Sei qui
L'Istituto è anche Social
FacebookTwitterGoogle Bookmarks

Il disfattismo rivoluzionario oggi

Creato: 06 Giugno 2019 Ultima modifica: 06 Giugno 2019
Scritto da Greco Gianfranco Visite: 742

Dalla rivista D-M-D' n° 12

“Volgere la guerra degli Stati borghesi in guerra civile di tutto il proletariato contro la borghesia di tutti i paesi.” (A. Bordiga, L’Unità 29 marzo 1924)

disfattismoC’è una parola d’ordine della politica rivoluzionaria alla quale è stata impressa una riattualizzazione quale diretta derivazione delle attuali dinamiche capitalistiche che, secondo un registro più complesso ed articolato, sono inestricabilmente sempre più appiattite su di un concetto di “guerra permanente” da intendere quale imprescindibile modalità di esistenza dell’imperialismo attuale.

Ci si riferisce – per doverosa chiarezza - al “disfattismo rivoluzionario”.

Il tema intorno a cui ruotano le argomentazioni che andremo a sviluppare non possono non essere che inerenti alla guerra imperialista permanente a cui fa ricorso il capitalismo per cercare di ovviare alla crisi oramai cronicizzata del meccanismo di accumulazione. Il preciso riferimento alla riattualizzazione è del tutto a ragion veduta in quanto se la validità, l’efficacia di questa parola d’ordine, dietro la quale prendeva forma - a suo tempo e da parte della “Sinistra di Zimmerwald” -  una denuncia in toto della guerra, di una guerra, tuttavia, che rappresentava, allora, pur sempre una parentesi nella vita del capitale, ebbene riproporla oggi a cento anni dalla Conferenza di Zimmerwald non può di certo ingenerare ambiguità inerenti un suo indebito uso.  Va ad assumere, anzi, una valenza ancora più pregnante laddove il fenomeno “guerra”, nell’epoca che stiamo vivendo, di episodico ha assolutamente più niente in quanto è diventata essa stessa un “modus vivendi” della struttura borghese unitamente a tutti i suoi rimandi ad un orrore che, oggigiorno, è sempre più parte integrante di una  quotidianità con la quale è costretto a convivere il mondo tutto.

Nelle risoluzioni del Congresso internazionale socialista di Basilea del 1912, Lenin, nel denunciare la natura imperialistica della guerra ed ancor più l’opportunismo riformista che reggeva bordone ai vari fronti borghesi, aveva modo di asserire come: “I socialisti avessero sempre condannato le guerre tra i popoli in quanto cosa barbara e bestiale. Ma il nostro atteggiamento di fronte alla guerra è fondamentalmente diverso da quello dei pacifisti borghesi (fautori e predicatori di una astratta propaganda della pace) in quanto comprendiamo l’inevitabile legame delle guerre con la lotta delle classi all’interno di ogni paese. Comprendiamo l’impossibilità di distruggere le guerre senza distruggere le classi ed edificare il socialismo, come pure in quanto riconosciamo pienamente la legittimità, il carattere progressivo e la necessità delle guerre civili, cioè delle guerre della classe oppressa contro quella che opprime, degli schiavi contro i padroni di schiavi, dei servi della gleba contro i proprietari fondiari, degli operai salariati contro la borghesia.” In questa denuncia Lenin si soffermava su come questa corrente riformista fosse nata e su quali fossero le sue finalità, ponendo in rilievo come il cosiddetto “periodo pacifico” nello sviluppo del movimento operaio avesse ingenerato nelle correnti opportunistiche, che si erano diffuse in quegli anni nel movimento socialista internazionale, la convinzione che alla trasformazione della società si potesse pervenire per via evolutiva proponendo quindi una visione deterministico-meccanica secondo la quale sarebbe stato lo stesso sviluppo delle forze produttive a rendere ineludibile il socialismo,  visto pertanto come il risultato di una successione di riforme evocate dallo stesso sviluppo sopra menzionato. Dal che conseguiva le negazione dell’egemonia proletaria, il convincimento che lo Stato si presentava come neutro rispetto alla società e quindi la questione del potere finiva con l’evaporare, in netta opposizione con la teoria rivoluzionaria che non si limitava a proporre semplici modificazioni della società bensì la sua radicale trasformazione.

Due teorie segnate da una palese antitesi colta plasticamente da Lenin allorquando pone in risalto le finalità del cosiddetto riformismo: “ La socialdemocrazia deve trasformarsi da partito di rivoluzione sociale in partito di riforme sociali. Bernstein ha appoggiato questa rivendicazione politica con tutta una batteria di “nuovi” argomenti e considerazioni abbastanza ben concatenati. Si nega la possibilità di dare un fondamento scientifico al socialismo e di provare che, dal punto di vista della concezione materialistica della storia, esso è la sola alternativa al putrescente capitalismo; si nega il fatto della miseria crescente, del fenomeno della proletarizzazione, dell’inasprimento delle contraddizioni capitalistiche; si dichiara inconsistente il concetto stesso di “scopo finale” e si respinge categoricamente l’idea della dittatura del proletariato; si nega l’opposizione di principio tra liberalismo e socialismo; si nega la “teoria della lotta di classe”, che sarebbe inapplicabile in una società rigorosamente democratica, amministrata secondo la volontà della maggioranza, ecc.”1 Se la battaglia contro le contorsioni della socialdemocrazia riflettevano una esigenza di chiarimento all’interno del movimento socialista internazionale, allo stesso tempo veniva portata avanti  una critica radicale che aveva come obbiettivo il pacifismo piccolo-borghese e le sue suggestioni relative alla conquista della pace da perseguire all’interno del perimetro democratico facendo leva – figuriamoci! - su un assai presunto ravvedimento “umanitario” della borghesia. Che la borghesia, che la struttura capitalistica, che la fase imperialistica impongano delle politiche volte ad intensificare ancor di più la rapina e la barbarie era una problematica che non sfiorava minimamente i benpensanti pacifisti.

Abbiamo voluto porre al  centro di questo nostro argomentare il riformismo in

auge a cavallo dei secoli decimonono e ventesimo,  le sue contraddizioni, le sue  deviazioni, i  suoi contorsionismi, tenendo tuttavia in debito conto come,  nonostante le palesi contraddizioni, le suggestioni, le illusioni, la sua stella polare

seguitasse ad essere la trasformazione in senso socialista della società.

Tale stella polare, questo riferimento storico è, di converso, del tutto assente nel riformismo dei nostri giorni. E’ come se persistesse un sacro terrore a proferire il termine “socialismo”. E’ più che evidente un affannato lavorìo teso a prenderne addirittura le distanze. Tutto ciò determina, data la fumosità delle analisi,  il venir meno  di una proposizione fattivamente plausibile e, pertanto, del riferimento ad una alternativa in grado di superare i limiti evidentissimi di un sistema economico sociale che sopravvive oramai a sé stesso. Ci si limita – e ricorrendo ad ampie dosi di retorica - ad evocare conquiste progressiste, migliorie dell’attuale compagine sociale, sintetizzabili in una sorta di “carnet de reves” (libro dei sogni) al quale, per esempio, fa esplicito riferimento la scrittrice/giornalista canadese Naomi Klein  che - alla Conferenza del Labour Party di Brighton del 26 settembre scorso – aveva modo, oltre alle liturgiche denunce delle “elites” che si arricchiscono smisuratamente, di porre l’accento su come “Esista una lunga e gloriosa storia di trasformazioni progressiste, a livello sociale, innescate dalle crisi. Basti pensare alle vittorie della “working class” per quanto riguarda l’edilizia popolare all’indomani della prima guerra mondiale, o per il sistema sanitario nazionale dopo la seconda.”2 Che queste trasformazioni sociali ci siano state e che siano costate lotte sanguinose è fuor di ogni dubbio; dovrebbe però spiegarci la gentile attivista canadese come mai tutte queste conquiste stiano progressivamente corrodendosi, quando non si siano del tutto volatilizzate, a dimostrazione che la lotta di classe attualmente la sta conducendo unicamente la borghesia e, peraltro, vittoriosamente se continua ad attaccare le condizioni di lavoro e di vita di un proletariato disorientato ed inerme. Ribadiamo: questa gloriosa storia di conquiste progressiste è fuori discussione come è fuori discussione, ahimè, che tali conquiste non siano date una volta per sempre in quanto possono essere vanificate dal potere borghese attraverso più complesse ed aggiornate forme di sfruttamento. L’assoluta mancanza di comprensione delle dinamiche capitalistiche attuali si manifesta in altri passaggi dello stesso intervento laddove spiega come “ Per trionfare in un momento di vera crisi dobbiamo anche essere in grado di pronunciare dei coraggiosi e lungimiranti “sì”: un piano per ricostruire e affrontare le cause che soggiacciono alla crisi. E questo piano deve essere convincente, credibile e, più di tutto, accattivante. Dobbiamo aiutare una società stanca e timorosa a immaginarsi in un mondo migliore.”3 A parte l’uso di una aggettivazione che rimanda più che altro al variegato mondo dei pii desideri che non ad una accurata lettura, ad una capacità di percezione di fenomeni assai complessi che meriterebbero ben altro approfondimento – sulla loro genesi, sul loro attuale manifestarsi, sulle loro finalità -  che non un approccio in cui la componente volontaristica sembra costituire la cifra dominante.

Non si spiegherebbero altrimenti le amnesie della signora Klein, come anche di

tanti altri “maitres à penser” che evitano accuratamente di addentrarsi con maggiore compiutezza in analisi conseguenti sulla fenomenologia capitalistica attuale, la qual cosa - se avvenisse -  potrebbe forse indurli a riflettere sulla improponibilità delle soluzioni prospettate.

E’ inevitabile in tal senso cogliere le implicazioni che un sistema capitalistico in crisi porta con sé: crisi che è tutt’altro che riferibile esclusivamente alla sfera finanziaria – leit motiv tutt’ora in voga - ma che riguarda l’economia reale nella sua globalità con annessi processi di concentrazione della ricchezza e di impoverimento progressivo del proletariato mondiale, crisi intimamente connessa a contraddizioni insanabili e che vanno assumendo sempre più i crismi della irreversibilità. Ha tale e tanta evidenza tutto ciò da indurre il capitale ad esasperare lo sfruttamento della forza-lavoro, a produrre processi di impoverimento del proletariato sempre più estesi, ad intensificare i tagli allo stato sociale, innescando, in tal modo ed inevitabilmente, le spinte alla conflittualità. Ma, ancora: se l’accumulazione capitalistica non può più prescindere da una connotazione a dimensione globale, a derivarne non possono non esserci  contrasti anch’essi a carattere globale con annessi processi di riallineamento dei rapporti di forza tra le varie potenze. Tendenza non scevra – come facilmente intuibile -  dal concreto pericolo di un possibile ricorso ad una guerra effettivamente guerreggiata.

A fronte di una così vasta gamma  di inquietanti interrogativi c’è lo sconcerto nel constatare, soppesandola, la sproporzione più che palese tra la gravità della situazione ed il tenore delle risposte adombrate da queste “anime pie”.

Nel caso dell’ipotesi anche la più benevola, ma veramente si ritiene possibile contrastare le attuali politiche economiche portate avanti da governi di destra o di pseudo-sinistra con la creatività, con le banche etiche, col commercio equo e solidale e con le tante altre fantasticherie a seguire?

C’è un plausibile senso nel discettare di “anticapitalismo” e nel contempo rassicurare - chi? - che non sono alle viste progetti insurrezionali o prese di “Palazzi d’Inverno” giacchè tale  ostentato “anticapitalismo” si esemplificherebbe in modo assai semplice in “una tensione universalistica, verso la costruzione di un nuovo mondo possibile.” Il fine ultimo finalmente si staglia nitidamente: la trasformazione della società capitalistica per via evangelica.

Ironia a parte, il dato che più preoccupa e su cui giova un’ampia  riflessione è dato dagli effetti deleteri che  giocano queste suggestioni con l’impaniare i lavoratoti, i giovani, i disoccupati, gli emarginati, in una, il proletariato tutto, su una convinzione completamente falsa, ossia  su come un sistema criminale, disumano possa essere migliorato,  plasmato più a misura d’uomo passando disinvoltamente sul fatto che questi emendamenti di pura facciata non andrebbero minimamente a scalfire la logica a cui soggiace un sistema che basa la propria conservazione unicamente sul profitto da realizzare ad ogni costo, in ogni modo,

comunque ed ovunque.

A questi teorizzatori dei “buoni propositi” si converrebbe, al contrario, fare una profonda riflessione su come i loro farfugliamenti ad altro non si riducano se non ad essere organici a quel “sublime sistema” che essi - soltanto a parole – dichiarano di voler combattere.

Dal che non può che derivare una sola conclusione: prestar fede a questo armamentario di insulsaggini, star dietro a questa accozzaglia di teorizzazioni capaci solo di astrarre dalla realtà concreta non potrebbe, alle corte -  per il proletariato intero - non avere come unico approdo che rendere il proletariato ancor più inerme, rassegnato, e soggiacere, quindi, ancor più passivamente di quanto non avvenga già adesso, alle sperimentazioni sempre più stringenti e nefaste del gangsterismo borghese.

L’età della paura

Una quotidianità scandita dal ritmo incessante dei massacri, distruzioni, devastazioni e la cui cifra specifica è rappresentata nella sua interezza da instabilità e caos non può non avere tra le sue manifestazioni un’angoscia che oramai domina la nostra epoca, ne permea tutti i pori, la segna profondamente.

L’età della paura. L’età dell’ansia. Prodotti peculiari di un sistema che non smette di amplificare i propri effetti, replicandosi. “Il successo incontrastato del neo-liberismo conduce ad esiti potenzialmente distruttivi di lungo periodo, come l’esaurimento delle risorse, il surriscaldamento globale, la riduzione della flessibilità del sistema, la distruzione delle condizioni di possibilità di certi stili di vita e la conseguente espulsione delle persone che li adottavano.”4 E’ quanto scrive in un suo articolo Teresa Numerico, articolo incentrato su una intervista all’antropologo norvegese T.H. Eriksen e all’interno della quale lo scienziato scandinavo ha modo si spiegare come il parossismo che caratterizza i processi di  crescita li  rende largamente distruttivi per il pianeta e la società umana, chiarendo oltre tutto come in conseguenza di tutto ciò “Questi salti di livello producono risentimento, disperazione e controreazioni in tutto il mondo, dalla politica dell’identità militante, fino alla ritirata nel nazionalismo.”5

Laddove persistessero delle remore sul diffondersi di quest’ansia, di questa paura, col prevalere, per contrappasso, di un sano ottimismo sulle magnifiche e progressive virtù di un sistema che sarebbe in possesso degli anticorpi necessari a neutralizzare certe spinte autodistruttive, ebbene il professore di diritto internazionale all’università di Princeton, Richard Falk, avanza seri dubbi sulla infondatezza di talune ipotesi sostenendo come “Oggi viviamo il rischio di una catastrofe nucleare più che durante la guerra fredda, e non so quanto questo sia evitabile: la possibilità del “Doomsday”, ossia dell’incenerimento del pianeta, è un’opzione militarista insita nel mondo globalizzato.”6 Ma il paradosso tragico che dà il segno al tutto è costituito dal fatto che “Da un lato abbiamo un Trattato (TNP), cui hanno aderito 122 paesi membri, per la messa al bando del nucleare e, dall’altro, ad opporsi al medesimo trattato sono, in primis, i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (Francia, Inghilterra, USA, Cina e Russia) ai quali si aggiungono Israele, Pakistan, India e Corea del Nord”7 Le motivazioni? Hanno a che vedere unicamente con gli interessi geopolitici dei governi e dei leader che dominano il mondo.

Va tratteggiandosi in maniera sempre più netta una realtà che via via  va appiattendosi su una marcia a tappe forzate verso la barbarie.

La realtà è testarda ma le fantasmagorie servono tuttora ad occultarla

La realtà e la sua spietatezza cominciano a mettere in crisi gli analisti borghesi, quanto meno quelli scevri da quella fede incrollabile e superstiziosa nel capitalismo visto come generatore e dispensatore di ricchezza per tutti. Con decisione inusitata si prende a fustigare il liberismo imperante alla luce di tutti i guasti fin qui prodotti e di quelli che sono già messi in cantiere. Prova ne sia la diagnosi drammatica fatta dal premio Nobel per l’economia, Joseph Stiglitz -  ad una recente conferenza organizzata dall’Istituto Cattaneo di Bologna - ed incentrata su temi scottanti quali la disuguaglianza nel mondo, lo strapotere delle multinazionali, la crescente disoccupazione, ma soprattutto sulla constatazione di una totale impotenza - nei confronti di questa fenomenologia - ben sintetizzata dal giornalista del Manifesto che nella chiusa dell’articolo evidenzia come:” Allorchè nelle domande che i relatori hanno concesso alla stampa, abbiamo sottolineato un po’ provocatoriamente che il dibattito per quanto interessante faceva emergere una impotenza latente in tutti gli interventi, Romano Prodi con un sorriso ha alzato le braccia come per dire: “Non possiamo farci nulla”.8 

E nei fatti è tutto un impianto teorico a mostrare la corda. Oseremmo definire il tutto : l’irreversibile dissolvenza dei carismi.

Come sembrano lontani i fascinosi tempi attraversati dalle farneticanti teorizzazioni del filosofo ultraliberista austriaco Friedrich von Hayek, teorie che hanno rappresentato la summa alla quale si sono pedissequamente riferite le politiche economiche degli ultimi decenni.

L’insigne pensatore, tra l’altro, avversava decisamente la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo” del 1948, ed alla base del suo dire c’era “ la netta opposizione all’idea stessa di uguaglianza, persino declinata in senso esclusivamente formale. Gli uomini non sono uguali e, soprattutto, non vanno trattati come tali, perché è soltanto il Mercato, e in generale la naturale evoluzione concorrenziale delle cose, a stabilire chi uscirà vincente e potrà, in questo modo, beneficiare tanto della ricchezza quanto dei diritti.”9 

Più sinteticamente, è la celebrazione del mito del mercato capitalistico considerato come il più razionale sistema di allocazione delle risorse in virtù delle sue capacità di autoregolamentarsi ben al di fuori dall’imposizione di regole provenienti dall’esterno. Il punctum dolens è che questo assai poco probabile “benemerito dell’umanità” – insignito tra l’altro del premio Nobel per l’economia nel 1974 -  ha funto da stella polare con cui orientarsi oltre a segnare le nobili gesta di due campioni del moderno riformismo: Tony Blair, erede a tutto tondo della signora Thatcher, e Gerhard Schroeder, cancelliere socialdemocratico tedesco dal 1998 al 2005, sotto il cui governo fu varato l’Hartz Konzept (Piano Hartz) con l’obiettivo dichiarato di fronteggiare la crisi, ma che costituisce, nella sua essenza, il prodotto del processo di deregulation del mercato del lavoro che ha dato luogo ad uno dei regimi di controllo più coercitivi d’Europa. Da cui sono scaturiti peggioramenti delle condizioni di lavoro per milioni di lavoratori tedeschi e tagli alla spesa sociale. 

Pomposamente, questi attacchi alle condizioni di lavoro e di vita di milioni di proletari, sono sempre state definite “riforme strutturali”. Ebbene queste riforme strutturali, dalla destrutturazione del mercato del lavoro alle privatizzazioni ed a tante altre nefandezze perpetrate sempre ai danni dei soliti noti, hanno avuto come significativo risultato  un macroscopico travaso di ricchezza tra classi sociali.

L’Oxfam (Confederazione internazionale di organizzazioni no-profit) ci illumina in tal senso facendo rilevare –  in riferimento al drammatico aumento delle diseguaglianze che accomuna tutto il mondo – come 62 persone sono più ricche di 3,6 miliardi di esseri umani e come tali diseguaglianze vadano a scavare ulteriormente il fossato che divide queste classi sociali in quanto comportano conseguenze economiche che trovano espressione nel peggioramento della distribuzione del reddito, nell’intensificarsi della precarizzazione dei rapporti di lavoro, in una povertà sempre più diffusa, in un inarrestabile prosciugamento della cosiddetta domanda aggregata.

Stante una siffatta situazione che interessa - con gradazioni diverse ovviamente - sia i paesi periferici che quelli industrializzati si fa fatica a familiarizzare con termini quali “ripresa” o “crescita”. Se il mantra dominante è rappresentato dall’aumento della competitività attraverso tagli ai redditi e ai diritti dei lavoratori, allo stato sociale ma, soprattutto, attraverso tagli alle tasse dei più ricchi,   puntando tutti sull’incremento delle esportazioni -  in una  deriva verso il fondo, un fondo sociale, economico, ambientale - diventa conseguenzialmente certo l’emergere sempre più stringente della questione di chi deve esportare a chi.

In prospettiva: una situazione con marcati tratti di  inestricabilità, una dimensione che va sempre più restringendosi stante le attuali dinamiche di concentrazione e di centralizzazione. In una: un contesto che sembra quasi la fedele ricostruzione de “La nave dei folli” di Sebastian Brant, nella quale quello strano battello ubriaco ed il suo equipaggio insensato veleggiano lungo i fiumi della Renania ed i canali delle Fiandre.

Tale accostamento scaturisce con naturalezza in quanto nell’attuale contesto

si fa ancora più stridente una contraddizione che da sempre connota il sistema capitalistico: da un lato l’innovazione tecnologica attraverso cui accrescere la produttività del lavoro e quindi la competitività, dall’altro il restringersi dell’impiego di forza-lavoro, ossia dell’unica fonte di produzione di plusvalore.

Si inserisce, a tal riguardo, un elemento nuovo che distinguerà sempre più la rivoluzione industriale in atto - definita come quarta rivoluzione industriale - dalle rivoluzioni del passato, dal motore a vapore all’elettricità, all’elettronica, nel senso che è tutt’altro che replicabile lo schema che vedeva, quale conseguenza dell’introduzione delle innovazioni, l’espulsione di forza lavoro da un determinato settore e l’aprirsi contemporaneo di altri settori che riassorbivano la forza-lavoro in eccesso. Con la quarta rivoluzione industriale questo schema ha ormai da tempo mostrato la corda: la forza-lavoro espulsa non viene riassorbita in quanto non si aprono nuovi ambiti di impiego e la cosa è tanto vera che il World Economic Forum basandosi sull’elaborazione di un “Future of jobs report” calcola che di qui al 2020 saranno cancellati oltre 5 milioni di posti di lavoro -  in riferimento alle principali economie – che riguarderanno soprattutto i lavori d’ufficio, le attività manifatturiere e l’edilizia. Ed ancora: con l’introduzione progressiva di macchine che tenderanno sempre più ad avere caratteristiche che le avvicineranno alla natura umana sono a rischio professioni come il chirurgo, il professore, il giornalista e tante altre ancora.

In sintesi quello che si va ulteriormente delineando non è tanto l’accrescimento dell’esercito industriale di riserva quanto la dilatazione di una enorme massa proletaria di riserva.

L’assurda sostenibilità di un sistema che ha necessità della guerra senza soluzione di continuità

Diventa opportuno, a tal punto, partendo dal dato strutturale della crisi appuntare la nostra attenzione sulle tendenze del capitalismo e sulle conseguenze che comportano tali tendenze considerando dovutamente che i due precedenti cicli di accumulazione hanno avuto come esito finale una guerra mondiale tramite cui si è distrutto il capitale eccedente e si è fatto ripartire un nuovo ciclo di accumulazione. Tutto ciò è passato ed è destinato ancora a passare attraverso un contrasto sempre più acceso tra le diverse borghesie in un contesto sempre più a scala internazionale. Criticità, fibrillazioni, conflittualità, una tettonica economica e sociale che interessa oramai ogni angolo del mondo e che vede il ricorso agli armamentari i più vari: dalle pressioni economiche, alle sanzioni, passando per gli attacchi alle valute o alle minacce di esclusione dai circuiti bancari. Insomma, un campionario ben assortito di frizioni per niente rassicuranti nel mentre qualche buontempone, dall’altra parte dell’Atlantico, si fa ampio ricorso alla comicità gratuita col sostenere come l’epoca in cui siamo immersi sia la più pacifica della storia.

Infatti…”Negli ultimi cinque anni l’aumento di spesa in sistemi d’armi “pesanti” è stato vertiginoso: i dati del Sipri, l’istituto svedese che ne registra l’andamento, riferiscono di una crescita dell’8,4 per cento, livello che non si raggiungeva dal 1990, quando ancora il mondo era diviso in blocchi contrapposti, prima dello scioglimento dell’URSS.”10

“Si vis pacem, para bellum”, locuzione latina che vuol significare  “Se vuoi la pace, prepara la guerra”. Fosse vero tutto questo – tenuto conto dell’odierno attivismo bellico dei vari attori e della connessione – tra i due termini - che dovrebbe conseguirne (connessione, ovviamente falsa e stiracchiata fino all’inverosimile “ad usum delphini”)  l’umanità intera sarebbe condannata ad un lungo e pressochè inevitabile domani di pace…

La manifesta assurdità delle sfumature insite in questa asserzione non possono tuttavia indurre a ridurle a macchiette d’avanspettacolo in quanto hanno dato, nel tempo, vigore alla logica della guerra fornendole  giustificazione formale. E’ talmente vero tutto ciò che la Nato, ad esempio, per bocca del suo segretario, sostiene - senza sprezzo del ridicolo -  come scopo fondamentale della capacità nucleare dell’Alleanza atlantica sia quello di preservare la pace. Non possiamo di certo tacciare di solipsismo  l’accozzaglia di galantuomini nordatlantici in quanto il club nucleare è ben folto annoverando, tra l’altro, Russia e Cina, Pakistan, India e Israele per un totale,  approssimato per difetto, di circa 15.000 testate nucleari.

Guerra permanente quindi, non ancora generalizzata ma con tante avvisaglie che rappresentano la spia di un progressivo avvicinarsi alle cosiddette “linee rosse” tracciate da ciascun brigante, ponendo, allo stesso tempo, in risalto criticità destinate sempre più a intensificarsi.

Si va da un arco intercontinentale di tensioni e conflitti alle posizioni, segnatamente di Russia e Cina, che mettono in discussione l’egemonia del dollaro. Dalle preoccupazioni americane inerenti la partnership russo-cinese o la” Nuova via della seta” al neo-nazionalismo delle piccole patrie, in grado di rappresentare la rabbia anti-establishment e di diffondersi ulteriormente considerati i guasti che continua a produrre il tanto decantato neo-liberismo.

Ma la criticità che toglie il sogno a lor signori è quella denunciata dallo stesso FMI e trova espressione nella caduta  della domanda mondiale, a sua volta conseguenza diretta della caduta dell’occupazione globale, con ricaduta negativa sul processo di accumulazione del capitale.

C’è  una via d’uscita  da questa prospettiva di  degrado e di barbarie? Quale

 altra alternativa si può opporre ad una prospettiva inquietante in cui i soli dati realmente inequivocabili sono lo sfruttamento sempre più intenso della forza lavoro, in una disputa che riguarda le varie fazioni della borghesia, ed un conflitto anch’esso sempre più esasperato, volto all’accaparramento – per via parassitaria – del plusvalore prodotto su scala mondiale?

Il buon Karl Marx nell’analizzare le contraddizioni, le convulsioni, le crisi in cui si dibatte tuttora il capitalismo, evidenziava come la distruzione violenta di capitale, quale condizione unica per la sua conservazione, stava lì a dimostrare l’antistoricità di un sistema produttivo e la necessità di soppiantarlo con un altro di livello superiore.

Avendo dato di sé sempre più prove che non è l’unico dei mondi possibili, anzi, costituendo “il problema”, il problema va portato a soluzione e la soluzione va trovata al di fuori del capitalismo. E questa non può che essere il socialismo.

La stella polare: orientarsi verso il disfattismo rivoluzionario

La guerra come “sola igiene del mondo”, lodata sul Manifesto futurista, nel 1909, in quanto la sola capace di rigenerare il mondo e la “putrida umanità” da il senso di una esaltazione bellica che animerà artisti, poeti, intellettuali in genere che, fatte salve le poche eccezioni, sono lautamente pagati dalla classe borghese per rappresentarne adeguatamente i suoi interessi.

Quale più appropriata raffigurazione di questo mondo se non la considerazione di Vladimir Majakovskij secondo cui “ In una nave che affonda gli intellettuali sono i primi a fuggire subito dopo i topi e molto prima delle puttane”?

Avendo niente, in assoluto, da spartire con questa sorta di titanismo d’accatto, il problema della guerra per il proletariato si presenta esclusivamente in termini di contrasto e ciò rimanda alla ineludibile lotta di classe sulla base di due considerazioni:

  1. a) Il ricorso alla guerra sarà inevitabile fintanto che esisterà il capitalismo;
  2. b) Il disfattismo rivoluzionario quale unica prospettiva e quindi il rifiuto totale a schierarsi con qualsivoglia fronte borghese.

Sebbene il proletariato internazionale stia vivendo una fase particolarmente difficile, e ne offre testimonianza una considerazione ad hoc dello scrittore inglese Anthony Cartwright laddove sostiene che:” In Gran Bretagna, l’identità di classe e i vincoli comunitari che hanno caratterizzato a lungo il mondo operaio sono stati progressivamente erosi e rimpiazzati da una cultura individualista e consumista, una dimensione sempre più atomizzata dell’esistenza.”11, ebbene, partendo dal fatto che questa condizione è largamente generalizzata, e che, nonostante le crisi economiche, gli attacchi continui alle proprie condizioni di vita, stenta a tutt’oggi ad esprimere una adeguata opposizione di classe, il conflitto sociale permane anche se non riesce ancora ad esprimersi a livello collettivo. In un’ottica siffatta e coi venti di guerra che soffiano sempre più forti, riannodare i fili con l’esperienza storica, riconoscere l’attualità e le caratteristiche di un asse strategico della politica rivoluzionaria nella fase di esistenza della guerra permanente diventa un tutt’uno col riconoscere al disfattismo rivoluzionario – con i possibili collegamenti immediati alla lotta di classe – la dimensione di paradigma difficilmente sostituibile.

E nel recente passato – per restare in tema - significative manifestazioni si sono svolte, ad esempio, contro i cosiddetti “treni di guerra”. Si sono altresì avute chiamate allo sciopero con lo scopo di impedire che il materiale bellico venisse caricato sulle navi.  L’articolazione dispiegatasi nelle varie dimostrazioni ha riguardato l’Italia come anche altre realtà europee. Prese di posizione abbastanza nette e decise riferentesi, per esempio in Italia, sia alla galassia “No global” che ai sindacati dei portuali, nel mentre in altre realtà come la Grecia manifestazioni indette dal “Fronte militante di tutti i lavoratori” (PAME) erano orientate oltre che a denunciare i piani di guerra della Nato a riaffermare prese di posizione che costituiscono tuttora il patrimonio genetico della classe degli sfruttati e degli oppressi, ossia: “Siamo uniti dal comune interesse della lotta per una vita senza sfruttamento e povertà, senza padroni che rubano la ricchezza che produciamo. Questa è la vita che ci  appartiene.”

Sono indubbi i limiti di  queste manifestazioni che per il sol fatto di essere organizzate e gestite da organizzazioni sindacali o movimenti i quali,  attenendosi, per loro natura e seppure con modalità diverse, alle compatibilità dell’attuale sistema non possono che avere - come approdo o come ipotesi estrema - la soluzione riformista.

Ma di rilevante vi è una rinnovata sensibilità da parte di alcuni settori della classe lavoratrice verso i temi della guerra, verso la terribilità del suo aspetto e della china verso cui sta scivolando. Ma di rilevante potrebbero esserci anche le potenzialità che la situazione sociale, nel suo insieme, offre se solo ci fosse una organizzazione comunista quale riferimento politico imprescindibile laddove l’obiettivo primario sia quello del superamento del capitalismo.

Ed all’interno di quest’ultima prospettiva - da portare avanti nelle sue varie articolazioni - orientarsi verso il disfattismo rivoluzionario, verso il rifiuto totale nei confronti di qualsivoglia schieramento imperialistico.

Ma ancor di più : verso quella logica perversa che nel 1800, di fronte alle predazioni, ai genocidi, alle pulizie etniche, all’apartheid a cui si applicava alacremente il capitalismo in versione yankee, faceva dire al capo Sioux “Orso in piedi” :” Quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato, l’ultimo pesce pescato, l’ultimo animale libero ucciso, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro.” 

Note

1 V.I. Lenin: Che fare? -  Editori Riuniti

2 N. Klein: La sinistra deve fare una vera rivoluzione morale – Il Manifesto 1 ottobre 2017

3 ibidem

4 T. Numerico : Thomas Hylland Eriksen. Lo stress del dominio del mondo – Il Manifesto 12 settembre 2017

5  ibidem

6 P. Lombroso: Intervista a Richard Falk “Mai così alto il rischio di catastrofe nucleare” – Il Manifesto 17 ottobre 2017

7 idem

8 B. Perini: Stiglitz:”Non usciremo dalla crisi senza una vera politica redistributiva”  Il Manifesto 5 novembre 2017

9 P. Ercolani: A tutto profitto per la libertà. Il Manifesto 13 gennaio 2016

10 G. Cadalanu: Il pianeta delle armi. La Repubblica 6 marzo 2017

11 G. Caldiron: Anthony Cartwright. Il Manifesto 7 settembre 2017

Chi è online

Abbiamo 122 visitatori e nessun utente online