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Piacevolezze del moderno imperialismo: un poligono di tiro chiamato mondo

Categoria: Americhe
Creato: 31 Maggio 2015 Ultima modifica: 13 Ottobre 2016
Scritto da Gianfranco Greco Visite: 2198

Dalla  rivista  D-M-D' n° 9

“ Una guerra che non è più assalto alla baionetta e nemmeno fischio di granata, ma qualcosa di peggio: sentirsi pupazzi in mano a un Mangiafuoco sconosciuto che accende e spegne focolai a macchia di leopardo, l’Afghanistan, poi l’Iraq, la Siria, poi la Libia, l’Ucraina. Posti dove, per carità, non c’è guerra – guai a nominarla, la guerra -, solo uno stato di instabilità permanente.”

 

(Paolo Rumiz: Come cavalli che dormono in piedi)

 

 

 

donbassUn poligono di tiro chiamato mondo

 

Per il celebre psicologo americano Steven Pinker, autore tra l’altro de “Il declino della violenza. Perché quella che stiamo vivendo è l’epoca più pacifica della storia”[1] il mondo non è mai stato così sicuro e prospero.

 

Suggestivo. Come altro si può definire una scempiaggine che trascolora in comicità allo stato puro? Laddove non si è portati a privilegiare i motti di spirito ci si accorge come la realtà – quella tremendamente reale – rimandi, al contrario, ad una rappresentazione che va a cozzare contro l’assertività di talune scuole di pensiero che prefiguravano e  continuano a prefigurare – a datare dalla fine della Guerra fredda e dal collasso dell’Unione sovietica - un unico modello politico-economico dominante – quello capitalistico – che avrebbe quale portato naturale il conseguente esaurirsi delle  cause strutturali dei conflitti.

 

Un accurato rapporto dell’Institute for Economics and Peace rileva – a quanto riporta Federico Rampini - come “Dal 2007 ad oggi l’indice della pace globale ha ripreso ad arretrare paurosamente. Quell’anno – che coincide con l’esplosione della grande crisi economica – segna anzi una svolta negativa rispetto ad un trend di lenta riduzione delle guerre dopo il secondo conflitto mondiale”[2].  Volendo ci sarebbe da discutere sulla “lenta riduzione delle guerre” ma prendiamola pure per buona se può servire a mettere in risalto come le anime pie riformiste o pseudo tali siano preoccupate da questa inarrestabile deriva guerrafondaia dalla quale – sempre secondo il report dello IEP -  i soli paesi  immuni sarebbero (il condizionale è d’obbligo) soltanto 11 non figurando, tra l’altro, in questo elenco i paesi membri dell’Unione europea che, sebbene non siano sconvolti attualmente da conflitti armati, risultano coinvolti a pieno titolo, in maniera diretta o indiretta, in guerre lontane dai propri confini.

 

E’ pur vero che i temi connessi alla guerra siano stati trattati, da rtempo immemore, sul piano etico ed abbiano interessato antropologi, sociologi come anche studiosi di filosofia politica o filosofia della storia. Purtuttavia ad avere preminenza – in quanto funzionali alla classe preminente – sono stati i tentativi di dare ai conflitti armati una parvenza di ineluttabilità o di considerare, come certa pseudoscienza vorrebbe inverare, la guerra come necessità bio-genetica, come un fenomeno naturale.  Una tale rappresentazione, soprattutto  se relativizzata  alla fase attuale, segnala solo dei tentativi fuorvianti e maldestri tesi ad occultare i motivi essenziali a causa dei quali siano solo 11 i paesi senza guerra intanto che il mondo è stato ridotto ad un poligono di tiro globale.

 

Se la guerra non è liquidabile come retaggio ancestrale e se vogliamo cercarne un intimo senso alla luce soprattutto di ciò che sta avvenendo nei vari angoli del mondo, dalle microscopiche isole  Senkaku/Diaoyu al Corno d’Africa, da Gaza all’Afghanistan, dall’Ucraina al mattatoio mediorientale, ebbene, una valutazione, la più aderente alla realtà del moderno imperialismo, non può prescindere da una specifica presa d’atto:  il particolare periodo storico che stiamo vivendo vede la borghesia sempre più impegnata – per sostenere il processo di accumulazione – in attività sistemiche di appropriazione parassitaria. In una,  questa formazione sociale è oramai entrata nella sua fase di decadenza e ciò aiuta a capire la sua necessità di ricorrere alla guerra per cercare di risolvere le proprie crisi economiche e ne consegue come le stesse guerre da eventi circoscritti nel tempo siano trasmodate in guerre permanenti e segnatamente planetarie.

 

“L’avanzare della decadenza del capitalismo ha determinato che le guerre non siano solo una parentesi nella vita del capitale ma siano diventate un modo permanente di vivere della società borghese. Negli ultimi decenni la guerra imperialistica è stata una costante della realtà del capitale. L’avanzare della decadenza ha quindi determinato che le guerre siano diventate il modo di essere del capitalismo. Una società come quella capitalistica che per continuare a riprodursi è quotidianamente portata a distruggere mezzi e uomini.  Una guerra permanente che è funzionale agli interessi delle grandi oligarchie economiche e finanziarie al potere e che impone all’intero proletariato internazionale un prezzo salatissimo sia in termini di vite umane sia con un vero salto all’indietro nelle proprie condizioni di vita.”[3]

 

Guerre nuove si direbbe. Guerre ad estensione territoriale. Guerre per il controllo delle vie di comunicazione. La gamma è abbastanza ampia anche se, sfrondato dai nominalismi di facciata, il tutto si riduce, nella sua essenzialità, al controllo e alla limitazione dell’accesso alle risorse naturali, del controllo della rendita finanziaria, del controllo della forza-lavoro il cui sfruttamento continua ad alimentare un rilevante interesse.

 

Ma se alla base della guerra permanente abbiamo convenuto esserci l’intento di risolvere le proprie crisi economiche allora è proprio da queste che bisogna partire per circoscrivere e definire  questa sorta di impazzimento che non risparmia nessun ambito geografico. E da dove partire se non dalla crisi  strutturale del capitalismo che scava sempre più a fondo per cui si assottigliano ulteriormente le possibilità di ripresa nonostante la flessibilizzazione selvaggia e la precarizzazione sempre più diffusa della forza-lavoro?  Recessione, stagnazione depressione sono fenomeni sempre più pervasivi e ad esserne contagiate sono non solo le cosiddette economie mature ma anche quelle emergenti dal che consegue una competizione sempre più esasperata che determina un inesorabile processo di sviluppo dei contrasti tra potenze imperialistiche globali con annesso coinvolgimento delle cosiddette potenze regionali, ed in tale scenario gerarchie che si ritenevano consolidate ed equilibri considerati anch’essi immutabili vengono messi in discussione. Diventano motivi di controversia le zone d’influenza proprie e quelle altrui come anche le quote di un mercato da ridisegnare globalmente considerati i mutati rapporti tra i principali attori del proscenio mondiale. E le diverse spinte che avvicinano sempre più alle rispettive “linee rosse”  riflettono le loro aspirazioni come anche le loro paure.

 

Non sfugge come ci si trovi di fronte ad un enorme calderone in cui convivono le pretese di chi, come gli Stati Uniti, intende continuare ad esercitare la propria egemonia in quanto “potenza necessaria”, di chi, come la Russia, intende recuperare il rango perduto e riemergere come potenza imperialistica in grado di contrapporsi in particolar modo agli Stati uniti su più versanti, , di chi, come la Cina, assurta  a “locomotiva del mondo” e forte di questa sua nuova dimensione economica mira a ribadire la propria rilevanza nei vari contesti mondiali e, segnatamente, mettersi alla testa del nuovo ordine asiatico. Non bastasse questo,  ad inasprire ancor di più la situazione concorrono i dati economici più recenti  che non inducono di certo all’ottimismo: ad una caduta del PIL russo di quasi il 20%, alla quale concorrono tanto la caduta del prezzo del greggio quanto gli effetti delle sanzioni, si accompagna una certa difficoltà della Germania che inizia a soffrire del rallentamento delle economie dei clienti internazionali. La stessa Cina anche se si appresta a consumare il sorpasso economico sugli Stati Uniti non cresce ormai da tempo a doppia cifra finendo con l’attestarsi a quota 6,8% secondo quanto ribadito dagli ultimi rilevamenti. Note non certo allegre provengono dalla terza economia mondiale, il Giappone, che affonda nella quarta recessione in cinque anni  nel mentre  – con esplicito riferimento agli USA  -  Federico Fubini fa rilevare come “Gli Stati Uniti sono impegnati in una lunga ripresa che, dati alla mano, si sta dimostrando la più debole degli 11 cicli economici contati dal dopoguerra. Di recente il Fondo monetario internazionale ha ridotto la sua stima del potenziale di crescita americano al 2%, cioè ha ridotto quello che si considera un po’ il limite di velocità del motore dell’economia”.  [4]

 

Da ciò discende quindi un approccio diverso che, declinato sulle attuali dinamiche capitalistiche, induce spesso a parlare di “grandi impotenze” riferendosi, appunto, agli Stati Uniti, alla Russia o alla Cina,  proprio per porne in rilievo le attuali limitatezze, i punti critici, le debolezze, in un senso, ovviamente, assai relativo in quanto ci si riferisce pur sempre a concentrazioni statali con un loro peso economico, con una loro rilevanza finanziaria, con un loro potere di deterrenza a iniziare da quello nucleare.

 

Nondimeno  la percezione/consapevolezza di trovarsi in una dimensione sospesa, tra compromesso e scontro, tende ad acuire ancor di più i già persistenti elementi di crisi e muove ad una contrapposizione sempre più serrata, modulata su una “nuova guerra” per intanto “fredda”  che trova modo di manifestarsi in diversi contesti geografici nel mentre la guerra “guerreggiata” viene combattuta per via indiretta, per procura, e vede impegnati eserciti regolari, compagnie militari private, paramilitari, signori della guerra, mercenari.

 

Paradigmatici di questa “nuova guerra” sono  il teatro ucraino e quello mediorientale, ovvero due territori che rivestono un’ importanza rilevantissima,  in termini geostrategici,  in quanto veri cardini della porta d’accesso d’accesso all’Eurasia.

 

Ed è proprio la loro connotazione geostrategica a far sì che il conflitto centro-europeo in Ucraina e quello mediorientale iracheno-siriano, ossia le due principali aree di crisi, sembra si intersechino  producendo come effetto l’incrociarsi ravvicinato delle maggiori potenze con, a seguire, il coinvolgimento degli attori locali.

 

 

 

Ucraina, la guerra al centro dell'Europa

 

Quanto accade in Ucraina, ossia nel centro dell’Europa, assume una straordinaria valenza in quanto è scontro ormai aperto tra Russia e Stati Uniti con una tensione che ci riporta alla guerra di Corea o alla crisi dei missili a Cuba.  Chiarire il senso delle dinamiche in corso rimanda ad un processo di incubazione che ha inizio appena dopo il collasso dell’impero sovietico e che si manifesta attraverso una strategia di accerchiamento dello spazio ex-sovietico esemplificato dall’espansione della Nato verso Oriente con tanto di pressione ai confini orientali dell’Europa. Tutto questo è reso in maniera esplicita da Zbigniew  Brzezinski, fautore della dottrina della profondità strategica - sintetizzata nel suo libro “La grande scacchiera” scritto nel 1998  – imperniata sull’assioma che agli Stati Uniti si dovesse riconoscere un premio geopolitico per essere rimasti - negli anni ’90  -  unica potenza globale e incontrastata,  e sul principio di dover  intralciare qualsiasi possibile alleanza tra la Russia, la Cina e l’India poichè questa coalizione avrebbe potuto ridurre sensibilmente il primato americano mettendo in discussione quel premio geopolitico che altro non era se non la supremazia nell’Hearthland asiatico. Prioritario in questa strategia diventava il controllo dell’Ucraina e del Caucaso, ragion per cui, attualizzando il tutto, si comprende meglio quanto accaduto in Georgia e quanto sta accadendo in Ucraina. Brzezinski si è mosso, di certo, lungo un solco tracciato – in piena ebbrezza unipolarista – dal Pnac ( Progetto per un nuovo secolo americano), un istituto di ricerca creato nel 1997 che sostiene  – molto sbrigativamente -  ancora adesso come la leadership americana sia un bene sia per l’America che per il resto del mondo ma soprattutto come  questa leadership vada poggiata  sulla forza militare. Tuttavia, nel frattempo, lo scenario mondiale si è notevolmente modificato andandosi a verificare quanto aveva ipotizzato,  Charles Krauthammer, noto giornalista conservatore statunitense, che, nel 1990, introduceva , sì, il concetto del “momento di unipolarità” ossia di un periodo  in cui gli Stati Uniti potevano fare tutto ciò che ritenevano opportuno ma, parimenti, sosteneva come nessuna egemonia potesse ritenersi eterna e che quindi questo periodo non sarebbe durato per sempre.

 

Ciò sta accadendo e ad una dimensione unipolare è andata via via sostituendosi un multipolarismo  che impone di calibrare meglio gli interventi ed in particolar modo l’uso della forza finendo per privilegiare altri percorsi che, col prescindere da una esposizione diretta, consentono di conseguire risultati altrettanto efficaci.  Il “regime change”, in quest’ottica, si presta ottimamente alla bisogna essendo già stato sperimentato in vari contesti, dalla ex-Jugoslavia alla Tunisia, dall’Egitto alla Libia,  in Venezuela, nella stessa Ucraina, col  perseguire una logica di “destabilizzazione creativa” facendo leva su  certa manovalanza che risponde alle sigle di Otpor, Canvas, Javu. Nell’intreccio ucraino, tuttavia,  si è privilegiato un taglio più specialistico fomentando adeguatamente la russofobia di  certuni settori della ultra-destra ucraina, quali i nazisti di Pravy Sektor e Svoboda, reclutati, finanziati e addestrati nella vicina Polonia.

 

Piccola notazione:  sono gli stessi rottami che pretendono la riabilitazione della Divisione SS ucraina “Galizien” o dal battaglione “Nachtigall”, resisi protagonisti, durante la seconda guerra mondiale, di atti eroici come possono esserlo gli omicidii di massa perpetrati ai danni di ebrei, rom, tartari, russi, polacchi. Sono gli stessi rottami che evocano personaggi talmente mitici -  come Bandera,  Demjanuk, Fostun -  da passare meritoriamente alla storia per quello che sono effettivamente stati:  genocidaires.

 

Ebbene,  i cosiddetti “peacemaker”, quelli che sentono sulle proprie spalle la missione storica di  portare la democrazia e i diritti in ogni angolo del mondo, non si peritano di avvalersi di questo armamentario criminale pur di realizzare i propri obiettivi.  Nulla di inedito, beninteso, né di esclusivamente riferibile ai soli americani. Specularmente, dall’altra parte, oltre a dar fiato ad una stantìa retorica sulla “seconda guerra patriottica” (dopo quella del 1941-45) si da campo libero a gruppi nazionalisti filorussi, panslavisti,  a teorici di destra come Alexander Dugin.

 

“La maggioranza dei membri della Commissione UE non capisce nulla di questioni mondiali. Vedi il tentativo di far entrare nella UE l’Ucraina. E’ megalomania… hanno posto a Kiev la scelta: o UE o Est… ci vuole una rivolta del Parlamento europeo contro gli eurocrati di Bruxelles , così si rischia la terza guerra mondiale”[5] Queste sferzanti righe non appartengono al demagogo di turno ma sono, al contrario, le parole allarmate dell’ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt che vanno a fare il paio con quanto dichiarato dall’ex capo del Pentagono dell’amministrazione Obama, Robert Gates:” L’allargamento così rapido della Nato ad Est è un errore e serve solo ad umiliare la Russia fino a provocare una guerra”.[6] Non è dato sapere chi abbia inculcato negli analisti, nei geo-strateghi statunitensi la convinzione che l’accerchiamento della Russia sarebbe potuto avvenire “in perpetuum”; che bloccare lo sviluppo di relazioni sempre più strette tra paesi europei, con in testa la Germania, e la Russia e la Cina, o, ancor di più,  preparare il terreno per la sostituzione, nelle forniture europee, del gas russo con lo shale gas americano non avrebbe provocato reazione alcuna. Si è trattato, palesemente, di una calcolo sbagliato in quanto  era già inscritto nell’ordine naturale delle cose e quindi del tutto  prevedibile che la Russia non avrebbe accettato all’infinito questo ridimensionamento/accerchiamento e che non avrebbe accettato passivamente di essere relegata al ruolo di potenza regionale, al più continentale, ma giammai globale . Essenzialmente in questo è consistita la politica antirussa teorizzata e portata avanti dagli americani  nella convinzione quasi ossessiva che il principale competitore a livello mondiale rimanga la Cina, nei confronti della quale deve essere portata avanti  una strategia di contenimento che abbia come riferimento tanto l’Eurasia quanto l’oceano Pacifico. All’interno di questa strategia diventa prioritario che la Russia resti debole e quindi impossibilitata a contrastare la presenza statunitense in  Asia Centrale laddove  diventa altrettanto prioritario il controllo delle risorse energetiche nonché la rimozione di qualsiasi ostacolo che possa limitare o danneggiare gli interessi vitali degli Stati Uniti.  Siano essi localizzati in Ucraina,  in Medio Oriente, ovunque.

 

Considerata dall’angolo visuale russo la prospettiva cambia notevolmente in quanto gli interessi di Mosca vanno a confliggere con quelli americani. Se per gli Stati Uniti  è di primaria importanza che, in relazione all’ esigenza di contenimento di potenze emergenti quali la Cina e l’ India,  la Russia venga neutralizzata frustrandone qualsiasi velleità da grande potenza, orbene per Mosca diventa questione vitale impedire questo processo di accerchiamento che se non contrastato adeguatamente avrebbe come ineludibile sbocco una sua seconda e forse definitiva implosione dopo quella del 1989.

 

Ecco i motivi per i quali la Russia dopo la totale irrilevanza in vicende come l’ex-Jugoslavia, l’Iraq o le primavere arabe, forte anche di una crescita economica che a partire dal 1999 fino al 2011 si è attestata stabilmente intorno al 7% annuo, ha ricominciato a dire la sua così in Caucaso come in Crimea, mettendo in conto ma senza curarsene eccessivamente i possibili danni alle sue relazioni col mondo occidentale. Non solo.  Nella vicenda ucraina, più che intravedere, si staglia la sua ombra dietro la destabilizzazione delle province sud-orientali, il cosiddetto Donbass.  Vellicando sapientemente una certa insofferenza della popolazione russofona, alimentata colpevolmente dalla russofobia alimentata dall’amministrazione centrale e,  contribuendo fattivamente alla decomposizione territoriale ucraina,  Mosca mira all’annessione di queste province dove è concentrata in larghissima parte l’industria propriamente detta nonché quella mineraria ed in tal senso si è sempre speso per la concessione, da parte di Kiev,  di una fattiva autonomia alle province di Donetsk e di Lugansk, a valere come prodromo di una successiva federalizzazione alla Russia. Dovesse realizzarsi questo progetto alla Unione Europea ed agli Stati Uniti resterebbe in mano un’ Ovest dell’Ucraina scarsamente industrializzato, in quanto sostanzialmente agricolo, ma soprattutto un paese sull’orlo del fallimento.

 

Non per niente, senza adeguati aiuti internazionali, si rischia una Weimar al cubo. Come sono lontani i tempi in cui – siamo nel 1991 – l’agenda del nuovo stato ucraino prevedeva una transizione veloce, l’entrata nella UE e l’adesione alla Nato!  Le cose, al contrario, hanno preso una piega un po’ diversa e se, per esemplificare, nel 1992 il reddito medio ucraino era il 90% di quello polacco, nel 2014 è meno del 40%. Con questo e altri indicatori, tutti volti al negativo, e con una guerra civile che ha già fatto 4 mila morti verrebbe da chiedersi come facciano il FMI e la UE a richiedere una stabilizzazione politica che, nei fatti, li vede come corresponsabili di questo disastro. E non solo. In termini di aiuti, secondo quanto scrive G.P. Caselli “ Bruxelles ha offerto all’Ucraina 15 miliardi di dollari per i prossimi due anni: questi possono prendere la forma di prestiti, investimenti, concessioni doganali. L’erogazione di tali aiuti  è condizionata al raggiungimento di un accordo fra il governo provvisorio  ucraino e il FMI che non sarà facilissimo. Gli Stati Uniti hanno promesso un miliardo di dollari in garanzie su prestiti, mentre la Banca mondiale sta conducendo trattative  per un prestito di tre miliardi di dollari da investire in progetti infrastrutturali e riforme economiche”.[7] In breve, un cinico decalogo di buoni sentimenti portato avanti da filantropi in servizio continuativo.

 

Il dato paradossale è che, facendo salve le più che lodevoli intenzioni dei soggetti sopra menzionati,  25 miliardi di dollari della disponibilità finanziaria di Kiev sono prestiti concessi dalle banche dell’odiata Russia. “Sic transit gloria mundi!”.

 

 

Il tourbillon delle sanzioni e la minaccia dello shale gas

La cancelliera tedesca, Angela Merkel, a Brisbane in occasione del G20 ha tenuto a rimarcare come la crisi ucraina non sia soltanto regionale ma che può trasformarsi in un incendio globale con la possibilità concreta che venga messo in discussione l’ordine europeo. Frau Merkel si è tenuta un po’ stretta. Ha tartufescamente evitato ogni riferimento all’ordine mondiale, quello che è, sostanzialmente,  posto in discussione.

 

L’immancabile sua tiritera su ulteriori sanzioni contro Mosca rimandava più ad una liturgia da celebrare che non ad un sano convincimento. E ne aveva ben donde se si considera come le immancabili ritorsioni russe, le contro-sanzioni per dirla in breve, vadano a incidere negativamente e con una certa consistenza proprio sulla “locomotiva” europea. Infatti “Nel caso specifico della Germania, sono particolarmente colpiti il settore dell’elettronica, alcune fasce della meccanica, l’alimentare. Da considerare che circa 350.000 impieghi in Germania dipendono direttamente dal commercio con la Russia”[8] e nel prosieguo si rileva come  la stessa Germania “ è divisa tra il mantenimento della fedeltà agli Stati Uniti e la necessità di sviluppare gli accordi con la Cina e la stessa Russia, opzione di lungo termine delle strategie tedesche”[9]. Emerge cioè il timore che possa essere messa in discussione quella Ostpolitick inaugurata da Willy Brandt nei primi anni ’70 che ha consentito all’economia tedesca di espandersi ad Est. Si tratti, comunque, di necessità o di soli timori, gli uni e gli altri risultano essere condivisi da altri partners europei quali la Francia, l’Italia e la stessa Inghilterra il cui centro finanziario nevralgico, la City, subirebbe per prima gli effetti del congelamento dei beni di investitori russi finiti nel mirino. A subire immancabili conseguenze sarebbero, tra l’ altro,  multinazionali come la Unilever e banche come la Raiffeisen Bank o la Societè Generale. Tali sanzioni, volute principalmente dall’alleato statunitense,  oltre a riguardare l’ambito economico e finanziario hanno mirato, più decisamente, al settore energetico col blocco delle forniture di tecnologie di estrazione e raffinazione e tutte insieme hanno determinato – nella sola prima metà del 2014 -  una fuga di capitali, dalla Russia, stimabile all’incirca in 75 miliardi di euro col corollario di ricadute sul corso del rublo e sull’aumento dei prezzi.  Che il varo delle sanzioni dipenda dalla sola annessione della Crimea è abbastanza riduttivo laddove il gioco che si sta conducendo riguarda – nelle sue linee essenziali -  il controllo della produzione delle fonti energetiche, il loro prezzo, la loro commercializzazione. Con l’evidenziare tutto ciò, diventa palese, ad esempio, come, fatto il punto sulla imprescindibilità delle forniture russe di gas – quanto meno per il momento –  giacchè le stesse non possono essere sostituite, si provvede ad inserire una variante con  un fine ben preciso:” L’obiettivo è la marginalizzazione progressiva non delle forniture russe – che servono, eccome – ma del ruolo dominante di Gazprom nella commercializzazione europea del suo gas, fatta di relazioni strette e intricate con “utilities” europee, soprattutto dell’Est. E’ questo settore che ha garantito a Gazprom i più forti margini di profitto, che d’ora in poi andrebbero a spartirsi tra gli altri operatori non produttori, incluse le grandi aziende internazionali di marketing. Ecco perché è in atto anche il tentativo di emarginare Gunvor, colosso concepito dagli strateghi del Cremlino per commercializzare il gas russo e portare a casa i profitti complessivi del business energetico  prodotto dalle proprie aziende”.[10] Ed infatti nelle le sanzioni USA è indicato come obiettivo di rilievo  il trader petrolifero Gunvor.

 

Alle sanzioni, quindi, vanno inevitabilmente a corrispondere delle contro-sanzioni che non si limitano al blocco delle importazioni di prodotti agroalimentari per i paesi europei che hanno aderito alle sanzioni o alla restrizione, nei confronti di società occidentali, di operare nel settore dei media. Si è, nei fatti, alzato il livello dello scontro quando Mosca ha deciso di disfarsi dei titoli di Stato statunitensi – i Treasures –  comprando, al loro posto, oro. Segnale forte da parte di un paese – la Russia – che oltre a detenere il 10% delle riserve auree complessive mondiali  fa parte dei Brics, ossia di quel gruppo di paesi che rappresenta il 40% della popolazione mondiale, il 20% del PIL globale,  che possiede il 75% delle riserve di valuta estera e che esporta per un ammontare di quasi 5 trilioni di dollari. Ebbene, i Brics decidendo di creare una banca da 100 miliardi di dollari per finanziare progetti infrastrutturali  e, tra le altre cose, per affrancarsi dal cosiddetto rischio di disinvestimenti, mirano esplicitamente a ridimensionare il ruolo e l’influenza del FMI, della Banca Mondiale ma soprattutto il signoraggio del dollaro.

 

Non è difficile intravedere dietro questa mossa politica la presenza della Cina che vuole ridimensionare il ruolo degli USA e quella della Russia che mira, da un lato, a parare i contraccolpi delle sanzioni e, dall’altro, a precostituirsi una “exit strategy” dall’attuale situazione di ristagno volgendo la propria attenzione alla Siberia ed all’Estremo Oriente Russo o, per meglio dire, a quei territori che - oltre a costituire la propria cassaforte zeppa di risorse energetiche e materie prime - da soli assicurano il 75% degli introiti da esportazione dell’ intera Russia.

 

Ciò non va visto come un ritorno della “tentazione eurasista” che immancabilmente viene recuperata come chiave di lettura “ad hoc” tralasciando, invece, di soppesare adeguatamente le implicazioni connesse alla vittoria dei repubblicani americani alle elezioni di mid-term  e le reazioni che ne potrebbero scaturire “ per i mercati del petrolio e del gas naturale con conseguenze importanti sugli equilibri geopolitici globali”.[11] Questione molto delicata e controversa quella dello shale-oil e dello shale gas americani. Se, limitatamente  allo shale-oil, gli Stati Uniti tenderebbero a sfruttare l’enorme produzione interna destinandone una certa quota all’esportazione,  finendo così col destabilizzare paesi come la Russia, l’Iran e la stessa Arabia saudita, le cui entrate dipendono per oltre il 50% dal petrolio, allora riesce un po’ difficile capire  com ‘è che ”Gli Stati Uniti consumano oggi 18,3 milioni di barili di petrolio al giorno e ne producono fra shale e tradizionale 11,5 compresi i biocarburanti”. Forse dovrebbe essere spiegato più diffusamente in che cosa consiste questa “enorme produzione interna” ovvero quante rocce devono ancora essere frantumate a che gli Stati Uniti diventino il primo produttore mondiale di petrolio. Per quel che attiene lo shale-gas si viaggia pressochè in parallelo:   fatta salva, per comodità di linguaggio, una capacità di esportazione che dovrebbe raggiungere il proprio pieno potenziale nel 2022, e reso chiaro che, nello scontro imperialistico in atto, la produzione del gas da scisti  altro non sarebbe se non uno strumento di pressione nei confronti della Russia ma anche della UE, a più riprese sollecitata a spezzare questo cordone energetico che la lega a Mosca. Il principale fornitore europeo diventerebbero gli Stati Uniti mentre la Russia verrebbe, di fatto, estromessa, in termini geopolitici, dal quadrante europeo.

 

Lo shale-gas statunitense presenta tuttavia aspetti molto controversi in quanto si da per scontata, risolta, una questione che in effetti non lo è. Scrive a tal proposito Fabio Mini:” Se la produzione interna dovesse salire a coprire il fabbisogno nazionale, gli americani avrebbero accesso a quote sostanziose di mercato del gas. In questo caso dovrebbero sottrarre mercati e clienti alla Russia, al Qatar e alle repubbliche centroasiatiche. Facendo poi cartello con i fidi australiani e con i canadesi (altri produttori di shale-gas). Occorre però che America e Australia facciano presto, “se ne hanno veramente la capacità”[12] Perfetta sintesi alla quale, per entrare ulteriormente nel merito, è doveroso aggiungere alcune considerazioni che gettano nuova luce sull’intera problematica. Il presidente del Consiglio di amministrazione di Gazprom – Aleksej Miller – ritiene che la questione dello shale-gas sia soltanto propaganda, anzi la definisce “una delle bolle speculative uscite dagli Stati Uniti in preda alla disperazione”. A supporto di tale tesi snocciola una serie di cifre: “ I rendimenti medi dei pozzi di Barnett in Texas (maggior produttore) sono di soli 6,35 milioni di metri cubi di gas in tutta la loro vita produttiva, il che corrisponde al rendimento medio “mensile” di un pozzo russo che produce per un periodo di oltre 15-20 anni. Ciò significa che il rendimento di un pozzo di gas di scisti è di almeno 200 volte inferiore a quello dei campi tradizionali. La disponibilità di gas russo è di 3,3 trilioni di metri cubi (circa un terzo del totale mondiale). All’attuale tasso di consumo, può durare ancora 72 anni. Il volume complessivo di gas di scisti prodotto negli Stati Uniti, se ripulito, liquefatto e spedito in Europa con navi metaniere, non sarebbe sufficiente nemmeno a riempire il terminal navale di Danzica, in Polonia”[13]. La prima considerazione che viene facile è che, trattandosi del capo di Gazprom, la tesi in questione sia totalmente di parte. Ci può anche stare. A sostegno della stessa, tuttavia, almeno nelle sue linee essenziali, troviamo William Engdahl, giornalista statunitense, esperto in questioni energetiche e geo-politiche che così riassume il tutto su New Oriental Outlook :” La rivoluzione del gas di scisto negli Stati Uniti è finita a soli pochi anni dall’inizio. La Shell ha appena annunciato una forte riduzione della sua esposizione nello sfruttamento del gas di scisto negli Stati Uniti. La Shell vende i suoi contratti di locazione di circa 700.000 ettari di terre nelle principali aree del gas di scisto di Texas, Pennsylvania, Colorado e Kansas, e dice che dovrà sbarazzarsene di altre per tamponare le perdite”.[14] Ma allora il magliaro di turno chi è ?  Aleksej Miller o il presidente degli Stati Uniti ?

 

 

 

 

L'Isis o della nuova Blitz Krieg

 

Le vicende mediorientali sono caratterizzate dall’irruzione, sul teatro di guerra mesopotamico, di milizie armate -  quelle dell’Isis - la cui folgorante avanzata nelle province nord occidentali della Siria e dell’Iraq ha avuto movenze così fulminee ed incontrastate da far sbiadire la ”Blitz  Krieg” di hitleriana memoria riducendola quasi a insignificante gita fuori porta. Un sostenutissimo crescendo rossiniano ha fatto da sottofondo alla irresistibile avanzata delle milizie fondamentaliste a cui nessuno ha saputo, potuto o, forse, voluto far fronte. Talune dinamiche, alcuni vuoti di potere, una certa inazione gettano più di un’ombra su una operazione che sempre più si rivela come una “operazione coperta”, funzionale a che determinate strategie siano debitamente occultate. Cos’è che induce il presidente Obama, a febbraio di quest’anno, a definire l’Isis “a varsity Junior team”( una squadra universitaria giovanile) ? Com’è che la CIA, un concentrato di informazioni, intuito, preparazione, azione, non abbia avuto sentore alcuno dei preparativi bellicosi  dell’Isis? E ancora : com’è che i droni, gli aerei spia, gli stessi satelliti che monitorano il mondo intero 24 ore al giorno, non si siano accorti dei movimenti delle milizie di Al Baghdadi ? Per quanto questi tagliagole possano essere circondati da un alone di tremendismo è pur sempre vero che, quantomeno agli inizi, erano non più di 5.000 combattenti quando di fronte avevano un esercito, quello iracheno, cinquanta volte più numeroso.

 

Ma allora come si spiegano questi folgoranti successi? E’ veramente tutta farina del sacco Isis?  Porsi innanzitutto la domanda: perché l’Isis,  può essere questione che offre spunti di grande interesse soprattutto se non perdiamo di vista lo scontro imperialistico in atto. E’ doverosa questa precisazione poiché in tal modo sgombriamo doverosamente il campo da eccentricità che rimandano ad un neo-colonialismo che, considerata la stretta interconnessione a livello globale tra le varie borghesie nazionali, è del tutto anacronistica e concentriamo la nostra attenzione, ad esempio, su alcuni dati di fatto afferenti l’Iraq ed il boom petrolifero che ha riportato il paese ai livelli degli anni ’80 arrivando a produrre oltre tre milioni e mezzo di barili al giorno (al secondo posto tra i paesi OPEC, dietro all’Arabia Saudita). Rilevava, a proposito, Eugenio Occorsio” Il governo di Bagdad si trova a ricoprire un ruolo del tutto inaspettato nello scacchiere planetario, sicuramente molto diverso da quello che avevano prefigurato gli Stati Uniti nel lanciare l’offensiva contro Saddam Hussein undici anni fa, anche da tutt’altro punto di vista: l’Iraq è diventato nel 2013 il primo fornitore di petrolio della Cina. E’ Pechino ad assorbire gran parte dell’aumento della capacità produttiva  in virtù della politica aggressiva , intraprendente e ben sovvenzionata della China National Petroleum Corporation e del suo braccio operativo Petrochina”.[15] Da qui la decisione dell’amministrazione USA di scaricare il primo ministro iracheno  Al Maliki che pure era stato a suo tempo funzionale agli interessi americani sia durante l’occupazione del paese come anche durante il ritiro dei marines nel 2010. Nel frattempo – giova ricordare -  l’Isis era già operativo e svolgeva un ruolo di destabilizzazione in Siria e, nella fattispecie, in Iraq. Per conto di chi? Cosa si nascondeva dietro il cosiddetto “caos costruttivo”? Distruggere cosa per ricostruire poi cosa?

 

Che Obama intenda portare a termine in Siria l’operazione non riuscita nel 2013, ossia la defenestrazione  di Assad -riproponendo pari pari  il piano attuato in Libia – e, allo stesso tempo, strappare Baghdad dalle mani dell’Iran,  è cosa di tutta evidenza. Si tratta soltanto di non impegnarsi in prima persona, di portare avanti una strategia che si basa sullo smembramento degli stati, sulla loro balcanizzazione con annesso conflitto permanente tra fazioni. L’Isis si presta alla perfezione a questa incombenza. D’altra parte il metodo è ben collaudato. A chi può sfuggire il parallelismo tra l’impiego dei rottami neonazisti in Ucraina e l’utilizzo dei tagliagola dell’Isis in Medio Oriente?

 

Il clichè peccherà pure di poca fantasia però mostra una sua indubbia efficacia.

 

Se i membri di Svoboda e Pravy Sektor venivano addestrati nelle caserme Nato in Polonia, ebbene sono la sempiterna Nato e gli Stati Uniti a  finanziare, armare e addestrare in Libia nel 2011 i gruppi islamici, tra cui membri del futuro Isis. Quelli che prima venivano definiti terroristi diventano tutt’a un tratto organici ad un  progetto portato avanti dal senatore John McCain che, su incarico dell’amministrazione Obama, incontra in Siria nel maggio del 2013 Abu Bakr- al Baghdadi, il capo dell’Isis, ovvero il gruppo terroristico meglio armato e  finanziato nella storia. Un gruppo terroristico che si presta bene – soprattutto col suo armamentario di efferatezze – al ruolo di “mostro provvidenziale” , al quale demandare il lavoro sporco all’interno di uno scontro che coinvolge potenze regionali ma investe più acutamente attori di caratura internazionale. Era impensabile, contrariamente a quanto ritenuto da tanti Soloni, che la linea di frattura dello scontro imperialistico in atto si potesse ridurre al solo “Pivot to Asia” quando in gioco permane un territorio che detiene ancora il 48% delle riserve globali provate di petrolio e il 43% di quelle di gas. Territorio con una sua significativa rilevanza non solo da un punto di vista energetico ma anche da un punto di vista finanziario in quanto è qui che sono localizzate  imponenti ricchezze di matrice energetica. Peraltro, ricostruire gli avvenimenti in corso in una luce diversa da quella delle narrazioni “à la page”, ci porta a distinguere chiaramente la stretta connessione tra le dinamiche mesapotamiche ed il Golfo Persico, baricentro geo-energetico del pianeta e come tale epicentro di uno scontro che simboleggia l’attuale fase geo-politica mondiale segnata da dinamiche tutte interne ad una transizione uni-multipolare che appare sempre più come un’equazione con troppe incognite visto che alle potenze che contano si assommano quelle regionali in una guerra di tutti contro tutti con schieramenti che si intersecano e si incrociano in un mosaico di allineamenti transitori, alleanze contro natura come anche scontri inattesi. Paradigmatica, in tal senso, è la partita che si sta giocando sul prezzo del petrolio e che vede l’attivismo dell’Arabia Saudita confliggere col suo alleato di sempre: gli Stati Uniti.  Al “casus belli” concorre in larga misura sia i minori consumi riferibili al rallentamento dell’ economia europea e cinese sia lo shale-oil (petrolio da scisto) e la politica aggressiva statunitense che ne discende, votata, in estrema sintesi, a soppiantare sul mercato mondiale potenze energetiche quali la Russia, l’Iran, il Venezuela ed il regno saudita. C’è una certa arditezza in questo progetto, circondato da una benevolenza ed enfasi – da parte dei media – degne certamente di miglior causa soprattutto quando si fanno passare per acquisiti e irreversibili dati e cifre che meriterebbero, forse,  riscontri più meditati. Un dato incontestabile in questa nuova guerra del petrolio: l’Arabia Saudita possiede i pozzi più grandi, più antichi e a basso costo (per l’esattezza: appena 12 dollari al barile). Per contro il petrolio americano da scisto ha elevati costi di produzione che mediamente si aggirano intorno ai 75 dollari da cui discende come l’estrazione di idrocarburi da fracking risulti non conveniente sotto i 70- 80 dollari al barile. Per cui, se da un lato questa guerra economica contro alcuni produttori “selezionati” viene vista favorevolmente in quanto significa abbatterne gli introiti petroliferi, dall’altro lato la stessa guerra economica potrebbe ritorcersi contro Washington che vedrebbe messa fuori mercato, per le considerazioni sopra svolte, parte della produzione “fracking” per cui  gli Stati Uniti potrebbero avere bisogno di quotazioni alte del greggio trovando – paradossalmente - come “innaturali” alleati  proprio l’Iran, il Venezuela, la Nigeria e una Russia che “ha ormai bisogno di un prezzo sopra ai 100 dollari al barile per garantire la stabilità della sua economia e del sistema finanziario”[16], tenuto conto che la vendita del petrolio costituisce il 60% delle entrate statali e che ai prezzi attuali la perdita secca per la Russia è di quasi 100 miliardi di dollari l’anno. Ma non è che la situazione americana, per certi versi, induca a chissà quali ottimismi.  Il petrolio “made in Usa” è di certo abbondante, tuttavia gli alti costi di estrazione costituiscono il vero limite della nuova tecnologia al punto da penalizzare il finanziamento di società quasi tutte di piccole o al massimo medie dimensioni impegnate in  questa nuova “corsa all’oro . Rileva infatti Sara Bellomo come” Un’analisi di Bloomberg sui bilanci di queste società quotate negli Usa ha evidenziato che a fine giugno i debiti ammontavano a 190,2 miliardi di dollari, in crescita di 50 miliardi dalla fine del 2011. Negli ultimi quattro anni il fardello è quasi raddoppiato mentre le entrate sono aumentate di appena il 5,6%. Una dozzina di queste società, sempre secondo Bloomberg, mesi fa spendeva già almeno il 10% del fatturato solo per pagare gli interessi sul debito, che nella maggior parte dei casi è classificato dalle principali agenzie di rating a livello di “junk”, letteralmente spazzatura, per gli alti rischi di insolvenza”.[17]Una siffatta fragilità del settore petrolifero che va ad aggiungersi ad un quadro economico di per sé non proprio rasserenante porta la potenza americana a dover essere presente in Medio Oriente e l’appiglio giustificativo è costituito appunto dalla guerra ad un mostro provvidenziale, l’Isis, dagli stessi americani se non creato quantomeno agevolato nella sua genesi e nel suo successivo sviluppo, come nella migliore tradizione degli “apprendisti stregoni”.

 

Quando Obama e Cameron esplicitano che la guerra contro il Califfato sarà lunga e impegnerà molte energie alludono al fatto che questa – come viene ormai chiamata – “coalizione dei riluttanti” avrà, essenzialmente, il compito di contrastare i piani strategici dell’”arco sciita” (Iran, Iraq, Siria) e dei suoi “grandi” alleati.

 

 

 

Trattati di libero scambio

 

“Solo con la guerra l’imperialismo statunitense può pensare di ostacolare l’ascesa delle potenze rivali e continuare ad estorcere plusvalore da ogni angolo del pianeta. Le spinte alla guerra sono alimentate da un lato dall’imperialismo statunitense per continuare a vivere di rendita, ma anche dagli altri predoni imperialisti (leggi Europa, Russia, Cina, Giappone) che vorrebbero partecipare al banchetto della spartizione con una quota sempre più grande”.[18] L’incontrovertibilità di tale asserzione trova ampio riscontro nelle dinamiche attuali laddove ad una guerra in senso stretto si lega una guerra valutaria ed un’altra commerciale attraverso le quali, giva rimarcarlo, si gioca il destino del dollaro e della sua egemonia nel sistema finanziario globale. Pertanto il terreno di confronto/scontro in questa fase non può non concernere – tanto per esemplificare - tanto la creazione della Asian Infrastructure Investment Bank  da 100 miliardi di dollari con sede a Pechino, in aperta contrapposizione alla Banca Mondiale a guida Usa, o della Nuova Banca di Sviluppo dei paesi Brics, quanto la riscrittura delle regole del commercio mondiale. Uno scontro imperialistico sempre più serrato e segnato, da una parte, dalla refrattarietà degli Stati Uniti ad accettare l’articolazione di un nuovo ordine multipolare, e dall’altra, sia dal reinserimento della Russia quale soggetto globale, sia dalla nascita di nuovi aggregati economici e politici quali la Cina, il Brasile, l’India, non può che declinarsi se non attraverso la costituzione di nuovi schieramenti, l’avvio di riposizionamenti, la definizione di nuove intese che in gran parte mettono in discussione le organizzazioni mondiali sorte dopo la fine della seconda guerra mondiale come, ad esempio, la Banca Mondiale o il Fondo Monetario Internazionale. C’ è da evidenziare come un fattivo contributo all’accelerazioni di questo processo lo stiano dando proprio le dinamiche in atto in Medio Oriente, nel Sud-Est Asiatico o in Ucraina, fermo restando che il delinearsi di nuovi schieramenti o il riposizionarsi in particolari aree geografiche è sintesi di qualcosa che andava avanti già da tempo, che rispondeva alle esigenze imperialistiche delle grandi potenze.

 

E’ il caso, ad esempio del TTIP (Transatlantic Trade Investment Partnership) che oltre a rappresentare un progetto di integrazione economica tra le due sponde dell’Atlantico risponde segnatamente all’esigenza, tutta americana, di impedire di fatto l’integrazione euroasiatica cercando, allo stesso tempo, di minare l’economia russa e di contrastare la crescente supremazia economica della Cina. Considerato dai più quale estensione economica della Nato “ si pone come obiettivo, nemmeno troppo nascosto, di fungere da veicolo, a profitto delle grandi imprese europee e specialmente americane, per indebolire definitivamente le strutture dello stato sociale europeo e della regolazione dei mercati da parte degli Stati”.[19] Guerra imperialista del capitale combattuta sempre contro il proletariato, da un lato, mentre dall’altro, attraverso una innovazione giuridica - lo “Individual State Dispute Settlement (risoluzione delle controversie tra investitore e Stato) – si cerca di limitare drasticamente la sovranità degli Stati a tutto vantaggio delle società multinazionali, del grande capitale multinazionale che – per dirla con Screpanti – “ domina incontrastato tutto il globo , che tende a rendere sempre più omogeneo in termini di struttura produttiva, di composizione sociale e di egemonia ideologica”.

 

Caratteristica peculiare di questo trattato come pure del TPP (Trans Pacific  Partnership) è la sua massima segretezza anche se è ormai noto come oltre a limitare la sovranità degli Stati, vada ad intaccare i diritti individuali, le norme sulla tutela sociale e biologica e quelle sulla protezione del lavoro e dell’ambiente.

 

Ne è conseguita una  certa ostilità da parte dell’opinione pubblica europea, dei sindacati, di gruppi ambientalisti mentre lo scetticismo è prevalente in partiti come la SPD (Sozialdemokratische Partei) che vede messa in discussione  la vocazione eurasiatica della Germania, vocazione che, in tutti questi anni, ha contribuito in larga parte al proprio consolidarsi come potenza economica. Uno scetticismo che, a sua volta, è riflesso di tutta una serie di contrasti tra l’Europa e gli Stati Uniti e in particolare tra gli Stati Uniti e la Germania che viene chiamata a fare una scelta di campo in questo intricato gioco in cui i due trattati di cui sopra hanno l’obiettivo di riaffermare l’egemonia geoeconomica americana a livello globale e da cui discende come la componente geopolitica assuma, nei due trattati,  notevole rilevanza.  Con una differenziazione: se il TTIP o Nato economica, che dir si voglia, ha come obiettivo prioritario il contenimento della cosiddetta rinascita russa, a sua volta il TTP mira chiaramente, attraverso la creazione di un enorme mercato unico, a contrastare la montante sfida cinese trattandosi, per l’appunto, di un accordo che lega a livello commerciale dodici paesi dell’Asia orientale con esclusione della Cina ed all’interno di un orizzonte strategico noto come “pivot to Asia”  ossia un ribilanciamento della politica  statunitense verso il continente asiatico.  Se la Cina, oggi, esporta in sei ore quanto esportava nell’intero 1978 è indubbio che gli Stati Uniti abbiano a preoccuparsi tanto più se si considera che il tasso di crescita cinese, nonostante il rallentamento attuale, è il triplo di quello americano. Vitale è quindi per gli Usa avere il primato commerciale perché significa, inevitabilmente, avere anche il primato valutario, il che significa, a sua volta, preservare il ruolo del dollaro negli scambi internazionali e quindi il signoraggio di questa moneta a livello globale portandosi dietro, com’è naturale, i rischi che queste guerre commerciali possano preludere a guerre anche valutarie.

 

E’ pertanto palese come i vari interessi vadano a confliggere inevitabilmente e come ciò porti, nel caso della Cina e della Russia, non solo all’accordo sul gas quanto anche ad una maggiore connessione in termini energetici, tecnologici e militari. Desinato a mutare gli equilibri economici e politici mondiali, l’accordo sul gas  sancisce, di fatto, un’alleanza tra il primo produttore ed il primo consumatore di gas in virtù del quale - per un trentennio a partire dal 2018 - 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno giungeranno dalla Siberia alla provincia cinese del Guangdong consentendo a Pechino di garantirsi energia e rafforzare, in termini di competitività, il sistema produttivo più sviluppato del pianeta, ed alla Russia  di poter contare su una efficace alternativa al mercato energetico europeo.  Per la prima volta, in virtù di questo accordo megaenergetico,  la Siberia invierà più gas in Cina che in Europa sminuendo, in tal modo, una certa sicumera tutta occidentale imperniata su una piattaforma ucraina a valere come futuro hub orientale del marketing europeo del gas in cui “L’obiettivo è di forzare Mosca , del cui gas non si può fare a meno, a rimanere agganciata alla piattaforma ucraina e mantenere il grosso delle forniture al Vecchio Continente: 86 miliardi di metri cubi all’anno, pari al 34% del totale, Turchia inclusa”.[20]

 

Calcoli, a ben vedere, più che fallaci se si tien conto della rilevanza dell’accordo sino-russo  e della cooperazione che è destinata ad intensificarsi in termini di sfruttamento delle risorse della Siberia e dell’Estremo Oriente russo che da sole rappresentano il 75% degli introiti da esportazione della Federazione russa.

 

Ad esemplificare convenientemente il tutto basta tener conto che in Siberia e nell’Estremo Oriente russo sono concentrati:

 

  1. Il 16% dell’acqua dolce del mondo
  2. Il 21% delle foreste
  3. Il 22% delle terre coltivabili

 

Oltre alle risorse energetiche e minerarie.

 

A delineare più compiutamente questi possibili scenari futuri concorrono gli esiti del summit economico Apec, tenutosi lo scorso novembre, laddove Pechino ha dato un’accelerata per il varo di una zona di libero scambio, trainata da Cina e Russia, in alternativa al TPP a guida americana. Definendo l’area Asia-Pacifico come il nuovo epicentro della crescita globale e partendo dalle attuali difficoltà americane la Cina non fa mistero di voler assumere la rappresentanza non solo dei paesi Brics  ma di tutte le economie in espansione e facendo leva sulla consapevolezza di avere dimensione e risorse per poter sostenere la guida di un mercato – tra il Baltico ei Sud-Est asiatico – da tre miliardi di persone. E’ il lancio del “sogno dell’Asia e del Pacifico”. Magari l’enfasi è presente “ad abundantiam” ma ciò non toglie come i progetti e le ambizioni cinesi che prevedono massicci investimenti, banche internazionali e, segnatamente, infrastrutture finalizzate soprattutto alla ricostruzione di una “Via della Seta” marittima, stradale e ferroviaria in grado di collegare via mare la Cina all’Asia e di avvicinarla sensibilmente al Medio Oriente ed all’Europa.

 

In cosa possano declinare gli equilibri o, megIio, i disequilibri attuali è cosa di assai difficile decifrazione.

 

Assai più decifrabile, di converso; è come “questo conflitto  scaturisca, in ultima istanza, dalle contraddizioni insanabili ed immanenti al processo di accumulazione  capitalistico in questa fase storica e che  ormai, data la posta in palio, si può considerare come un’unica grande guerra su scala mondiale. Una guerra il cui esito certo è che a pagare l’altissimo prezzo saranno comunque soltanto i proletari. Sia dei paesi vinti che dei paesi vincitori”.[21]

 

 


 

[1] Steven Pinker: Il declino della violenza. Perché quella che stiamo vivendo è l’epoca più pacifica della storia – Ed. Mondadori

 

[2] Federico Rampini : Dalla Svizzera al Botswana solo 11 paesi senza guerra – La Repubblica 18 agosto 2014

 

[3] Giorgio Paolucci: Puntualizzazione sul concetto di decadenza – Prometeo n.12, dicembre 2005

 

[4] Federico Fubini: La ripresa che non c’è. Dalla Cina alla Germania il gelo ora torna globale – La Repubblica 21 luglio 2014

 

[5] Tommaso di Francesco: Giocano ad innescare la guerra nel cuore d’Europa – Il Manifesto 03 settembre 2014

 

[6] idem

 

[7] G.P. Caselli: La bancarotta ucraina è dietro l’angolo – Limes n.4  aprile 2014

 

[8] Vincenzo Comito: Russia ed Europa dopo la crisi ucraina – Sbilanciamo l’Europa (inserto Il Manifesto) 03 ottobre 2014

 

[9] idem

 

[10] Margherita Paolini: Prendi la Crimea e perdi South Stream – Limes n.4 aprile 2014

 

[11] Leonardo Maugeri: A Washington cambia la partita dell’energia – La Repubblica 17 novembre 2014

 

[12] Fabio Mini: La strana coppia Russia-Cina figlia delle manipolazioni e degli errori di Obama – Limes n.8 agosto 2014

 

[13] idem

 

[14] William Engdahl : Ucraina, il delirante calcolo energetico sul gas di scisto – New Oriental Outlook 20 marzo 2014

 

[15] Eugenio Occorsio : Nell’Iraq senza pace è boom petrolifero ma invece degli USA si arricchisce la Cina – La Repubblica 31 marzo 2014

 

[16] Federico Fubini: Petrolio, tutti contro tutti così la strategia saudita indebolisce Usa e Russia – La Repubblica 29 novembre

 

2014

 

[17] Sissi Bellomo: Crollo del petrolio e debito spazzatura, la bolla dello shale-oil rischia di esplodere – Il Sole 24 ore 12

 

Novembre 2014

 

[18] Lorenzo Procopio: Capitale fittizio e guerra permanente – tratto da “La crisi del capitalismo – Il crollo di Wall Street”

 

Edizioni Istituto Onorato Damen

 

[19] Marcello De Cecco: Un trattato transatlantico su misura dell’America – La Repubblica 24 novembre 2014

 

[20] Margherita Paolini: art. citato

 

[21] Giorgio Paolucci: La guerra imperialista permanente infuria in ogni angolo del mondo e si configura ormai come una vera e

 

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