La cattura di Maduro e sua moglie non risolve la questione venezuelana, anzi per molti versi le incognite che gravano sul futuro del paese sono più pesanti di prima.
Neanche il tempo di brindare per l’inizio del nuovo anno e scambiarsi i soliti auguri per un 2026 finalmente di pace, salute e serenità, che tali auspici sono stati drammaticamente ed inesorabilmente smentiti dalla dura realtà del capitalismo. Mai come in questa fase storica è strettissimo il legale tra capitale e guerra, tanto che i due termini stanno diventando quasi dei sinonimi.
All’alba del tre gennaio decine di aerei ed elicotteri, centinaia di uomini della Delta Force americane hanno prelevato dalla propria residenza di Caracas il presidente venezuelano Maduro e sua moglie Cilia Flores per condurli in carcere a New York. Dopo mesi di minacce, il presidente Trump, senza la preventiva autorizzazione del Congresso, ha dato il proprio consenso per arrestare il suo omologo venezuelano e sua moglie per farli processare da un tribunale di New York con l’accusa di narcotraffico. Non saremo certamente noi a difendere Maduro e i suoi accoliti per le repressioni e lo sfruttamento selvaggio a cui sottopone il proletariato venezuelano, ma l’accusa di essere a capo di un’organizzazione criminale che inonda gli Stati Uniti di sostanze stupefacenti è la solita foglia di fico che serve a poco per nascondere i reali motivi di questa ennesima operazione militare statunitense. Il Venezuela, a detta dei principali esperti di narcotraffico, rappresenta una piccolissima percentuale sia nella produzione che nello spaccio di sostanze stupefacenti, altri sono i paesi del Sudamerica, in primis la Colombia, che fanno della produzione di cocaina ed altre droghe una delle principali voci della propria economia.
Il bilancio di tale operazione, ancora provvisorio e non ufficiale, parla di quasi cento morti tra gli uomini della scorta di Maduro e vittime “collaterali” tra i civili venezuelani. Nel momento in cui scriviamo sono ancora molte le ombre che rendono poco chiaro l’arresto di Maduro e di sua moglie, ma appare assai probabile che sia stata concordata con alcuni settori dello stesso governo venezuelano, vista l’assenza di una seppur minima opposizione militare all’operazione statunitense e la nomina a presidente ad interim di Delcy Rodriguez, vicepresidente dello stesso Maduro. Sempre nella direzione di un’azione concordata va letta la decisione dei vertici militari venezuelani di rimanere fedeli al nuovo presidente ad interim Rodriguez, cosa che potrebbe scongiurare, almeno in questa primissima fase, l’apertura di una fase di guerra civile o di occupazione militare da parte degli Stati Uniti. La situazione è ancora molto fluida e i proclami di vittoria di Trump, con gli annessi milioni di barili di petrolio che dovranno essere consegnati agli Stati Uniti, dovranno essere verificati sul campo. Troppe sono ancora le incognite per tracciare un quadro definitivo della questione venezuelana, ma quel che è certo è che un ennesimo fronte della guerra imperialista permanente si è aperto nel cuore del Sudamerica.
Da comunisti rivoluzionari non cadiamo nella trappola tesa dalla borghesia di difendere il “socialista” Maduro contro l’imperialista Trump. Sono entrambi esponenti di quella stessa classe dominante che, seppur a livelli diversi, stanno letteralmente scaraventando l’intera società nella barbarie della guerra e della miseria generalizzata. Non si fanno gli interessi della classe lavoratrice venezuelana ed internazionale schierandosi con uno dei due fronti in lotta, ma occorre contrastare politicamente la logica di questo schieramento per opporsi alla logica del capitale che nella ricerca spasmodica di accaparrarsi anche le briciole più piccole di profitto scaraventa interi continenti nella barbarie della guerra e nella catastrofe ambientale.
Se la lotta al narcotraffico è servita a giustificare agli occhi dell’opinione pubblica l’operazione chiamata “Absolute resolve”, sono altri e ben meno nobili i reali motivi di tale attacco. In primo luogo, gli Stati Uniti, con tale operazione, stanno tentando di ricondurre il Venezuela nell’alveo della propria sfera d’influenza per sottrarlo alle mire di russi e cinesi e in secondo luogo vogliono mettere le proprie mani sulle più grandi riserve petrolifere del pianeta.
Per comprendere i fatti di questi giorni è necessario ripercorrere, seppur a grandissime linee, le vicende politiche del Venezuela degli ultimi 30 anni durante i quali il paese ha cercato di svincolarsi dalle grinfie dell’imperialismo statunitense per cadere nelle mani di quello russo e cinese. Tutto ha inizio con l’elezione di Hugo Chavez a presidente del Venezuela nel 1999, salutato anche da molti neo-riformisti come il nuovo Che Guevara del ventunesimo secolo. Dopo qualche anno dal suo insediamento Chavez ha nazionalizzato l’industria estrattiva di petrolio sottraendola di fatto alle grandi imprese statunitensi che per decenni hanno sfruttato le risorse del paese sudamericano, lasciandogli solo poche briciole. Per ottenere il risarcimento dei danni subiti con la nazionalizzazione, le compagnie petrolifere statunitensi hanno intentato, davanti ai tribunali americani, cause miliardarie contro quella statale venezuelana (Pdvsa). Però, nonostante siano trascorsi quasi venti anni non si è arrivati a nessuna soluzione del contenzioso, cosicché in questo lungo arco di tempo le richieste di risarcimento hanno raggiunto un valore di 60 miliardi di dollari, una somma enorme che Trump come ha più volte dichiarato, pretende gli venga ripagata quale giusto risarcimento per “tutto il petrolio, i terreni e le risorse che (i venezuelani- n.d.r) ci hanno rubato”¹.
In questi ultimi decenni gli Stati Uniti, oltre a perdere il controllo sul petrolio venezuelano hanno visto arrivare nel proprio giardino di casa russi e cinesi, i loro maggiori concorrenti sul piano imperialistico. Intanto, già da diversi anni il Venezuela è entrato nel circuito economico e finanziario dei paesi Brics, che di fatto rappresentano la vera alternativa al modello di dominio economico e finanziario basato sul dollaro. Gli Stati Uniti avevano finora reagito a questa ingerenza russo-cinese con tutta una serie di sanzioni contro il Venezuela che hanno determinato in questo arco temporale una crisi economica spaventosa, con una caduta verticale del Pil, del livello dei salari e delle condizioni di vita e di lavoro per milioni di proletari venezuelani. È stato il settore petrolifero che ha subito le maggiori conseguenze dalle sanzioni e dalla repentina obsolescenza degli impianti di estrazione, tanto che la capacità estrattiva è passata negli ultimi 25 anni da 3,5 a poco meno di un milione di barili al giorno. Se consideriamo la caduta della produzione e la concomitante riduzione dei prezzi del greggio sui mercati internazionali possiamo ben comprendere la gravità della crisi economica venezuelana che ha di fatto scaraventato da molti anni il paese in una spirale di violenza politica. Tra repressione interna, sanzioni internazionali, crisi economica ed inflazione alle stelle chi ha pagato il costo maggiore è stato il proletariato venezuelano, mentre nello stesso contesto la borghesia venezuelana e gli avvoltoi imperialisti si sono arricchiti a dismisura. Dopo l’estromissione delle grandi compagnie petrolifere statunitensi è stata la Russia a fornire al Venezuela la necessaria assistenza nel settore petrolifero e a vendergli le armi necessarie a difendersi. In questi ultimi anni Mosca ha fornito al paese sudamericano tecnologie per il recupero di petrolio extra pesante, mentre grazie alla cooperazione militare la Russia è diventata il principale esportatore di armi in Venezuela. Continua formazione e consulenza militare, nonché la fornitura di missili terra aria, missili anticarro, carri armati T-72, veicoli da combattimento per la fanteria, veicoli robotici automatizzati per le munizioni ed elicotteri da trasporto sono le principali armi che annualmente la Russia vende al Venezuela². Armi che, come abbiamo avuto modo di vedere, sono rimaste inutilizzate durante le poche ore in cui le forze speciali statunitensi hanno prelevato ed arrestato il presidente Maduro e sua moglie.
Nello stesso periodo in cui la Russia riforniva di armi il Venezuela, la Cina s’insinuava nell’economia del paese con ingenti investimenti nelle infrastrutture strategiche ottenendo in cambio quel petrolio pesante necessario alla vorace economia cinese. La doppia collaborazione venezuelana con Russia e Cina ha spinto il governo Maduro a formalizzare la piena adesione ai Brics, ed è stata forse questa la goccia che ha spinto Trump a rompere gli indugi e a dare il via libera all’operazione dello scorso tre gennaio.
La cattura di Maduro non risolve la questione venezuelana, anzi per molti versi le incognite che gravano sul futuro del paese sono più pesanti di prima. Il paese si trova conteso tra i grandi predoni dell’imperialismo internazionale e come spesso accade in queste circostanze il rischio che corre è di essere travolto dallo scoppio di una vera lotta tra bande armate che si contendono la gestione della rendita petrolifera. Anche i proclami trionfalistici di Trump relativi alla gestione del petrolio venezuelano da parte delle compagnie petrolifere statunitensi sono tutti da verificare sia sul piano della fattibilità economica che su quella politica.
Secondo uno studio della società di consulenza Rystad Energy, per portare la produzione di petrolio del Venezuela agli stessi livelli di 15 anni fa (quando è iniziato il crollo produttivo) servirebbero circa 110 miliardi di dollari, una cifra doppia rispetto a quella spesa da tutte le maggiori compagnie petrolifere americane a livello globale nel corso del 2024³. Un investimento non da poco che le grandi compagnie statunitensi, anche durante i colloqui avuti con Trump subito dopo la cattura di Maduro, non sembrano disposte a fare viste anche le incognite politiche che gravano ancora sul paese. È vero, infatti, che è stato catturato Maduro, ma a Caracas a gestire il potere ci sono ancora le stesse forze politiche di prima e russi e cinesi non molleranno a cuor leggero la preda venezuelana. Troppe sono ancora le incognite politiche e militari affinché le compagnie statunitensi possano lanciarsi in un affare di tale portata.
Stiamo assistendo in questi ultimi anni al ritorno a quelle vecchie forme di dominio neocoloniale che il capitalismo del ventesimo secolo sembrava aver seppellito nel cimitero della storia. Evidentemente le contraddizioni del capitalismo scavano così in profondità nelle fondamenta della società che la sola appropriazione parassitaria di plusvalore mediante la produzione di capitale fittizio⁴ non è più sufficiente per contenere la crisi. In tal modo il capitalismo, pur di sopravvivere, è costretto a ripercorrere le vecchie politiche coloniali⁵ e in alcuni casi anche alla pirateria⁶, dimostrando ancora una volta come questo sistema sociale sia ormai giunto al capolinea della storia e che sia sempre più impellente rilanciare l’unica vera alternativa alla barbarie, il comunismo.
[1] Vedi l’articolo “Scommessa rischiosa sul petrolio di Caracas” apparso sul n. 1647 del 9 gennaio 2026 de L’Internazionale pubblicato originariamente su The Economist.
[2] Vedi il capitolo dedicato al Venezuela del libro di Sofia Cecinini “Tutte le guerre del mondo” edito da Paper FIRST
[3] Le cifre sono riportate nell’articolo “Scommessa rischiosa sul petrolio di Caracas” apparso sul n. 1647 del 9 gennaio 2026 de L’Internazionale pubblicato originariamente su The Economist.
[4] Per approfondire l’argomento rinviamo ai numerosi articoli pubblicati negli ultimi decenni sulla nostra rivista DMD’ e sul nostro sito.
[5] Non passa giorno in cui il presidente Trump non minacci la Danimarca di invadere ed annettersi la Groenlandia, vera miniera di petrolio ed altre risorse minerarie.
[6] Ci riferiamo al recente sequestro di petroliere da parte degli Stati Uniti.