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NordAfrica e Medioriente tra rivolte popolari e guerra imperialista permanente

Categoria: Africa
Creato: 02 Maggio 2012 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 3513

Dalla  rivista  D-M-D' n °3

Svanito progressivamente lo “charme” delle opzioni umanitarie restano intatte le alchimie pratiche che fanno da sfondo all’attuale realtà nord-africana e che sempre più vanno a configurare questo nuovo “Grande Gioco” che sembra riprodurre quello che nel secolo XIX definiva lo scontro tra Russia e Inghilterra sul teatro dell’Asia centrale e del Medio Oriente e che veniva chiamato dai russi “Torneo delle ombre”.

Ombre che hanno per lungo tempo offuscato una puntuale comprensione delle realtà nord-africane, penalizzate com’erano da bislacche teorizzazioni sul cosiddetto “immobilismo fatalista” arabo preso come categoria codificata per l’eternità e parte di una concezione geopolitica che potremmo definire di “pietrificazione universale”.

Le rivolte di questi primi mesi del 2011 hanno beffardamente intaccato l’intangibilità di questa concezione elitaria dimostrando ancora una volta come gli uomini, anche in Nord Africa, siano portati a muoversi sulla spinta di interessi materiali.

Ma cos’è che, più nel concreto, ha spinto queste masse a muoversi, ad incrociarsi con gli apparati repressivi, a sfidare le istituzioni?

Un certo riduttivismo di comodo privilegia chiavi di lettura univoche in base alle quali le rivolte si sarebbero indirizzate contro il dispotismo, la corruzione, l’arroganza degli autocrati al potere sottacendo, volutamente, che, semmai, questa sequela di piacevolezze ha rappresentato la classica scintilla che ha dato fuoco ad un malessere, ad un disagio sociale che covava da lungo tempo e che aveva già avuto modo di manifestarsi con scioperi e con le“rivolte del pane”.

Quanto sta avvenendo, pertanto, ha a che vedere con cause molteplici e complesse nelle quali giocano un ruolo rilevantissimo la mondializzazione e, in parte, la crisi mondiale in atto.

Vi sono, innanzitutto, delle cause strutturali che percorrono trasversalmente tutti questi paesi in una sorta di “reductio ad unum” ma vi è presente anche un puzzle di fattori specifici che ineriscono ad ogni singolo paese.

Un dato comune di cui tener debito conto è la popolazione giovanissima. Una popolazione con una età media inferiore a 25 anni, mediamente istruita, deprivata del proprio futuro se si considera la disoccupazione di massa che rappresenta il tratto dominante.

A questo va aggiunto quanto rilevato dall’OCSE, secondo cui il Nord Africa ha fatto registrare negli ultimi anni rilevanti tassi di crescita che, tuttavia, non si sono tradotti in diffusione di benessere in quanto hanno intercettato soltanto limitati segmenti di domanda di lavoro. I bassi salari e la totale mancanza di diritti dei lavoratori hanno funto da calamita per gli investimenti produttivi esteri ma, nonostante tutto ciò e nonostante le risorse naturali che questi paesi possiedono, il divario sociale va sempre più aggravandosi a tal punto che gli indici di povertà interessano gran parte della popolazione ( in Egitto, ad esempio, il 40%).

Su una situazione con così alti livelli di criticità si vanno ad inserire le attività speculative sulle materie prime alimentari (commodities), cocktail avvelenato del cosiddetto “quantitative easing” - utilizzato a piene mani, soprattutto, dalla Federal Reserve e dalla Bank of England – col che si determina un eccesso di liquidità che viene indirizzata verso i settori dove i guadagni sono più elevati ma che, allo stesso tempo, produce inflazione a livello mondiale. Non per niente in un paese come l’Egitto dove l’inflazione, negli ultimi anni, è cresciuta mediamente del 10%, tale indice raggiunge il 20% se riferito ad alcuni beni alimentari e il dato assume una rilevanza maggiore se si va, nel dettaglio, ad analizzare la situazione di tanti altri paesi che, al di là dell’aridità delle cifre, mostrano una situazione disperante in quanto i prezzi dei prodotti agricoli alimentari a gennaio 2011 sono saliti a nuovi livelli record. I più alti dal 1990.

Sottolinea, giustamente, l’economista della FAO, Abdolreza Abbasian come “ I prezzi alti sono una fonte di preoccupazione specialmente per i paesi a basso reddito e con significativi deficit alimentari e per i cittadini più poveri che consumano gran parte delle loro risorse proprio per l’acquisto di cibo” [i]

Più nel dettaglio: secondo lo United States Department of Agricolture in Vietnam viene speso il 65% del reddito, in Sri Lanka il 64%, in Nigeria il 73%, in Albania il 71%.

Si può facilmente immaginare quali conseguenze possa avere in tali contesti un rialzo di un punto percentuale dell’inflazione netta.

Se a quest’ultima si assommano una bassa occupazione giovanile ed un’elevata incidenza della spesa alimentare è consequenziale il prodursi di una miscela esplosiva con seri rischi sulla tenuta sociale di molti paesi.

I prodromi di un elevato disagio si erano già avvertiti a partire dal 2008 con le violenti “rivolte del pane” che avevano interessato il Sud Est Asiatico, la stessa Africa ed in particolar modo l’Egitto e l’Algeria.

Ma gli stessi scioperi degli operai tessili di Mahalla (Egitto), nel 2007, avevano segnato la stretta connessione tra l’incipiente povertà, i bassi salari, la polarizzazione della ricchezza nonché i processi di mondializzazione e di finanziarizzazione dell’economia che, oltre all’Egitto ed a tanta periferia del mondo, riguardavano la Tunisia e, seppure con modalità diverse, la Libia.

Tunisia

L’Arab Awakening (risveglio arabo) è simboleggiato dal tragico gesto di Mohamed Bouazizi e da tutta una serie di gesti disperati che hanno fatto emergere le contraddizioni laceranti che segnano un paese che per più di vent’anni ha visto una forte crescita economica (superiore al 5%), disponendo di una classe imprenditoriale in grado di attirare investimenti stranieri ma potendo contare, soprattutto, su una manodopera assai abile e a buon mercato. “ Un modello di sviluppo che fa leva sui bassi salari come solo vantaggio competitivo nella concorrenza internazionale” [ii] e che ha tenuto in vita una sorta di vago patto sociale stando al quale la cleptocrazia, l’autoritarismo, la corruzione trovavano modo di sfumare nel rapido sviluppo economico additato, a mò d’esempio, dai soliti organismi internazionali ai cui analisti sfuggiva, forse, “ il differenziale che a partire dall’arrivo di Ben Alì, nel 1987, a oggi si andava accumulando tra indicatori economici sempre in crescita e distribuzione della ricchezza, dunque equità sociale” [iii]. Non è un caso se la Tunisia divide con gli altri paesi del Maghreb la questione della disoccupazione giovanile con percentuali da allarme sociale: il 62% dei disoccupati marocchini, il 72% di quelli tunisini, il 75% degli algerini hanno un’età compresa tra i 15 e i 29 anni.

Evidentemente nel contesto tunisino si confidava nella tenuta di questo compromesso al ribasso con” una classe dirigente che deteneva il potere e che offriva in cambio alla gente il contentino del prezzo politico di qualche bene di prima necessità contando, per il resto, sul turismo, nei servizi, nell’economia informale e in una polizia presente ovunque” [iv]. La crisi economica in atto e la politica monetaria a livello internazionale fa saltare questo meccanismo costringendo i paesi del Nord Africa, e quindi la Tunisia, a ridurre il bilancio per le spese sociali.

I mantra della Banca Mondiale e del FMI continuano a ripetere che queste misure sono adottate per il bene di questi paesi e contro il dirigismo e l’improduttività dell’economia sovvenzionata ma, evidentemente, non sono recepite nello stesso senso dalle migliaia di giovani istruiti e senza prospettive, dagli operai disoccupati, da una piccola borghesia che va sempre più proletarizzandosi, da una popolazione rurale che abita le regioni dell’interno e che non è mai stata toccata dal miracolo economico.

Una società tunisina, laica e secolarizzata da tempo, ha indubbiamente falsato il piano di osservazione di tanti analisti che, evidentemente, non riuscivano a intercettare i segnali di malcontento, di disagio sociale che provenivano dai ceti popolari ma che progressivamente si andavano estendendo ad altre categorie sociali.

I giovani hanno dato corpo al malessere agendo da potenti detonatori e concretizzandolo in una rivolta che abbatte la dittatura personalizzata di Ben Alì che fino a qualche tempo prima, tra le altre cose, presiedeva un partito membro dell’Internazionale socialista, era proclamato pilastro della lotta contro gli integralisti e godeva di ottimi uffici presso la “Business Community”, la stessa che, a rivolta in corso, attraverso l’agenzia di rating Moody’s decideva di declassare la Tunisia motivando il tutto con “l’instabilità del paese, in seguito al recente, inatteso cambio di regime”.

Nelle vicende tunisine una certa rilevanza l’ha avuta l’esercito che svolge una sorta di ruolo fondativo, come in Egitto, in Siria o in Algeria, ma che è anche relativamente separato dai servizi segreti  e da quelli repressivi (polizia) e che in tale veste può essere considerato un altro importante attore della “Rivolta dei gelsomini” in quanto, adesso come nelle manifestazioni studentesche del 1972 o come nei tumulti per il pane del 1984, non è mai intervenuto per reprimere.

Egitto

Al contrario di quel che avviene in Tunisia, in Egitto troviamo una sorta di Stato nello Stato.

Così si concepiscono le Forze armate della Repubblica araba d’Egitto che, specialmente, dopo gli accordi di Camp David hanno potuto usufruire di ingenti aiuti economici da parte degli Stati Uniti che hanno agevolato la trasformazione delle alte gerarchie militari in una lobby economica assai organizzata e fortemente nazionalista che gestisce attraverso il Ministero della Produzione militare tutta una serie di attività – costruzione di autostrade, produzione di latte, pane, frigoriferi, televisori e tanto altro ancora – con enormi ricavi e che costituiscono una buona fetta dell’economia nazionale. D’altra parte gli accordi con Israele avevano ridimensionato il ruolo dell’esercito al quale Mubarak doveva necessariamente dare qualcosa in cambio. Facendo questo si è anche dotato di uno strumento assai moderno ed efficiente.

Ma la realtà egiziana presenta altre specificità rispetto a quella tunisina laddove è presente, sebbene ufficialmente non riconosciuta, l’organizzazione dei “Fratelli musulmani”, molto attiva nel sociale attraverso l’assistenza scolastica, sanitaria, legale e umanitaria fornita alle fasce più indigenti, la cui classe dirigente è composta da una ricca borghesia religiosa che da tempo controlla gli ordini professionali di medici, avvocati, ingegneri ed il cui tratto caratteristico è un certo “conservatorismo sociale”che consente ad esponenti della fratellanza di essere cooptati dal regime (ufficialmente banditi però, evidentemente, funzionali alla conservazione del sistema) “consentendo loro di partecipare alle consultazioni elettorali e di possedere imprese di costruzioni, compagnie di telefonia cellulare, in una, di essere a tutti gli effetti parte integrante dell’establishment “[v].

Nella rivolta in riva al Nilo la Fratellanza, che già in passato non aveva partecipato alle lotte sociali preferendo un atteggiamento di basso profilo e legittimista, non è stata all’origine della protesta traccheggiando quel tanto da consentirle, se del caso, di capitalizzare in senso islamico le spinte provenienti dalla rivolta. D’altra parte il movimento giovanile non ha posto, con molta nettezza, la creazione di uno Stato islamico tra le priorità” e questo sia per una certa fierezza panaraba, fondamentalmente laica, che dà il senso di un rinnovato orgoglio identitario sia per la comprensibile pretesa, diffusa tra le giovani generazioni, di vivere la religione islamica come mezzo di affrancamento individuale.

Ulteriormente, un’attenta disamina non può non cogliere che ad un movimento tunisino che prende forma in modo spontaneo e che si allarga a macchia d’olio dopo il suicidio di Mohamed Bouazizi fa da contraltare un movimento egiziano strutturato in cui le manifestazioni sono state organizzate da un’opposizione politica a sua volta espressione di un entroterra politico e sociale ricco, variegato nonostante la messa al bando degli scioperi o l’imperversare della “Legge d’emergenza” in cui sono presenti nasseriani, comunisti, liberali, laburisti di derivazione sindacale, laburisti musulmani e altri ancora.

L’Egitto ha assistito ad una massiccia ondata di scioperi operai iniziata nel 2006, mai completamente sopita,  che ha lasciato una forte tensione sociale nel paese e a queste rivolte il paese dei Faraoni c’è  arrivato più per ragioni economiche che politiche e tale non poteva non essere se sono occorsi mesi di scioperi dei lavoratori per ottenere il “diritto” all’aumento del salario minimo, se manifestazioni dopo manifestazioni si sono susseguite per protestare contro l’impennata dell’inflazione, contro il costo accresciuto di alcuni generi di prima necessità, contro la riduzione dei sussidi statali in contemporanea con il massiccio programma del regime di privatizzazione delle imprese pubbliche.

D’altro canto questo liberismo estremo che ha favorito la penetrazione del capitale americano, europeo e cinese è stato vissuto come una minaccia dalla cosiddetta “business community” nazionale a cui non è stato particolarmente difficile intrecciare queste sue caratterizzazioni nazionali e nazionaliste con quelle analoghe che pervadono ampi settori dell’establishment militare per cui si è venuta a formare una notevole massa d’urto anti-regime alla quale hanno dato il loro  contributo anche il movimento dei lavoratori e nuovi partiti di sinistra che “mirano a proteggere l’industria nazionale e i piccoli agricoltori nonché ad incrementare l’investimento pubblico nei settori strategici dell’economia”[vi].

Sono queste forze, queste organizzazioni, portatrici di un imponente programma di riallineamento istituzionale, che stanno dietro a movimenti come “Kefaya” o come “6 Aprile” che nascono assai prima dei recenti avvenimenti, il che ci porta a comprendere come queste rivolte abbiano avuto dei congrui periodi di gestazione.

Se il movimento “Kefaya”, che vede la luce intorno al 2004, si caratterizza per il suo essere a-ideologico incorporando, in tale veste, ideologie ed orientamenti politico-sociali anche contrastanti tra di loro purché accomunati dall’opposizione al regime, il movimento “ giovani del 6 aprile” nasce nel marzo 2008 a sostegno dello sciopero degli operai di Mahalla al Kubra e di Kafr al Dawwar che manifestavano contro i bassi salari e contro l’aumento dei prezzi dei beni alimentari, costituendo primo esperimento di organizzazione sociale su

Facebook.

Libia

La vicenda libica presenta tratti originali che la differenziano da quella tunisina ed egiziana  per il fatto che i conflitti centro-periferia e quelli infra-tribali, col detenere un peso specifico maggiore, relegano in secondo piano la questione giovanile emersa con tanta virulenza sia a Tunisi che al Cairo. La spirale povertà/libertà, con modalità e caratterizzazioni tutte proprie, è concentrata in gran parte nel nord-est del paese ed il conflitto ha differenti linee di frattura che vanno a connotare uno scontro centro-periferia che si rappresenta più come guerra civile, dovuta ad una spaccatura del gruppo dirigente, che come rivolta sebbene la questione sociale abbia assunto livelli di tensione prima non conosciuti.

Esiste infatti il problema della disoccupazione giovanile (30%) come pure quello dei “salari che colpisce soprattutto i giovani, parte preponderante dei 6 milioni e mezzo di libici, anche se la povertà in Libia non è comparabile con quella di Tunisia ed Egitto. E poi c’è l’inevitabile effetto domino, il contagio delle rivolte tunisina ed egiziana. La crisi è qui una crisi generazionale che il regime non ha valutato e ascoltato forse per paura di aprire una breccia al fondamentalismo”[vii].

Ancor più nello specifico: l’alto tasso di disoccupazione è dovuto sia alla sostenuta crescita demografica quanto al ridimensionamento o al fallimento di tante politiche in grado di offrire sbocchi occupazionali ai quali vanno aggiunti gli effetti delle liberalizzazioni, delle privatizzazioni, della modernizzazione con le quali si cercava di costruire un tessuto di piccole e medie imprese in grado di diversificare l’economia libica svincolandola dall’andamento dei prezzi del petrolio.

Come ogni liberalizzazione degna di questo nome anche quella libica non poteva prescindere dai tagli ai sussidi e dagli aumenti delle tariffe sulle importazioni, dai rincari sui prezzi della benzina e dell’elettricità finendo con lo scatenare reazioni assai negative tra la popolazione in quanto il significativo attacco al “welfare state” andava ad intaccare l’originario contratto sociale tra il regime dei “giovani ufficiali” e i cittadini.

Si invertiva una tendenza che, nel corso degli anni, aveva visto un “rentier State” redistribuire parte dei proventi petroliferi a favore dei programmi di welfare e di altre provvidenze e ciò ha portato che negli ultimi anni si è assistito ad un crescendo delle tensioni sociali dovuto non solo all’elevato tasso di disoccupazione o alla mancanza di case ma anche alle ondate migratorie provenienti dall’Africa sub-sahariana, tensioni che hanno trovato sbocco sia in attacchi di sapore xenofobo contro gli immigrati sia in vere rivolte contro istituzioni del regime.

A queste dinamiche in corso bisogna accostare due elementi che vanno a configurare quella diversità tutta libica che ne fanno un contesto non facilmente decifrabile: le tribù e l’esercito.

La struttura clanica-tribale che accomuna la Libia all’Iraq o allo Yemen è stato “il problema” con cui i “giovani ufficiali” si son dovuti cimentare ed il suo ridimensionamento è un obiettivo tra quelli contenuti  nel Libro Verde laddove la Terza teoria universale definisce il ruolo dei comitati popolari, dei congressi popolari e di altri organismi disancorati dalla logica di appartenenza tribale. Fatica vana, però, se già sul finire degli anni ’70 il tribalismo – mai sconfitto – cominciava a pervadere tutto l’apparato amministrativo e imponeva nuove regole, per quanto atteneva alla spartizione delle cariche e dei proventi del petrolio, sulla base dell’appartenenza tribale. I comitati rivoluzionari avevano ben poco da opporre. Allora, più che contrapporsi alle tribù, ad una struttura secolare ampiamente radicata in una società fondamentalmente berbera, conveniva irretirle – almeno le più forti – con elargizioni di danaro e concessioni di privilegi. Ciò avrebbe consentito al regime di gestire ed appianare i conflitti all’interno della società libica.

Le forze armate, a loro volta, non sono un fattore abbastanza forte da potersi porre come ago della bilancia e ciò spiega sia le defezioni che il progressivo sfaldamento soprattutto in considerazione del fatto che anch’esse, al loro interno, sono attraversate dalle linee di suddivisione tribale. La loro consistenza – fattore non secondario - è stata volutamente dimensionata verso il basso per limitarne l’influenza per cui si è considerato più vantaggioso ricorrere a milizie paramilitari, private e mercenarie.

Volendo pervenire a sintesi possiamo dire che la situazione libica non si è caratterizzata per proteste di operai o per l’intensità di scioperi, anzi “ Alla maggioranza schiacciante degli osservatori e degli analisti, infatti, le misure adottate negli ultimi anni e incrementate negli ultimi mesi per contenere il disagio sociale  ed economico sembravano sufficienti a isolare il paese dall’ondata di proteste che aveva colpito le nazioni limitrofe”[viii].

Ma allora cos’è accaduto? Se quella scoppiata in Libia non è una rivolta bensì una guerra civile tutto ciò presuppone un’operazione armata. Portata avanti da chi? Chi ne sono gli attori?

Torneo delle ombre

Ciò che getta più che un’ombra sulla dinamica degli avvenimenti libici è senz’altro l’atteggiamento delle varie potenze imperialiste che sono passate, con somma disinvoltura, da un appoggio pressoché totale, a Gheddafi, alla sua demonizzazione. Stride innanzitutto – ammesso che si vogliano prendere per buone le baggianate relative alla interpretazione della risoluzione ONU n.1973 – l’umanitarismo a geometria variabile in virtù del quale, secondo lor signori, Gheddafi è un dittatore antidemocratico, sanguinario, da catturare e processare mentre nessun cenno va a riguardare il despota altrettanto sanguinario del Bahrein, Isa al Khalifa, la cui famiglia domina il paese dalla fine del 1700 o il presidente/dittatore dello Yemen, Abdallah Saleh, che, più modestamente, occupa la scena da appena 32 anni, per non dire dell’ Arabia Saudita.

Senza tanti ipocriti infingimenti Steven Cook, un esperto americano del Medio Oriente, spiega, a proposito della repressione sanguinosa del leader siriano Bashar el Assad, che “l’importanza della Siria non è la stessa della Libia. Gli Stati Uniti non hanno grandi interessi nel paese del Maghreb, mentre una destabilizzazione della Siria avrebbe serie ripercussioni in Iraq, in Libano e in Israele”[ix].

Le ombre cominciano, quindi, a diradarsi, specialmente laddove diversi osservatori internazionali riferiscono sulla presenza di consiglieri militari occidentali e squadre speciali, presenti in Cirenaica, ancor prima dell’intervento umanitario/militare. Gli stessi miliziani del CNT (Consiglio nazionale di transizione), a Bengasi, “erano armati di tutto punto, con tank e contraerea, capaci di abbattere aerei governativi e pilotare jet da combattimento”[x].

Ma perché questa particolare attenzione concentrata sulla Libia?

E’ una guerra per portare la democrazia nella Tripolitania, nel Fezzan, nella Cirenaica o, invece è una guerra per il petrolio? Si è parlato, da più parti, e molto propriamente di “fronte del greggio” e forse conviene analizzare – più nel dettaglio – come la Libia rappresenti, tra i tanti, il boccone più ambito da parte di questa informe accozzaglia di predoni.

Fa notare Margherita Paolini a proposito delle big petrolifere “Capitali da investire in iniziative impegnative (expertise sofisticate), ma redditizie per loro e per i regimi dei paesi produttori i quali ambivano a rimpolpare la rendita petrolifera sviluppando nuove importanti risorse: quelle del Sud del deserto algerino e libico, dell’”off-shore profondo” prospiciente la Tunisia, la Cirenaica, il Delta del Nilo e la striscia di Gaza mentre il Bacino del Levante, emerso dal Mediterraneo orientale come una cornucopia stracolma di gas naturale, poteva creare nuovi interessanti produttori con cui fare affari”[xi].

Il Mediterraneo recupera quindi una sua centralità all’ interno della quale la Libia gioca un ruolo assai rilevante per vie delle risorse possedute nonché per il ruolo sempre più strategico che va assumendo all’interno del Continente Nero.

E’ soltanto in tale ottica che si spiegano i voltafaccia degli americani, dei francesi, degli inglesi e, buon per ultimi, gli italiani.

L’intervento bellico era, insomma, programmato da tempo e le sommosse ne hanno offerto semplicemente il pretesto in quanto il filo conduttore c’era già: gli interessi economici e finanziari.

E’ risaputo che l’indice di gradimento del dollaro, come mezzo di pagamento internazionale e come valuta di riserva, volga verso il basso già da tempo e come sia nelle intenzioni di diversi paesi appartenenti ad aree geografiche omogenee di dotarsi di una propria moneta che andrebbe a sostituirsi alla “banconota verde”.

Nel contesto arabo il principale fautore per l’adozione di una valuta unica – il dinaro d’oro – che prescinda sia dal dollaro che dall’euro è Gheddafi che, in pratica, reitera ciò che aveva già fatto, verso la metà degli anni ’60, il generale De Gaulle, ossia la denuncia dell’egemonia del dollaro. Allo stesso tempo l’entourage libico si spende per la creazione di uno Stato Africano Unito a supporto del quale andrebbero ad operare i tre organismi finanziari già varati dall’Unione Africana e realizzati principalmente attraverso cospicui investimenti libici: la Banca Africana d’investimento, con sede a Tripoli; il Fondo Monetario Africano, con sede a Yaoundè (Camerun) e la Banca Centrale Africana, con sede ad Abuja (Niger).

Va da sé cosa significhi un continente africano con una sua autonomia monetaria e con un suo mercato comune dove promuovere gli scambi commerciali  così come è altrettanto implicito che tutto questo comporterebbe la scomparsa del CFA (franco delle colonie francesi), il che forse spiega uno dei tanti motivi per cui Sarkozy è stato il più convinto promotore della crociata “umanitaria”.

Se a questo si aggiungono altre considerazioni di rilevante importanza  non può sfuggire il significato economico/politico dirompente della partita che la riedizione della “coalizione dei volenterosi” ha aperto. Il punto è cruciale: è noto, infatti, che la Libia oltre a non essere indebitata né con la Banca Mondiale né col Fondo Monetario Internazionale possiede, secondo ultime ricerche, una riserva incalcolabile di petrolio di ottima qualità, con bassissimi costi di raffinazione, e di gas. E’ sempre in Libia che è presente un giacimento fossile di acqua dolce di 35.000 chilometri cubi ed è sempre la Libia che sta portando avanti, per mezzo di una partnership con la Germania, un programma di sviluppo del fotovoltaico, alternativo sia all’oro nero che al nucleare[xii].

Ma c’è di più: secondo il “Washington Times” sarebbero 200 miliardi di fondi sovrani libici a scatenare gli appetiti dei “briganti volenterosi” che mirano a congelare ed  espropriare questi capitali investiti in imprese e depositati in banche statunitensi, britanniche e francesi che andrebbero a confluire in un “Programma di Democrazia e Prosperità” con correlata “Banca per lo sviluppo”. Insomma – come scrive Bruno Amoroso sul “Manifesto” del 26 Marzo – “ Un bel piano finanziario che ci fa capire meglio le ragioni della guerra che rischiavano di restare oscure”.

Un capitalismo che soggiace ad una crisi sempre più devastante fa emergere le contorsioni, i riposizionamenti dei vari “briganti imperialisti”, i conflitti sempre più insanabili, sempre più prolungati che caratterizzano la fase di decadenza della società borghese: “..la sua intima necessità di ricorrere alla guerra per uscire dalle proprie crisi economiche……e tutte queste guerre traggono la loro origine nelle contraddizioni del modo di produzione capitalistico. Ogni guerra è una guerra imperialista del capitale e, in quanto tale, sempre combattuta contro il proletariato…L’avanzare della decadenza del capitalismo ha determinato che le guerre non siano solo una parentesi della vita del capitale ma siano diventate un modo permanente di vivere della società borghese….ed hanno, come unica conseguenza, l’arricchimento esclusivo di alcune frange della borghesia internazionale e la distruzione di interi paesi”.[xiii]

Conclusioni

La professoressa Laura Guazzone sul “Manifesto” del 26 febbraio paventava la ricostituzione nei paesi arabi - su pressione delle potenze imperialiste – di regimi che fossero mera emanazione  delle politiche precedenti, seppure con qualche correzione più o meno cosmetica. La premonizione si è palesata in tutta la sua aderenza soprattutto alla luce di ciò che sta accadendo in Egitto dove il Consiglio supremo delle Forze Armate, in perfetta sintonia con i Fratelli Musulmani, richiede espressamente “un rapido ritorno alla normalità” dando, a mò di contentino, la  riscrittura parziale della legge suprema. Anche in Tunisia la questione sociale permane in tutta la sua interezza: continua la perdita di posti di lavoro, continuano i licenziamenti mentre si rafforza l’influenza del partito islamista “Ennahda” che ha modo di trovare ascolto soprattutto nelle regioni più povere, fra le classi popolari e i diseredati. Insomma, niente in entrambi i paesi sembra aver scalfito le gerarchie sociali, di classe e di potere.

Poteva essere diversamente? Ne dubitiamo.

Sempre le rivolte sono state portate avanti su un alveo democraticistico con parole d’ordine condivise anche da certi settori di borghesia nonché da potenze imperialistiche che non avevano più interesse a mantenere al potere cricche indifendibili. Il disagio sociale si è espresso attraverso questi significativi momenti di lotta di classe, attraverso queste insorgenze portate avanti da un proletariato per molti versi completamente nuovo, che, però, sono state riassorbiti nell’ambito della conservazione borghese.

Affiorano quindi tutti i limiti di queste esperienze ma, allo stesso tempo, mostra la corda anche una descrizione di certi fenomeni relativamente nuovi tutta intrisa di enfasi, di accentuazioni varie che caricano gli stessi di una valenza che - per limiti oggettivi – non possono avere. Il riferimento è tanto alle rivolte del Nord Africa quanto alle recenti manifestazioni degli “indignados” , laddove si parla espressamente di “rivoluzione digitale” nel senso dell’importanza che ha avuto il social network sia a livello organizzativo che nello scambio di notizie o di informazioni riservate. Nulla da eccepire sull’importanza del trinomio “Facegooyout” (Facebook, Google, Youtube) però bisogna sempre tenere nella dovuta considerazione che la rivolta è stata fatta da milioni di persone che sono scese lungo i boulevard di Tunisi o a Piazza Tahrir. Come scrive, molto opportunamente, Giorgio Fontana :” Le rivoluzioni non sono un gruppo su Facebook. Le rivoluzioni si fanno con i corpi. Lo stile d’impegno non può essere lo “slacktivism” (l’attivismo da click).Non ci si può ridurre a firmare una petizione online, cliccare “I like” su questa o quella pagina”[xiv].

Rivoluzione digitale, autocoscienza, autorganizzazione. E’ tutto un profluvio di categorie fantasmatiche che servono solo ad allontanare l’esatta comprensione di ciò che avviene nella realtà, di quelli che sono, concretamente, gli attuali rapporti di forza tra borghesia e proletariato, della necessità di una frattura sociale che ponga fine al modo di produzione capitalistico. Si tende, disinvoltamente, a privilegiare una chiave di lettura che fa leva sulla connessione meccanica tra l’esplodere delle contraddizioni del sistema capitalistico e la produzione di una coscienza rivoluzionaria ponendo in second’ordine, quando non la accantoni del tutto, la necessaria presenza del partito.

Ribadiamo, al contrario, quanto sostenuto da sempre: “Affinchè il proletariato possa fare la propria rivoluzione occorrono due condizioni fondamentali:

condizioni obiettive di crisi economiche tali da spingerlo a mobilitarsi sul terreno dello scontro di classe;

la presenza di un partito rivoluzionario che possa guidare politicamente ed organizzativamente il proletariato verso la conquista del potere”[xv].


Gianfranco Greco



[i] L’Espresso 25 gennaio 2011

[ii] Le Monde diplomatique, febbraio 2011, S. Halimi

[iii] Limes n.1/2011, Lorenzo Declich

[iv] Il Manifesto, 16 gennaio 2011, G. Calchi Novati

[v] Limes n.1/2011, P. Amar

[vi] idem

[vii] Il Manifesto, 01 marzo 2011, M. Matteuzzi

[viii] Limes n.1/2011, K. Mezran

[ix] La Rebubblica, 01 maggio 2011, B. Valli

[x] Il Manifesto, 23 marzo 2011, M. Matteuzzi

[xi] Limes n.1/2011, M. Paolini

[xii] Il Manifesto, 14 maggio 2011, M. Correggia

[xiii] Prometeo n.12/dicembre 2005

[xiv] Il Manifesto, 21 maggio 2011, G. Fontana

[xv] Prometeo n.12/dicembre 2005

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