Ritorniamo sui....

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Creato: 06 Febbraio 2010 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 1849

fatti di Rosarno, dal punto di vista riformista (e di B.c.)

Dedichiamo questa  breve riflessione all’articolo sui fatti di Rosarno “Rosarno: gli “schiavi” ci insegnano a rialzare la testa” apparso sul numero 2/2010 di Bc.

Prendiamo in considerazione l’inizio, la fine ed un pezzo centrale dello scritto, dove il pezzo centrale è quello che spiega il senso dell’inizio e della fine.

Ecco l’inizio:

"Rosarno: gli "schiavi" ci insegnano a rialzare la testa. Siamo con i braccianti di Rosarno e Gioia Tauro, per l’unità di tutti gli sfruttati, contro le divisioni etniche e razziste, contro il padronato mafioso e legale”;

la fine:
“Noi siamo per la lotta di classe e l’unità di tutti i proletari, per costruire la prospettiva del superamento di questa società, un anticapitalismo proletario e internazionalista”;

ed il pezzo centrale:
“E’ facile scandalizzarsi per l’aggressività che i braccianti di Rosarno hanno espresso, indignarsi per delle macchine bruciate o altro, ma è un falso argomento: sono stati portati a tali atti dall’esasperazione perché lasciati soli dalla popolazione. La loro disperazione esprime la rabbia contro chi, tra lo schiavo preso a fucilate e il sadico che impugna il fucile, si schiera senza dubbio dalla parte del secondo, invece di tessere quella solidarietà di lotta che unica può migliorare le condizioni dei proletari (italiani e immigrati). Sarebbe stato sufficiente che i “cittadini”, invece di lavarsi la coscienza facendo la carità, avessero intrapreso il percorso della lotta comune… e le violenze di questi giorni non si sarebbero verificate”.(1)

Quindi brevemente. Bc è per l’unità di tutti gli sfruttati, contro le divisioni etniche e razziste, contro il padronato mafioso e legale. L’unità degli sfruttati va rivolta sia contro i comportamenti razzisti che contro il padronato. Quest’unità è poi l’unità di tutti i proletari per un anticapitalismo proletario e internazionalista, ovviamente nella prospettiva del superamento di questa società.

Si è detto, come si può notare, niente. O meglio, tutto perché la prospettiva che si vorrebbe costruire è poco più di un ‘punto di vista, un modo di vedere la società: l’anticapitalismo proletario e internazionalista (essere contro il capitalismo non è ancora essere per il socialismo rivoluzionario) che deve diventare  un comportamento sociale: l’etica sociale egemone. Siamo ben fermi, dunque, nella lotta ideologica, nel cielo della sovrastruttura politica. Qui il materialismo storico è assente; mentre la società reale, il modo di produzione capitalistico, quale unità di forze produttive e rapporti di produzione, unità di struttura e sovrastruttura è irrimediabilmente scissa. A cosa si riduce un reale modo di produzione se si astrae dal fatto che la produzione materiale è anche insieme una produzione di idee e di rapporti interumani? Si ridurrà al rapporto del singolo uomo con la natura: ad un fatto presociale, preistorico. “Finora tutta la concezione della storia ha puramente e semplicemente ignorato questa base reale della storia (la produzione) oppure l’ha considerata come un semplice fatto marginale, privo di qualsiasi legame con il corso storico. Per questa ragione si è sempre costretti a scrivere la storia secondo un metro che ne sta al di fuori; la produzione reale della vita appare come qualche cosa di preistorico, mentre ciò che è storico, inteso come qualche cosa che è separato dalla vita comune, appare come extra e sovramondano”.(2)

Questo vuol dire (la presocialità del rapporto uomo-natura rispetto alla socialità del rapporto uomo-uomo. Al contrario questi due rapporti sono strettamente uniti e la loro specificità caratterizza un modo di produzione) la fuoriuscita dal nostro campo di indagine: la società borghese.

Rimane lo scontro, la lotta ideale che muove gli uomini.

Andiamo così alla lotta contro il razzismo ed il padronato, ma per far cosa? Mantenere l’ordine sociale (quello di questa società) e migliorare le condizioni di vita dei proletari. Infatti contro chi si è sfogata la rabbia dei braccianti neri? Contro la popolazione di Rosarno che li ha lasciati soli, perché: “la loro disperazione esprime la rabbia contro chi, tra lo schiavo preso a fucilate e il sadico che impugna il fucile, si schiera senza dubbio dalla parte del secondo”. Da notare che qui il padrone, o chi per esso impugna il fucile, è bisognoso di cure in quanto malato di sadismo (dal dizionario Zingarelli prendiamo la definizione di sadismo: ‘crudeltà fine a se stessa che si manifesta nel molestare e tormentare gli altri senza alcun motivo’). Non ci dilunghiamo sul fatto che qui precisi rapporti e condizioni sociali, come precise categorie economiche, vengano ridotte a questioni di malattia comportamentale. Potremmo dire, allora, che tutta la lotta di classe ruota attorno al sadismo (anche la fucilazione immediata di circa 30.000 comunardi nel lontano 1871 è stata manifestazione di sadismo). La rabbia dei braccianti neri fu rivolta contro i cittadini di Rosarno perché questi non hanno solidarizzato con loro al fine di migliorare le condizioni dei proletari tutti. I più poveri attaccano i poveri perché questi ultimi non solidarizzano con loro e pertanto non lottano contro razzismo e sfruttamento. Lo “schiavo” nero, emigrante temporaneo (in questo caso), avrebbe così in sé l’istinto di classe che invece è scemato nello “schiavo” bianco, e la sua ribellione sarebbe da considerarsi da insegnamento. L’ideale della solidarietà dovrebbe poi ricucire le legnate intercorse tra più poveri e poveri.

E lo sfruttamento del padronato mafioso e legale dov’è finito?

Ma qui si ricerca l’unità dei proletari, quindi è una questione tutta interna alla medesima classe: è il lamento di Bc per una classe che non c’è in sé, e di una lotta che non può essere suscitata dal Partito. Allo stesso tempo Bc potrebbe assurgere a consulente del ministero degli Interni per risolvere le contraddizioni della società borghese: così un po’ di lotta solidale elimina la violenza, migliora le condizioni di tutti, forse anche dei padroni e alla lunga potrebbe guarire dal sadismo.

Ma non sarebbero rivoluzionari se non volessero risolvere in proprio il problema di classe (e magari prendere il potere per addivenire a tale soluzione), rimanendo il capitalismo, che non è questa società: questa società, quella odierna, è la deriva liberista, razzista, fascista che deve essere corretta. Come c’è un dover essere solidale dell’Uomo proletario, cosi c’è un dover essere della Società altra. Questo è il senso dell’anticapitalismo proletario ed internazionalista che vuole superare questa società. Del resto è solamente una questione di solidarietà di classe (anzi solidarietà di lotta che è ancora un’altra cosa rispetto a quella di classe, finita la lotta cessa anche la solidarietà)  per migliorare le condizioni di tutti i proletari, estendere a tutti gli stessi diritti ed evitare così il verificarsi delle violenze, cioè: un ottimo programma riformista.

Istituto O. Damen

(1) Sul sito leftcom.org si può leggere anche l’articolo “Solidarietà ai braccianti di Rosarno. Contro sprangate e serrata padronale”.

(2) K. Marx, F. Engels, ‘L’ideologia tedesca’, pag. 31, Ed. Riuniti, 1991.