Ogni scusa è buona per ridurre lo spazio della vita collettiva e prevenire una più generale presa di coscienza della necessità di andare oltre il capitalismo
Dopo i fatti di Torino - con la compiacenza, bisogna pur dirlo del tanto osannato Mattarella -, è stato varato l’ennesimo decreto-sicurezza che, fra le altre cose, prevede, nell’imminenza di qualsiasi manifestazione pubblica anche se regolarmente autorizzata, il fermo di polizia per coloro che le forze dell’ordine sospettano di poter essere potenzialmente pericolosi per l’ordine pubblico. Poiché in palese contraddizione con l’art. 21 della costituzione che sancisce la libertà di ”manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”, su pressione del presidente della repubblica nel decreto è stato inserito l’obbligo, per le forze dell’ordine che dispongono il fermo, di informare il pubblico ministero che, nel caso ritenga il provvedimento ingiustificato, può disporre il rilascio della persona fermata. Ora, però, sia perché il decreto non specifica i criteri in base ai quali una persona possa ritenersi potenzialmente pericolosa sia per il sovraccarico di lavoro delle procure, è del tutto evidente che di fatto è impossibile che l’eventuale revoca possa aver luogo prima che scadano le 12 ore di fermo.
Il governo e la sua maggioranza parlamentare sostengono che il decreto si è reso necessario per evitare che fatti come quelli di Torino se non repressi, possano costituire il preludio a un ritorno ai cosiddetti “anni di piombo” e perfino alla rinascita di formazioni armate come le Brigate Rosse. Una tesi, questa, vista la calma piatta che caratterizza attualmente il conflitto sociale, così poco credibile da suscitare non poche perplessità circa la ratio di questo ennesimo decreto perfino nell’ex capo della polizia Franco Gabrielli. Peraltro, come hanno fatto notare molti giuristi, nonostante l’escamotage dell’obbligo di informare il P.M., esso è a forte rischio di incostituzionalità. Ma poco importa, siamo ormai al 28° decreto che questo governo emette in materia di ordine pubblico eludendo la costituzione e, stando a quanto affermano i suoi esponenti, non è finita qui confermando così la critica marxista del parlamentarismo borghese secondo cui in ultima istanza esso consiste nel: «Decidere una volta ogni qualche anno quale membro della classe dominante debba opprimere il popolo nel parlamento»¹.
Che poi è come dire che democrazia parlamentare e dittatura sono due facce di una stessa medaglia.
Prevale ora l’una ora l’altra in funzione esclusiva degli interessi di conservazione della classe dominante.
Ora c’è che la borghesia, a causa dell’ormai sistematico prevalere della fabbrica della finanza su quella della produzione delle merci, per assicurare il regolare svolgimento del processo di accumulazione del capitale, deve a ogni costo mettere a profitto non il solo tempo di lavoro, ma tutto il tempo della vita, per cui il dissenso o la disobbedienza costituiscono per essa una minaccia all’ordine costituito.
Per la sopravvivenza del capitalismo la sussunzione dei lavoratori sotto il dominio del capitale deve essere totale². Così, per esempio, anche il solo manifestare per la pace, visto che guerra e capitalismo costituiscono ormai un binomio inscindibile, può risultare dirompente.
Da qui il timore che nell’ambito del mondo del lavoro, sotto il pungolo di questa immane contraddizione, anche solo una piccola minoranza possa cominciare a porsi il problema di un’alternativa a un sistema per il quale la vita degli uomini e del mondo intero ha ragion d’essere solo in quanto mezzo di produzione ed estrazione del plusvalore ad esclusivo vantaggio di una minoranza sempre più esigua.
E quindi ogni scusa è buona per prevenire, reprimendo ogni spazio della vita sociale, una più generale presa di coscienza che il capitalismo può sopravvivere soltanto seminando povertà, morte e distruzione e che il suo superamento è ormai una improrogabile necessità.
[1] Lenin- Stato e Rivoluzione- Editori Riuniti- pag.109.
[2] Per ulteriori approfondimenti su questa questione vedi anche: Guerra e Capitalismo: un binomio inscindibile-https://www.istitutoonoratodamen.it/index.php/politicasocieta/624-guerra-e-capitalismo-un-binomio-inscindibile