Sulle rivolte in Iran

Stampa
Categoria: Asia
Creato: 19 Gennaio 2026 Ultima modifica: 19 Gennaio 2026
Scritto da Lorenzo Procopio Visite: 55

In queste ultime settimane l’Iran è stato teatro di un’ondata di proteste che sta mettendo a dura prova la tenuta della Repubblica Islamica degli Ayatollah. Le prime manifestazioni di piazza sono iniziate il 28 dicembre 2025 nella città di Mashhad, una metropoli di ben sei milioni di abitanti che si trova nel nord est del dell’Iran, quasi ai confini con il Turkmenistan, per poi estendersi a valanga in tutto il resto del paese, compresa la capitale Teheran. Nei principali centri urbani del paese i manifestanti hanno invaso strade e piazze, per protestare contro una situazione economica e sociale sempre più drammatica. Non una sola città è rimasta esclusa da questa ondata di manifestazioni. La repressione statale, guidata dai famigerati Guardiani della Rivoluzione è stata feroce, tanto che dalle poche informazioni che sono filtrate dal paese, isolato dal resto del mondo anche a causa dell’oscuramento di Internet, si parla di parecchie migliaia di morti tra i manifestanti. Col pretesto di difendere i manifestanti dalla violenza statale, Trump sta minacciando di attaccare militarmente l’Iran, un paese strategico per gli equilibri mediorientali e che da decenni è nel mirino degli Stati Uniti.
L’ondata di proteste che ha incendiato il paese, unitamente alle minacce degli americani di attaccarlo militarmente, fa dell’Iran una sorta di cartina di tornasole utile sia per la comprensione della crisi economica che investe il capitalismo da decenni sia per dipanare le contraddittorie dinamiche di scontro tra le grandi potenze imperialistiche su scala globale. Infatti, possiamo comprendere le ragioni economiche e sociali che hanno spinto milioni di iraniani a scendere in piazza, sfidando la violentissima repressione dei preti al potere, solo se consideriamo il contesto internazionale in cui è inserito l’Iran, un paese cardine nello scontro imperialistico in atto tra gli Stati Uniti da un lato e Russia e Cina dall’altro.

L’Iran è un paese complesso e multietnico, con una popolazione di novantadue milioni di persone, per la stragrande maggioranza giovanile. I gruppi etnici principali della popolazione iraniana sono i persiani, con il 61%, seguiti dagli azeri con il 16% e dai curdi con il 10%. Tale presenza multietnica è stata spesso all’origine, in passato, di violenti scontri ma le recenti manifestazioni di protesta hanno accomunato trasversalmente i diversi gruppi etnici su un comune terreno di lotta contro le drammatiche condizioni economiche in cui versa la stragrande maggioranza della popolazione.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso ed ha scatenato le manifestazioni di protesta è stata l’ennesima svalutazione del rial (la moneta iraniana) arrivato al suo minimo storico rispetto al dollaro ed alle altre principali monete, un ribasso che di contro ha fatto impennare i prezzi dei beni di prima necessità. Giusto per fare un solo esempio circa l’entità del crollo del potere d’acquisto degli iraniani a causa della svalutazione della moneta e la conseguente inflazione, per comprare un litro di olio di girasole attualmente (gennaio 2026) servono ben 21 dollari, una cifra enorme per la stragrande maggioranza degli iraniani. Nel corso degli ultimi anni la svalutazione della moneta iraniana è stata progressiva ed ha intaccato in maniera significativa le condizioni di vita per milioni di lavoratori. In questi giorni sono necessari ben 1,5 milioni di rial per un dollaro; nell’ultimo anno il Rial ha perso il 45% del suo valore e ben il 98% nell'ultimo decennio. Al momento della rivoluzione degli Ayatollah del 1979, per la divisa statunitense servivano solo 70 monete iraniane, il che significa che in quasi quarant’anni ha perso circa 20mila volte il suo valore. L’aumento dei prezzi ha ridotto inesorabilmente il potere d’acquisto, soprattutto tra i percettori di reddito fisso come i lavoratori dipendenti e pensionati. A dicembre, mentre il valore del rial è diminuito del 16%, l’inflazione relativa ai beni alimentari ha raggiunto un tasso annuo del 72%, quasi il doppio della sua media recente. Nel corso del 2025 il tasso di inflazione ufficiale è stato del 45%, mentre gli stipendi dei lavoratori pubblici sono aumentati nominalmente soltanto del 20%. Sono numeri che fanno capire come le condizioni di vita per milioni di lavoratori iraniani siano diventate insostenibili, mentre una fascia di borghesia, quella che amministra i grandi fondi fiduciari che gestisce gran parte delle transazioni ufficialmente sottoposte alle sanzioni internazionali, si è arricchita come non mai.
La situazione economica iraniana è precipitata nel corso del 2025 anche a causa del ripristino delle sanzioni internazionali stabilite nel 2015 in sede ONU, e che per un lungo periodo erano state congelate in virtù degli accordi sul nucleare firmati in quel momento. Proprio questi ultimi accordi contenevano la clausola di Snapback, in base alla quale trascorsi dieci anni dalla firma del trattato del 2015 ed in assenza di una nuova intesa sul nucleare, il sistema sanzionatorio multilaterale precedente agli accordi tornava in vigore. La ripresa del regime sanzionatorio ONU, unitamente a quello già in essere degli Stati Uniti, ha letteralmente strangolato l’economia iraniana. Qui è opportuno fare una breve considerazione sull’impatto delle sanzioni nei confronti dei diversi paesi che le subiscono. Mentre per una potenza imperialistica come la Russia le sanzioni non hanno scalfito più di tanto i fondamentali della propria economia, per l’Iran, un paese di seconda fascia nello scacchiere imperialistico, le sanzioni internazionali hanno avuto un impatto devastante sul piano economico interno e, nello stesso tempo, hanno accelerato il fenomeno della concentrazione e centralizzazione dei capitali. Proprio come conseguenza del regime sanzionatorio, la borghesia iraniana ha saputo escogitare dei metodi innovativi per aggirarlo, attraverso la costituzione di società fiduciarie, spesso gestite dagli familiari di alti dirigenti e funzionari statali, che svolgono la funzione di convogliare all’interno dell’Iran gli introiti derivanti dalla vendita del petrolio¹. I gestori di questi fondi fiduciari ben presto hanno allargato il loro potere estendendo il loro controllo su tutte le importazioni iraniane. Da semplici facilitatori degli scambi commerciali, questi oligarchi si sono ben presto trasformati nei veri dominatori dell’economia del paese. In Iran non entra un solo spillo senza l’intermediazione di questo gruppo ristretto di persone che attraverso le proprie speculazioni ha affamato milioni di persone. Negli anni si è rovesciato il rapporto tra lo Stato e questi fondi fiduciari, nel senso che oggi è lo Stato a dover negoziare con questa cricca per recuperare valuta internazionale necessaria agli scambi con l’estero, con la conseguenza che le attività speculative di quest’ultimi hanno fatto esplodere l’inflazione, come abbiamo visto prima.
Unitamente a questi oligarchi sono le Guardie della rivoluzione ad aver accentrato nelle loro mani un’altra importante fetta del potere economico. Esse controllano colossi come Khatam al-Anbiya, società di costruzioni e holding di partecipazioni; la Persian Gulf Petrochemicals, la più grande raffineria del Paese; Hara, un'azienda di ingegneria che si occupa di perforazioni e Bahman, un tempo produttore di automobili Mazda in Iran. Ma anche banche, fabbriche e startup. Sempre alle Guardie della rivoluzione, col fine di garantire la sicurezza del paese, sono destinati anche i proventi derivanti dalla vendita di circa 500mila barili di petrolio greggio al giorno.
Una concentrazione della ricchezza di tale portata ha come necessario corollario una massa enorme di popolazione ridotta alla fame, ed è proprio questa condizione che bisogna considerare per comprendere le manifestazioni di protesta di questi primi giorni del 2026. Un aspetto importante per comprendere il precipitare della situazione economica del paese è lo stretto legale che intercorre tra il bilancio statale e il prezzo del petrolio. Per l’Iran l’equilibrio dei conti pubblici è una condizione imprescindibile per evitare fughe di capitali e il deflusso di valuta internazionale necessaria per le importazioni equilibrio che si sarebbe raggiunto prevedendo un prezzo un prezzo del petrolio di circa 85 dollari al barile, che, però, nel corso del 2024 è stato molto lontano dal realizzarsi. Da qui la necessità per il governo iraniano di tagliare la spesa pubblica ed aumentare la pressione fiscale, una politica economica che, se da un lato ha garantito l’equilibrio del bilancio statale, dall’altro ha innescato effetti recessivi e un drammatico peggiorato delle condizioni della stragrande maggioranza della popolazione del paese.
Il peggioramento delle condizioni di vita per milioni di iraniani è la diretta conseguenza dell’operare delle contraddizioni del sistema capitalistico. A Teheran come a New York, a Roma come a Pechino, nonostante le diverse forme in cui si esprime il dominio politico della classe dominante, è sempre il modo di produzione capitalistico l’unico e solo responsabile del propagarsi della miseria in ogni angolo del mondo. Così come è il capitalismo che, distruggendo tutti gli habitat naturali, è il solo responsabile della crisi idrica che sta letteralmente trasformando l’Iran in una landa desolata e che ha spinto milioni di iraniani a scendere in piazza.
Alla fine del 2025 il fiume Zayadandehrud a Isfahan, fondamentale per l’agricoltura della regione è a secco da mesi, mentre nella regione del Khuzestan l’acqua corrente arriva nei rubinetti delle case soltanto per due giorni alla settimana. Nello stesso periodo nei quartieri a sud di Teheran i rubinetti di casa sono rimasti a secco, costringendo milioni di persone a comprare acqua in bottiglia a prezzi da strozzinaggio o fare file chilometriche per rifornirsi dalle cisterne comunali². Cosa c’è dietro la crisi idrica iraniana se non i disastri ambientali, di cui l’unico responsabile è il capitalismo, e l’abbandono di una rete che disperde oltre il 30% dell’acqua prima che questa arrivi nelle case? Le storture di questa infame società sono tali che pur di garantire lauti profitti alla borghesia, priva la maggioranza della popolazione di un bene di assoluta necessità, qual è l’acqua per la vita sulla terra.
Le manifestazioni di protesta di milioni di iraniani e la successiva violentissima repressione statale, che ha lasciato sul terreno migliaia di vittime, ha riportato l’Iran al centro dell’attenzione da parte dei grandi predoni dell’imperialismo. Per la sua posizione strategica, per le sue risorse energetiche e per le sue dimensioni l’Iran svolge un ruolo centrale nel grande scacchiere mediorientale. L’Iran è un paese la cui vivacità culturale ha pochi eguali nel mondo islamico, con 14 milioni di persone in possesso di un titolo di studio di scuola superiore ed un numero di laureati in scienze ed ingegneria che colloca il paese al secondo posto a livello mondiale. Per comprendere la raffinatezza culturale iraniana e il suo elevatissimo spessore basta considerare che ci sono più traduzioni di Kant in persiano che in qualsiasi altra lingua al mondo. Non bastano quasi 50 anni di dittatura e oscurantismo da parte dei preti islamici e dei gretti gruppi di oligarchi che detengono attualmente il potere per cancellare la raffinatezza di una cultura millenaria come quella iraniana. L’Iran è il più grande paese del mondo islamico sciita, ed esercita un ruolo egemonico culturale e di sostegno militare nel resto di quei paesi che si richiamano a questa parte dell’islam e la sua centralità regionale è dettata anche dal controllo che esercita sullo stretto di Hormuz attraverso il quale passa una fetta importante dell’intera produzione petrolifera mondiale. L’Iran è un paese ricchissimo di risorse naturali. Possiede il 7% di quelle globali ed è il secondo paese al mondo per riserve di gas naturale, miniere d’oro, bauxite e nichel. Nonostante le sanzioni abbiano ridotto le capacità estrattive, la produzione petrolifera iraniana è terza all’interno dell’area Opec. Una ricchezza che non lascia indifferenti le grandi potenze imperialistiche che vedono nell’Iran un’area di vitale importanza per le loro aspirazioni di dominio del mondo.
Dopo la rivoluzione islamica del 1979 guidata dall’ayatollah Khomeini, l’Iran si è sempre di più allontanato dagli Stati Uniti, diventando di fatto il principale avversario nel Medioriente e stringendo in anni più recenti legami strategici con Russia e Cina, tanto da far parte del gruppo di paesi che gravitano intorno ai Brics. Soltanto nel 2025 la Cina ha importato circa 1,38 milioni di barili al giorno di petrolio, che rappresentano quasi l’80% dell’intera produzione di Teheran. Sono dati che testimoniano come siano sempre di più importanti le interconnessioni tra l’economia cinese e quella iraniana, come sempre più stretti sono i legami con la Russia di Putin che importa da Teheran molti di quei droni utilizzati nella guerra contro l’Ucraina. Rompere questi legami con i paesi Brics, ripristinare un controllo su quest’area strategica del mondo rappresenta una priorità per l’imperialismo americano che, dopo aver bombardato l’Iran insieme ad Israele nel giugno 2025 con la scusa di sventare la minaccia nucleare degli ayatollah, ha intravisto nelle manifestazioni di piazza una possibilità per attaccare militarmente l’Iran e ricondurre il paese nella propria sfera d’influenza. Nel momento in cui scriviamo la soluzione militare rimane ancora un’opzione, non sappiamo se e come potrà concretizzarsi. Molto sono le incognite per gli Stati Uniti per un’operazione militare di tale portata. L’Iran non è il Venezuela, non sarebbe sufficiente eliminare i leader islamici al potere, più complessa e diversa è la situazione iraniana per riproporre la stessa azione che ha portato al recente sequestro del presidente venezuelano. Quel che è certo è che l’aggressività statunitense aumenta proporzionalmente all’aggravarsi della propria crisi e che russi e cinesi difficilmente starebbero con le mani in mano in caso di occupazione militare da parte degli Stati Uniti. Sono troppi gli interessi di russi e cinesi nella regione per rimanere inerti in caso di attacco degli americani. Un paese al collasso, sottoposto ad una feroce dittatura da parte dei preti islamici, con milioni di iraniani impoveriti e ridotti allo stremo, rischia di trasformarsi in un nuovo drammatico fronte di quella che ormai chiaramente è la guerra imperialista permanente. Ma esiste un’alternativa alla barbarie del capitalismo ed ha un nome dal nobile significato, Comunismo.

[1] Vedi l’articolo di Mohammad Tolouei “Gli Oligarchi di Teheran” apparso sul Corriere della Sera del 13 gennaio 2026 a pagina 10

[2] Vedi l’articolo “Un’ondata di proteste diversa dalle altre” di Lior Sternfeld, pubblicato originariamente su + 972 Magazine e ripubblicato sul numero 1648 del 16 gennaio del 2026 di Internazionale.