Analisi di una crisi che cambierà il quadro imperialistico mondiale.

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Creato: 18 Ottobre 2020 Ultima modifica: 19 Ottobre 2020
Scritto da Lorenzo Procopio Visite: 147

Altro che Covid-19, questa crisi epocale è stata determinata dalle contraddizioni operanti nel modo di produzione capitalistico. E’ il capitale il vero ed unico virus che occorre combattere ed il vaccino lo si trova nella lotta di classe per il comunismo.

coviddiUna lettura superficiale della crisi che si è aperta nei primi mesi del 2020 nell’ambito del sistema capitalistico su scala mondiale, porta molti osservatori, anche in quella variegata area che si richiama al marxismo rivoluzionario, ad interpretarla come la conseguenza dello scoppio della pandemia che ha colpito il pianeta a causa della diffusione del Covid-19. Come se per il capitalismo globalizzato, prima della diffusione del coronavirus, le cose andassero bene, e soltanto in seguito alla diffusione della pandemia si sarebbero inceppati, in maniera così grave e devastante, i processi d’accumulazione su scala mondiale.

Non saremo certamente noi a negare l’esasperazione della crisi in conseguenza della diffusione del coronavirus nell’ambito dell’economia capitalistica, saremmo sciocchi e miopi nel voler negare una tale evidenza, ma ci sembra metodologicamente importante e politicamente necessario ricollocare nelle contraddizioni del modo di produzione capitalistico le ragioni ultime di tale epocale crisi. La pandemia ha soltanto accelerato ed ingigantito gli effetti dell’attuale crisi economica, ma già prima della diffusione del coronavirus erano evidenti, per chi sapeva cogliere a filo di materialismo storico le contraddittorie dinamiche operanti nei processi d’accumulazione, i segnali che il capitalismo stava marciando diritto verso una nuova e pesantissima recessione globale. Questa crisi non è stata quindi innescata dal coronavirus, ma dalle contraddizioni nel modo di produzione capitalistico che trovano nelle difficoltà di remunerare la massa ingente di capitale fittizio prodotto in questi ultimi decenni una delle più moderne manifestazioni.

Individuare l’origine dell’attuale crisi nella pandemia da coronavirus è metodologicamente sbagliato per due ordini di motivi: in primo luogo si assolve il capitalismo dalle proprie responsabilità, in quanto le cause ultime della crisi sarebbero esogene alle dinamiche del capitale, in secondo luogo si attribuisce allo stesso capitalismo la possibilità di rilanciare la propria economia una volta finita la pandemia in corso. Seguendo gli insegnamenti di Marx, noi pensiamo che sia importante da un lato inchiodare alle proprie responsabilità il modo di produzione capitalistico, individuando nelle contraddizioni del capitale l’origine della crisi economica, e dall’altro saper individuare le dinamiche interimperialistiche attivate dalla stessa crisi globale. Finita l’emergenza sanitaria il capitalismo non tornerà ad essere quello precedente l’attuale crisi. Le dinamiche che si sono attivate produrranno degli effetti devastanti su diversi livelli, dalla composizione di classe del moderno proletariato alla nuova organizzazione del lavoro che già si intravede in questi primi mesi di emergenza sanitaria (vedi il massiccio ricorso allo Smart Working nel settore del terziario in molti dei paesi a capitalismo avanzato), per ripercuotersi inevitabilmente anche nelle stesse relazioni tra le diverse potenze imperialistiche.

Come ogni crisi che si rispetti, anche questa, che sta assumendo una dimensione mai vista prima nella storia del capitalismo, è destinata a determinare processi di aggregazione e disaggregazione dei fronti della borghesia modificando profondamente gli attuali equilibri imperialistici ed esasperando, nello stesso tempo, le spinte verso la guerra imperialistica permanente. Ma per cogliere fino in fondo tali dinamiche è necessario fare un rapido e breve passo indietro per comprendere le cause ultime ed il vero motore dell’attuale crisi economica, ossia le intrinseche contraddizioni del capitalismo e la sempre maggiore difficoltà di remunerare adeguatamente una massa crescenti di capitali.

Dove si originano le crisi del capitalismo

Anche l’attuale crisi economica trova la propria origine nelle contraddizioni del processo d’accumulazione del capitale, nelle sempre maggiori difficoltà di remunerare adeguatamente i capitali investiti. Senza voler rifare un’analisi dettagliata dei meccanismi che sono all’origine dell’insorgere delle crisi nel’ambito del sistema capitalistico, rinviando a nostri precedenti articoli pubblicati negli ultimi decenni[1], ci sembra opportuno evidenziare come a partire dagli anni settanta del secolo scorso, a causa della crescita della composizione organica del capitale, determinato dal rapporto tra capitale costante (macchinari, materie prime ecc.) e capitale variabile (salari), i capitali investiti nel mondo della produzione hanno incontrato difficoltà sempre crescenti nell’ottenere un’adeguata remunerazione.

Questa difficoltà è stata dettagliatamente descritta da Marx nel III libro de “Il Capitale” e consegue direttamente dalla legge del valore-lavoro; periodicamente, proprio a causa del continuo aumento nella composizione organica del capitale, si attivano i meccanismi descritti da Marx nel capitolo dedicato alla legge della caduta tendenziale del saggio medio di profitto. Capitali sempre più grandi vengono remunerati a saggi di profitto decrescenti proprio in virtù del fatto che si riduce relativamente (e in questi ultimi decenni anche in termini assoluti) la componente variabile del capitale (quella investita per l’acquisto della forza-lavoro), l’unica che contribuisce, attraverso lo sfruttamento della forza-lavoro, alla produzione di plusvalore, vera linfa vitale del processo d’accumulazione. Il capitale può valorizzarsi soltanto attraverso lo sfruttamento del lavoro vivo.

Non è stato proprio un caso che a partire dagli anni ottanta del secolo scorso, quando erano ormai evidenti i segnali dell’operare della caduta dei saggi di profitti nelle attività industriali, si sia verificata una crescita esponenziale della produzione di capitale fittizio. Una massa crescente di capitali, per sfuggire alle sempre maggiori difficoltà di ottenere un’adeguata remunerazione, anziché essere investiti nel mondo della produzione, in cui i saggi di profitto erano alquanto bassi, ha intravisto nelle attività finanziarie e speculative una via alternativa per valorizzarsi. In quegli anni gli Usa, proprio grazie alla funzione svolta dal dollaro nel sistema monetario mondiale e al proprio dominio imperialistico sono riusciti, attraverso la finanziarizzazione dell’economia, a stornare parassitariamente a proprio vantaggio plusvalore da ogni angolo del pianeta. Una massa crescente di capitali anziché percorrere l’intero ciclo del processo d’accumulazione del capitale D-M-D’, ha trovato una scorciatoia saltando la fase della produzione di merci e la cui sintesi si esprime nella formula D-D’, in cui del denaro si autovalorizza senza essere impiegato nella produzione di merci.

Dal punto di vista del singolo possessore di capitale, questo meccanismo ha dato l’illusione che il denaro si possa valorizzare nella fase della circolazione monetaria, senza che lo stesso sia investito direttamente nel mondo delle attività produttive. Per un certo periodo di tempo si è vissuto nell’illusione che la legge del valore descritta nel Capitale da Marx fosse stata superata dalla potenza del capitale, capace di valorizzarsi senza dover sfruttare la forza lavoro proletaria, tant’è che una quota molto alta di questa massa enorme di capitali non veniva impiegata nel mondo della produzione, il luogo in cui avviene lo sfruttamento dei proletari.

La massa crescente di capitale fittizio prodotto negli ultimi decenni non si autovalorizza per opera e virtù dello spirito santo, ma trova le ragioni della propria remunerazione nel plusvalore prodotto dallo sfruttamento dei proletari negli angoli più disparati del pianeta. Tale massa di capitale fittizio è diventata così grande che, nonostante la drastica riduzione del costo del lavoro e la crescita della produttività del lavoro, il plusvalore estorto globalmente alla classe lavoratrice non è più sufficiente a remunerarlo adeguatamente.

Facendo un salto nel nuovo millennio, possiamo osservare come in questi primi due decenni del XXI secolo il capitalismo abbia vissuto periodi sempre più ravvicinati di crisi economiche e nel contempo la stessa guerra sia diventata ormai una costante del modus operandi del capitale. Viviamo catapultati in un mondo dominato dalla guerra imperialistica permanente resa necessaria per alimentare la fame di profitti della massa crescente di capitale fittizio prodotto dalle grandi potenze imperialistiche. La crisi della new economy, che ha aperto il nuovo millennio, lo scoppio della bolla speculativa dei mutui subprime nel 2007/2008, l’esplosione della crisi dei debiti sovrani nell’area dell’euro nella prima metà degli anni dieci solo in apparenza sono di natura finanziaria, in realtà traggono la propria origine nelle contraddizioni del processo d’accumulazione, nelle sempre maggiori difficoltà del capitale di ottenere adeguati saggi di profitto.

Gli Stati Uniti, in qualità di prima potenza su scala mondiale, hanno rappresentato l’epicentro delle crisi economiche scoppiate in questi ultimi decenni e soltanto grazie al loro peso imperialistico sono finora riusciti a scaricare sul resto del mondo i costi economici e sociali di tali devastanti crisi. Per comprendere le dinamiche e le prospettive di quella che si prospetta come la più grave crisi della storia del capitalismo, occorre volgere lo sguardo primariamente agli Stati Uniti, il vero epicentro di questa crisi che rischia di catapultare il mondo in un medioevo capitalistico, e successivamente rivolgere la nostra attenzione primariamente alla Cina, la potenza in forte ascesa nelle gerarchie imperialistiche mondiali, per chiudere con un rapido sguardo all’Unione Europea e al resto del mondo.

Gli Stati Uniti epicentro della crisi

Quando l’allora presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, aveva dovuto affrontare la crisi determinata dallo scoppio della bolla speculativa dei mutui subprime aveva promesso un ritorno ad un capitalismo meno parassitario, in cui le risorse finanziarie dovevano essere utilizzate in gran parte verso gli investimenti produttivi e non in mere attività speculative. La realtà è andata ovviamente in tutt’altra direzione, e solo poche briciole dell’enorme massa di liquidità pompata dalla Federal Reserve, la banca centrale americana, nel corso dei suoi due mandati sono state indirizzate verso il mondo della produzione reale. La storia non è cambiata con l’attuale presidente Donald Trump il quale, a dispetto delle dichiarazioni di voler riportare in patria le attività produttive precedentemente delocalizzate in Asia per ridare l’America agli americani, ha continuato la stessa politica dei suoi precedecessori tant’è che la massa di capitale fittizio prodotta in questi ultimi anni non solo non è diminuita ma è aumentata a dismisura[2].

A dispetto dei programmi elettorali l’America di Trump, nonostante l’applicazione dei dazi doganali nei confronti di Cina e altri paesi, ha visto il proprio deficit commerciale crescere ulteriormente in questi ultimi anni. Soltanto in questi ultimi mesi si è registrato un calo del deficit commerciale, dovuto soprattutto ad una drastica riduzione delle importazioni piuttosto che ad un aumento del volume delle esportazioni. Per finanziare tale voragine, gli Stati Uniti sono costretti ad aprirne un’altra: quello del debito pubblico la cui cifra ha superato in questi ultimi mesi la soglia dei 23 mila miliardi di dollari. Una vera montagna di debiti che gli Stati Uniti sono finora riusciti a finanziare imponendo al resto del mondo la loro potenza imperialistica che si esprime anche attraverso il dominio del dollaro. La moneta americana rappresenta, infatti, il principale strumento negli scambi internazionali e nelle riserve valutarie delle principali banche centrali mondiali. Gli Stati Uniti stampano dollari che vendono al resto del mondo per ottenere merci, e nello stesso tempo il resto del mondo finanzia il debito pubblico degli Stati Uniti per consentire loro di stampare dollari. Una rendita imperialistica che consente agli Usa di stornare ricchezza da ogni angolo del pianeta grazie al monopolio che deriva loro dal poter stampare dollari. I maggiori sottoscrittori del debito pubblico americano sono il Giappone con ben 1211 miliardi, la Cina con 1078 miliardi, il Regno Unito con 372 miliardi e il Brasile con 283 miliardi.

La crescita più significativa nelle sottoscrizioni dei titoli del debito pubblico americano da parte di Giappone e Cina si è registrata negli anni immediatamente successivi alla crisi dei subprime. Tra il 2009 e il 2013 in seguito alla politica monetaria del quantitative easing inagurata in quel periodo dalla Federal Reserve, per contenere la rivalutazione della propria moneta nei confronti del dollaro e sostenere in tal modo le esportazioni delle proprie merci, le banche centrale di Giappone e Cina sono state costrette nei fatti a sottoscrivere obbligazioni federali americani rispettivamente per un valore di 556 e 543 miliardi[3].

Il patto tacito che derivava dalla sottoscrizione dei titoli del debito pubblico statunitense da parte del Giappone e soprattutto dalla Cina, era che gli Stati Uniti, pur avvantaggiati dalla rendita finanziaria derivante dal dominio del dollaro, rappresentavano il mercato di riferimento per le loro esportazioni. Ma in questi ultimi anni l’economia statunitense ha continuato la sua lunga marcia verso un inesorabile declino; mentre nel 2008 il prodotto interno lordo statunitense era pari quasi ad un quarto di quello mondiale, oggi tale percentuale si è ridotta al 15%. In poco più di un decennio gli Stati Uniti hanno visto ridurre il proprio peso nell’ambito dell’economia internazionale per un valore del 10%, ma finora ciò non ha scalfito il ruolo del dollaro nel contesto monetario mondiale e di conseguenza la rendita finanziaria che da tutto questo ne discende.

Le premesse per l’emergere di una nuova e devastante crisi nel cuore del capitalismo mondiale sono tutte da ricercare nei numeri sopra indicati e nelle contraddizioni che si sono accumulate in questi decenni nell’economia statunitense. Secondo le previsioni di alcuni economisti americani[4], nel corso del 2020 negli Stati Uniti si registrerà una contrazione del Pil del 9%, con conseguenze pesantissime sul piano sociale che allargheranno ulteriormente la fascia di popolazione che vive sotto la soglia della povertà ed è priva di qualsiasi assistenza sanitaria. Prima dello scoppio della pandemia erano quasi 100 milioni gli statunitensi privi di assistenza sanitaria, e soltanto dopo 3 settimane dallo scoppio della pandemia la schiera degli individui privi di qualsiasi assicurazione è aumentata di ben 7 milioni. Infatti, in solo 3 settimane di tanto sono aumentati i disoccupati negli Usa, e in quel paese quando si è senza lavoro non si ha diritto ad avere alcuna assistenza sanitaria essendo questa legata alle assicurazioni che pagano i datori di lavoro e gli stessi lavoratori.

Questa non è la solita crisi che periodicamente investe il capitalismo; non lo è sia per le dimensioni, per la sua rapidissima diffusione in ogni angolo del globo, ma soprattutto perché stravolgerà gli attuali assetti imperialistici su scala internazionale come nessun’altra crisi ha fatto nel passato. Senza considerare gli effetti devastanti che si produrranno nelle condizioni di vita e di lavoro per miliardi di proletari su scala mondiale.  

Il crollo del prezzo del petrolio

Un altro fattore di crisi che rischia ulteriormente di minare dalle fondamenta il dominio imperialistico statunitense è rappresentato dal crollo del prezzo del petrolio che si è registrato in concomitanza con l’aggravarsi della crisi economica.

In quest’ultimo decennio paradossalmente, come per una sorta di nemesi, chi più di ogni altro ha contribuito a inflazionare il mercato petrolifero sono stati proprio gli Stati Uniti. Infatti, per far fronte al vacillare del signoraggio del dollaro,  hanno incrementato oltre ogni misura la produzione di petrolio e gas da scisto con lo scopo di conquistare il primato energetico per rafforzare così anche quello del dollaro e incrementare la gigantesca rendita finanziaria che ne deriva. Ma hanno fatto i conti senza l’oste,  in  particolare la Russia e l’Arabia Saudita che, per tutta risposta, facendo leva su costi di estrazione parecchie volte inferiori a quelli del petrolio e del gas da scisto, hanno inondando il mercato con i loro prodotti facendo crollare i prezzi ben al di sotto dei prezzo marginale dei produttori statunitensi. Per mantenere il livello dei prezzi del greggio sopra un certo valore gli Stati Uniti hanno giocato la carta a loro più congeniale, ossia alimentare le dinamiche che spingono in direzione della guerra imperialistica permanente[5].

Senza entrare nei dettagli tecnici relativi allo strettissimo legale che sussiste da prezzo del petrolio e dollaro[6], possiamo osservare come per la prima volta nella storia i contratti future sul  petrolio hanno registrato lo scorso 20 aprile un valore negativo di 37 dollari. Ovviamente non stiamo parlando del prezzo del petrolio reale, che in queste ultime settimane ha visto in ogni caso un crollo delle proprie quotazione, ma del prezzo dei barili di carta, ossia di quei contratti che scommettono sul prezzo futuro del greggio e solo in una piccola percentuale si trasformano in consegna fisica del petrolio.

Le ragioni del crollo del prezzo dei cosiddetti barili di carta è da ricercare in due ordini di fattori, uno di ordine generale legato al dilagare della crisi economica che sta paralizzando l’intera economia capitalistica, l’altro è specifico del mercato petrolifero statunitense sempre più in difficoltà a causa del crollo del prezzo del petrolio reale. In queste ultime settimane la domanda di petrolio su scala mondiale è crollata da cento a settanta milioni di barili al giorno, e nonostante l’accordo raggiunto tra Opec, Russia e altri paesi produttori sui tagli alla produzione il prezzo del petrolio reale ha subito un calo di oltre il 50%. La specificità del mercato petrolifero statunitense è l’elemento che più di ogni altro ha determinato il valore negativo dei barili di carta, ed è importante effettuare un rapido sguardo per comprendere le difficoltà in cui versano gli Stati Uniti. A causa di una struttura dei costi molto alta, i produttori americani sono costretti a non immettere sul mercato il proprio greggio quando il prezzo del petrolio scende sotto i 50/60; sotto tale cifra significherebbe vendere il petrolio sottocosto, aggravando in tal modo il già drammatico quadro economico in cui versano i produttori di petrolio prodotto da fracking (frantumazione idraulica) e trascinando in una spirale senza fine di fallimenti tutto il sistema bancario che in passato ha finanziato l’intero comparto petrolifero.

Con un prezzo del greggio così basso le migliaia di produttori statunitensi non possono far altro che accumulare i barili estratti per evitare di far abbassare ulteriormente il prezzo e venderlo pertanto sotto costo. Negli Stati Uniti per le ragioni sopra descritte il sistema di stoccaggio ha raggiunto un livello molto vicino alla completa saturazione, e chi possiede del Wti, il greggio americano, fa sconti a chi lo può tenere in magazzino, anzi, può arrivare addirittura a pagare per farselo conservare. Questo ci fa comprendere come l’industria petrolifera statunitense sia molto arretrata da un punto di vista tecnologico e pertanto poco competitiva sui mercati internazionali. A rendere ancor meno competitiva l’industria petrolifera statunitense c’è il fatto che questa è composta da una miriade di piccole imprese (indebitati con il sistema bancario) e che per ovvie ragioni di diseconomie di scala non possono reggere la concorrenza dei grandi colossi mondiali.

Nelle ultime tre settimane, gli stoccaggi sono cresciuti vertiginosamente, del 48% fino a 55 milioni di barili e con tale trend la piena capacità di 76 milioni di barili sarebbe presto raggiunta. E’ stata la penuria di aree di parcheggio ad innescare l’evento storico di un prezzo del petrolio virtuale negativo; infatti, con l’approssimarsi della scadenza dei contratti del mese di maggio molti trader sono andati nel panico proprio per le notizie che si sono accavallate circa la penuria di aree di parcheggio. Se non fossero riusciti a chiudere i contratti avrebbero dovuto indicare nei prossimi giorni il luogo della consegna «fisica» del petrolio. E per evitare di trovarsi nell’impossibilità di sistemare fisicamente i barili di greggio reali sono arrivati a pagare le controparti. Sono queste le ragioni che hanno determinano lo scorso 20 aprile il crollo del prezzo dei barili di carta.

Un prezzo del greggio così basso non solo mette in difficoltà i produttori americani ma, rendendoli insolventi verso gli istituti di credito, minano la stabilità finanziaria dell’intera economia americana. Il forte ridimensionamento dell’economia americana nel contesto globale, la drammatica esposizione del sistema bancario verso un settore petrolifero sull’orlo del fallimento, il rischio di vedere la propria moneta perdere il ruolo centrale finora giocato nel sistema monetario internazionale con la conseguenza di subire una drastica riduzione nell’accaparramento della rendita finanziaria, il crollo del Pil e la crescita vertiginosa delle masse povere e disoccupate, stanno producendo profonde crepe nell’impalcatura federale statunitense.

Sono sempre più evidenti i segnali di scontro tra alcuni stati come la California, la cui struttura economica la proietta inevitabilmente verso i mercati internazionali, e l’amministrazione Trump, vero paladino degli interessi di alcuni specifici settori della borghesia americana come quello petrolifero. In questi giorni di pandemia in cui centinaia di migliaia di americani muoiono a causa del coronavirus, tanto che alle porte di New York hanno dovuto approntare delle fosse comuni, grida vendetta il reciproco scambio di accuse tra Trump e i vari governatori degli stati circa la responsabilità nel non avere affrontato in maniera adeguata la drammatica situazione sanitaria del paese. Un teatrino, quello americano, non diverso da quello che negli stessi giorni si è recitato in Italia tra il presidente del consiglio Giuseppe Conte e alcuni governatori della Lega di Salvini (ex alleato di governo dello stesso Conte), che rappresenta il classico scarica barile di responsabilità, distogliendo di fatto l’attenzione dal vero responsabile di questo disastro economico e sanitario, ossia il capitalismo. Ma il teatrino evidenzia anche come nella società americana, con l’aggravarsi della crisi economica e il  deterioramento del proprio dominio imperialistico, si stanno rafforzando alcune tendenze politiche centrifughe di alcuni stati come la California, la cui insofferenza verso il governo centrale è sempre più manifesto e pericoloso per la stessa tenuta dello stato federale. Ci troviamo di fronte alle prime pesanti avvisaglie di come proprio negli Stati Uniti possa innescarsi su questa china una sorta di balcanizzazione della federazione trascinando in tal modo l’intero pianeta verso scenari oggi difficilmente immaginabili.  

  

Lo scontro tra i giganti dell’economia mondiale per il dominio del mondo

Per comprendere come la crisi economica esplosa in questi primi mesi del 2020 impatterà sulle dinamiche imperialistiche, modificando profondamente anche i rapporti tra le diverse potenze mondiali, è necessario rivolgere la nostra attenzione verso il paese che per primo ha dovuto affrontare l’emergenza sanitaria del coronavirus.

La Cina è il paese che per primo ha dovuto fermare alcune aree del paese, bloccando la circolazione delle persone e la produzione, per contenere il contagio da coronavirus. Anche a causa di queste misure, la produzione industriale cinese è crollata del 6,8% nel primo trimestre del 2020, un dato che ci fa comprendere come l’attuale crisi economica per dimensione e diffusione planetaria non abbia riscontri nella storia del capitalismo e sia destinata a determinare un cambiamento epocale nel panorama imperialistico internazionale.

Abbiamo visto sopra come il rapporto tra Stati Uniti e Cina si sia retto grazie al funzionamento di uno schema ben preciso. Gli Stati Uniti, proprio grazie al ruolo del dollaro, ha strutturato un deficit commerciale con la Cina, capace di produrre merci a costi iper competitivi, consentendo in tal modo alla classe media americana, sempre più impoverita, di mantenere inalterata la sua capacità di consumo. Tali consumi rappresentano una quota pari al 70% del Pil americano, e una tale percentuale fa comprendere come sia fondamentale per il capitalismo americano alimentare in tutti i modi possibili i consumi interni. Gli ingenti attivi commerciali sono stati utilizzati dal governo di Pechino sia per finanziare il debito pubblico statunitense, rafforzando in tal modo il legame con Washington, sia per rimodernare le infrastrutture cinesi incrementando in tal modo la capacità competitiva del paese. Negli ultimi 10 anni questo schema si è parzialmente modificato, nel senso che gli Stati Uniti hanno continuato ad accumulare deficit commerciali nei confronti della Cina, mentre quest’ultima ha visto diminuire la propria dipendenza dal mercato internazionale. Dal 2000 al 2017 la fetta cinese del commercio mondiale di manufatti è passata da poco meno del 2% all’11,4%, mentre nel 2013 il Dragone è diventato la principale potenza mondiale per volumi commerciali[7]. Negli ultime 3 anni il volume di scambio commerciale Cina - Usa si è contratto da 630 a 560 miliardi di dollari, mentre nello stesso periodo il consumo interno cinese è aumentato fino a rappresentare oltre il 60% del pil. Un ultimo dato testimonia bene di come l’economia cinese dipende sempre di meno dall’export; nel 2008 l’avanzo commerciale cinese rappresentava l’8% del Pil, mentre nel 2019 ha superato di poco l’1%[8].

La forte crescita del mercato interno cinese in questi ultimi 10 anni ha determinato un cambiamento profondo nei rapporti tra Cina e resto del mondo, tant’è che se da un lato l’economia cinese rappresenta la vera fabbrica del mondo, dall’altro il mercato cinese è diventato indispensabile per l’industria dei paesi occidentali.

Non solo il resto del mondo ha bisogno del mercato cinese, ma in questi ultimi 10 anni la Cina ha continuato ad espandere la sua sfera di influenza in molte regioni del mondo, in particolare nel proprio giardino di casa il sud-est asiatico. Grazie alla compenetrazione economica e finanziaria, la Cina ha posto sotto la propria ala protettiva l’intera area, contemperando in tal modo lo storico dominio americano sul sud-est asiatico. Sembra evidente che l’attuale crisi è destinata a produrre una forte accelerazione nello scontro tra Usa e Cina per il controllo di un’area strategica come il sud-est asiatico, che per il bassissimo costo della forza-lavoro sta in parte già sostituendo la Cina come vera fabbrica del mondo.

Ma il vero scontro che si prospetta tra gli Stati Uniti e Cina, con l’esplodere della più grande crisi economica del capitalismo, è intorno al ruolo che continuerà a svolgere il dollaro nel panorama internazionale. Perché è su questo tema che si combatte la grande sfida per il controllo della produzione di capitale fittizio su scala mondiale, soprattutto alla luce del fatto che chi detiene il monopolio nello stampare dollari ha un vantaggio enorme nella spartizione della rendita finanziaria su scala mondiale. Fino a quando la Cina continuerà a sottoscrivere la montagna di debito pubblico americano, sostenendo in tal modo la stessa funzione del dollaro nel sistema monetario mondiale? La crisi del 2020 apre forti interrogativi circa il permanere di questo circuito di finanziamento del debito pubblico americano, dubbi che nascono per le enormi dimensioni di tale debito, ma anche da un progressivo riposizionamento dei surplus commerciali verso altre fonti di investimento. Soltanto nelle prime settimane dell’aprile 2020 il totale dei finanziamenti messi in campo dal governo americano e dalla banca centrale per affrontare la crisi ha superato i 6.800 miliardi di dollari, equivalente al 31,7% del Pil annuo della prima potenza economica mondiale (21.427 miliardi nel 2019). Secondo le previsioni tale cifra è destinata ad aumentare ancora, con i fondi federali per gli stati a rischio default, tanto che il debito pubblico americano è salito a 24.700 miliardi, mentre il deficit federale quest’anno si moltiplicherà per quattro: a 3.800 miliardi di dollari secondo le previsioni del Congressional Budget Office (Cbo): nel 2019 il deficit era di 948 miliardi. Il rapporto tra debito pubblico e Pil Usa è salito al 114%, secondo il Committee for a Responsible Federal Budget. Il record precedente del rapporto deficit/Pil del 106% risale al 1946. Come è facile intuire questa crisi pone in primo piano il problema del debito americano e la sua sostenibilità per l’intero sistema capitalistico mondiale; sommando i debiti pubblici, i debiti delle aziende e i debiti dei consumatori, messi assieme hanno superato il 250% del Pil Usa secondo le ultime stime degli economisti[9].

In questo titanico scontro non bisogna dimenticare gli altri attori, in maniera particolare il vecchio continente e la sua moneta. L’euro è la seconda moneta più utilizzata al mondo, ovviamente dietro al dollaro, negli scambi internazionali e nelle riserve valutarie delle principali banche centrali, ma finora è rimasto l’unico strumento di totale integrazione tra i singoli paesi appartenenti all’Unione europea. Questa crisi economica pone l’Unione europea davanti a scelte strategiche non più differibili. La sola moneta unica non è più in grado di tenere insieme i paesi appartenenti all’Unione, troppe sono le differenze di produttività tra le singole aree continentali e i livelli nell’indebitamento dei singoli stati nazionali. Questa crisi, più di ogni altra precedente, rischia pesantemente di far naufragare l’euro e l’intera Unione sotto il peso delle contraddizioni che stanno alla base della fragile impalcatura europea. Dall’altra parte, la stessa crisi, offre al vecchio continente l’opportunità di incentivare quelle dinamiche centripete che possono facilitare la condivisione del debito che sarà creato in futuro. L’accordo raggiunto all’interno del Consiglio europeo lo scorso 23 aprile di finanziare i costi derivanti dalla crisi con l’emissione dei cosiddetti Recovery Bond, sembra indicare che la strada intrapresa vada nella direzione della condivisione del debito, ma ovviamente siamo appena all’inizio di processo fortemente contraddittorio che rischia di subire cambiamenti repentini. I Recovery Bond, nati da una proposta francese, saranno emessi dal Recovery Fund, un fondo garantito dal bilancio dell’Unione europea. Si avrà una condivisione del debito futuro, mentre gli stati nazionali dovranno garantire i loro rispettivi debiti pubblici finora maturati; si tratta di un compromesso tra chi come l’Italia e la Spagna erano favorevoli ad una condivisione totale del debito e altre posizione, sostenute da Olanda e Germania, schierate contro tale condivisione. Grazie ai Recovery Bond, sul debito futuro non sarà più possibile il prodursi di differenziali nei tassi d’interesse nei diversi paesi dell’Unione, essendo unica la fonte dell’emissione e delle sue garanzie. Tale compromesso segna anche un momento di momentanea tregua nello scontro tra le diverse fazioni della stessa borghesia tedesca. Infatti, mentre una parte della borghesia tedesca trae enormi vantaggi dalla presenza di differenziali nei tassi d’interesse nei diversi paesi dell’Unione, tant’è che lo stato tedesco emette titoli del proprio debito pubblico con tassi d’interesse addirittura negativi, con un vantaggio enorme per il sistema bancario e finanziario tedesco, un’altro importante settore della borghesia tedesca comprende che un collasso dell’economia del vecchio continente trascinerebbe nel baratro la stessa industria tedesca che ha in quello comunitario il principale mercato di riferimento.

Uno studio della Bundeswehr University[10] di Monaco di Baviera ci aiuta a comprendere come il processo d’integrazione dell’industria tedesca nel contesto globale imponga a Berlino di considerare la sopravvivenza dell’Unione un’opportunità da cogliere per fronteggiare la devastante crisi di questo 2020. Secondo tale studio la multinazionale Volkswagen ha 5 mila fornitori diretti di primo livello che si appoggiano a loro volta  mediamente a circa 250 subfornitori di secondo livello; in sostanza la Volkswagen per poter produrre le auto ha bisogno di ben 1,25 milioni di fornitori sparsi in tutto il mondo.

Conclusioni

Il quadro che abbiamo tentano di delineare in questi tempi cupi in cui il capitalismo ci ha catapultati, meriterebbe l’esame di altri contesti, come per esempio quello russo e giapponese, per essere meno lacunoso e più preciso nel cogliere l’insieme delle dinamiche interimperialistiche innescate dalla crisi economica che si è appena avviata. Lo faremo senz’altro in una prossima occasione, ma ci sembra opportuno cominciare a tirare le prime sommarie considerazioni finali rispetto a quanto detto e sostenuto lungo il nostro lavoro.

In primo luogo è necessario riaffermare come la crisi del 2020 non è un prodotto della pandemia generata dalla diffusione del coronavirus, questa l’ha soltanto accelerata ed ingigantita, ma si è originata nei contraddittori processi d’accumulazione del capitale.

E’ anche ormai evidente come la stessa pandemia abbia potuto assumere tali dimensioni proprio a causa di un sistema sanitario che anziché curare gli ammalati è soltanto uno strumento per realizzare profitti. Da questo punto di vista la stessa pandemia è un prodotto del capitalismo, nel senso che in una diversa organizzazione sociale, in cui il sistema sanitario non sarà più legato alla brama di profitti da parte delle grandi multinazionali della salute, ma avrà l’esclusivo obiettivo di prevenire e curare le malattie, sarà molto più semplice limitare tra gli esseri umani la diffusione del virus. La legge del valore impone invece che tutta la vita umana sia subordinata e funzionale alla valorizzazione del capitale, anche a costo di distruggere l’ecosistema del pianeta e facilitare in tal modo la diffusione di virus letali all’uomo stesso. Non stiamo vivendo una crisi economica da pandemia, ma una lettura a filo di materialismo storico ci consente di cogliere il senso più profondo di quanto stiamo vivendo, ossia che la stessa origine della pandemia vada ricercata nei processi d’accumulazione del capitale.

Infine, sosteniamo che ci troviamo di fronte ad una crisi epocale del capitalismo per il semplice fatto che a questa organizzazione sociale non è permesso, neanche per un solo giorno, rallentare il processo d’accumulazione senza generare crisi. Sono bastate poche settimane di chiusura di alcune attività produttive e la limitazione nella circolazione delle persone, per determinare una crisi economica di tale portata. Una diversa organizzazione sociale, basata sulla semplice soddisfazione dei bisogni umani e pertanto svincolata dalla logica del profitto e dello sfruttamento della forza lavoro, in altre parole il comunismo, non solo ridurrebbe il rischio della diffusione della pandemia, ma affronterebbe il necessario periodo di isolamento degli individui senza generare una crisi economica. E’ il capitalismo che non può sopravvivere in un contesto in cui per un certo periodo siano chiusi ristoranti, cinema, teatri, sono sospesi i voli aerei e le fabbriche rimangono chiuse, perché sono funzionali al processo d’accumulazione del capitale. In una società, in cui è definitivamente scomparsa la legge del valore, non si avrebbero particolari problemi nell’affrontare un momentaneo blocco di alcune attività, perché gli uomini possono continuare a vivere anche se, per il tempo necessario a contenere la diffusione di un virus, non potrebbero volare sugli aerei o non andare al cinema. E’ questa particolare formazione sociale, il capitalismo, che va in crisi quando non può dispiegare in tutta la sua potenza le attività funzionali alla valorizzazione del capitale, ossia lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Come sta invece affrontando questa crisi epocale la borghesia internazionale? Con l’unica ricetta che può storicamente ormai utilizzare, ossia alimentando ulteriormente la produzione di capitale fittizio attraverso l’immissione di nuova liquidità nel sistema per evitare che lo stesso crolli. Questa crisi è destinata ad esasperare quel processo in cui D-M-D’ assumerà la sintetica formula D-D’; una crisi che sempre di più imporrà che la stessa valorizzazione in D’ presupponga che D sia prodotto in una quantità sempre crescente. Ed è proprio su questo terreno che le grandi potenze imperialistiche si scontreranno per assicurasi il comando nella capacità di produrre nuovo capitale fittizio con il quale alimentare la propria rendita finanziaria.

Ma sappiamo che tutto questo ha un prezzo in termini sociali. Infatti se è vero che D’ ha come base D è pur vero che in ultima istanza senza lo sfruttamento della forza lavoro del proletariato mondiale non si avrà alcuna trasformazione di D in D’. E ad una massa crescente di D deve necessariamente corrispondere un aumento dello sfruttamento della forza lavoro ed un progressivo peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro per miliardi di esseri umani affinché prenda sostanza D’. Ed è proprio questo il mondo che ci prospetta il capitale, un mondo in cui l’umanità sarà catapultata nella spirale della guerra imperialistica permanente, combattuta per il controllo della produzione di capitale fittizio, e nella miseria generalizzata. A meno che ….

 

[1]Per un approfondimento segnaliamo gli articoli di Lorenzo Procopio “Sulle cause della crisi e delle sue prospettive”, e “Crisi economica e nuovi equilibri imperialistici”.

[2]Per un approfondimento del programma economico di Trump rimandiamo all’articolo  di Lorenzo Procopio “Donald Trump e la crisi dell’impero americano” .

[3]Dati tratti dall’articolo di Dario Fabbri “L’America dentro il virus” pubblicato su Limes n. 3 del 2020 a pag. 137

[4]Articolo Giorgio Paolucci "Siria, Iraq, Iran, Kurdistan, Libia: Il Mondo prigioniero della guerra imperialistica permanente".

[5]Articolo di Giorgio Paolucci “Il saliscendi del prezzo del petrolio ovvero il dominio del virtuale sul reale.

[6]Per un approfondimento sull’importanza del rapporto tra prezzo del petrolio e dollaro, nonché sui meccanismi tecnici del mercato del petrolio è doveroso il richiamo all’articolo di Giorgio Paolucci “Il saliscendi del prezzo del petrolio ovvero il dominio del virtuale sul reale”. 

[7] Dati tratti dall’articolo di Fabrizio Maronta “Hai detto de globalizzazione? Alti costi e incerti effetti del divorzio fra Usa e Cina” pubblicato su Limes n. 3 del 2020 a pag. 112

[8] Ibiden – pag. 114

[9] I dati relativi ai debiti americani sono ripresi dall’articolo di Riccardo Barlaam “E il debito pubblico supera i livelli del dopoguerra” pubblicato sul Sole 24 ore il 26 aprile 2020 a pag. 7

[10] Lo studio è ripreso dall’articolo di Fabrizio Maronta “Hai detto de globalizzazione? Alti costi e incerti effetti del divorzio fra Usa e Cina” pubblicato su Limes n. 3 del 2020 a pag. 116