag.35.

[14] G. Mammarella- op. cit. pag. 43

[15] G. Pancheri – op. cit. pag. 6.

[16] Ib.

[17] Nonostante le minacce americane, di quel gas (freedom gas) più costoso e molto più inquinante a tutt’oggi non un solo metro cubo ha varcato l’oceano. Di più sulla questione vedi: Siria, Iraq, Iran, Kurdistan, Libia

http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla34/index.php/internazionale/58-asia/509-al-capone

[18] su questo vedi: Xu Lizhi – Mangime per le macchine - http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla34/index.php/libro-di-poesie-xu-lizhi/373-mangimemacchine.

[19] G. Mammarella- op. cit. pag. 84.

[20] G. Pancheri -op. cit. – pag. 23

[21] Ib. pag.22

[22] Ib.

[23] Ib.

[24] G. Pancheri – op.cit.

[25] G. Mammarella – op, cit. pag. 118

[26] Ib. pag.16.

[27] M. Dinucci - La politica estera di Joe Biden -  il Manifestò  del10/11/2020.