L’Euro della discordia

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Creato: 18 Febbraio 2012 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 2540
Quando, nel dicembre del 1988, il Consiglio europeo istituì un comitato composto dai governatori delle banche centrali presieduto dall’allora commissario Delors, con l’incarico di elaborare un progetto per dar vita all’Unione monetaria europea (Uem), pochi credettero veramente che essa un giorno avrebbe visto la luce. D’altra parte anche gli stessi governatori, prevedendo per la sua realizzazione tre fasi distinte e un arco di tempo lungo più di dieci anni con la possibilità di ulteriori rinvii, si mostrarono a loro volta piuttosto scettici e in verità tanto scetticismo non era del tutto infondato. Ci si chiedeva come avrebbero potuto stati diversi per tradizioni, lingua e soprattutto economie, accordarsi per dar vita a una moneta comune senza aver prima realizzato una qualche forma di unificazione politica. Né si dimenticava che quegli stessi stati solo per dar vita a un’area comune di libero scambio avevano impiegato più di quaranta anni.

Gli Stati uniti, che solo ora cominciano a dar segni di fastidio, convinti che l’Uem non sarebbe mai andata in porto, per lungo tempo hanno mantenuto un atteggiamento addirittura compiacente come se si trovassero di fronte alla riproposizione di una qualche forma più aggiornata del vecchio mercato unico che, all’epoca della sua costituzione, avevano sostenuto in funzione antisovietica. Non si strapparono le vesti neppure quando, a Madrid, nel giugno ‘89, il Consiglio europeo diede il via alla prima fase dell’Uem che avrebbe condotto, tra il 1 gennaio del ’90 e il 31 dicembre ’93, alla completa liberalizzazione del movimento dei capitali nell’ambito della Comunità e alla nascita dell’Ime (Istituto monetario europeo) con il compito di gestire le prime forme di coordinamento delle politiche economiche comunitarie. Tutti i dubbi, poi, sembrarono trovare piena conferma quando, il 7 febbraio 1992, fu firmato il trattato di Maastricht. Poiché l’accordo imponeva ai paesi aderenti, come condizione per poter entrare nell’Ume, che le loro politiche economiche e finanziarie rispettassero gli stessi criteri di stabilità adottati dalla Bundesbank per la Germania, si ritenne impossibile che essi potessero essere soddisfatti, oltre che dalla Germania e dai paesi a essa limitrofi e già nell’orbita del marco, anche da quelli del cosiddetto Club Med ( Italia, Grecia, e Spagna) e dalla Francia. E un’unione monetaria senza Italia, Spagna e Francia cosa sarebbe stata se non la migliore rappresentazione della metafora della montagna che partorisce il topolino? Eppure nella storia c’era un precedente di cui gli Stati Uniti e tutti gli scettici avrebbero fatto bene a tenere in debito conto. Dopo la vittoria sulla Francia napoleonica, l’Inghilterra, al riparo della sua superiorità industriale e finanziaria, si fece paladina delle dottrine libero-scambiste per assicurare alle sue merci un mercato più ampio, mettendo in serie difficoltà sia l’intera industria europea che quella americana. Dopo un primo momento di sbandamento, gli stati nordamericani risposero rifugiandosi nel protezionismo, mentre in Europa, su iniziativa della Prussia, i numerosi stati tedeschi dell’epoca, nonostante antiche e radicate diffidenze, diedero vita, nel 1833, a un’unione doganale, la Zollverein, cioè a un’area di libero scambio che facilitando la circolazione delle merci tedesche, consentì di arginare l’invadenza britannica. E, in seguito, dalla Zollvrein alla successiva unificazione politica della Germania, il passo fu davvero breve.

Certo, oggi i tempi sono cambiati. Una infinità di guerre di cui due mondiali; qualche rivoluzione, come quella russa del 1917; uno sviluppo tecnologico senza precedenti nella storia dell’umanità, hanno fatto del capitalismo un qualcosa di profondamente diverso da quello di allora, ma oggi come allora a unire e dividere gli uomini, gli stati, i popoli sono i loro interessi e le loro situazioni materiali. E così come la sconfitta della Francia, lasciando campo libero alla Gran Bretagna, spinse i suoi concorrenti al protezionismo, la caduta del muro di Berlino e il crollo dell’Unione Sovietica, lasciando agli Stai Uniti una supremazia incontrastata, hanno messo i paesi europei di fronte a un’alternativa molto netta: o rassegnarsi a un ruolo da comprimari e rischiare, nonostante la loro potenza economica e finanziaria, un pericoloso declino o progettarsi come forza autonoma capace di concorrere con i rivali d’oltreoceano oltre che come potenza industriale anche come potenza finanziaria.  Vediamo perché.

La Globalizzazione finanziaria

Il ciclo mediante il quale il capitale si autovalorizza è rappresentato, come è noto, dalla formula D-M-D’. Essa rappresenta il processo mediante il quale un capitale monetario iniziale (D) trasformandosi in macchine, materie prime ecc. (Capitale costante) e in salari (Capitale variabile) ritorna, mediante la produzione e la vendita di merci, accresciuto alla sua forma monetaria iniziale (D’). La differenza tra il capitale iniziale e quello finale, nell’analisi marxista, misura la quantità di tempo di lavoro estorto alla classe operaia e non retribuito (plusvalore).

Nella formula D-M-D’, D può essere costituito sia dal capitale proprio dell’imprenditore o dell’azienda e/o da capitale preso in prestito. Questo capitale, normalmente delle banche, pur provenendo da precedenti cicli D-M-D’, a differenza di quello dell’imprenditore o dell’azienda, è impiegato dai suoi possessori non per essere scambiato direttamente con altri macchinari, merci e salari, ma per essere ceduto in prestito ad altri a un determinato prezzo. Il prezzo a cui viene ceduto il capitale monetario è l’interesse.

Il ciclo di valorizzazione di questo capitale in quanto capitale produttivo d’interessi, per i suoi possessori è dato, dunque, dalla formula D-D’.

Dal fatto che il capitale monetario si accresce  sia se utilizzato per la produzione di merci sia se utilizzato come punto di partenza per la produzione di altro capitale monetario, il pensiero economico e politico dominante ha tratto la conclusione che esso, lasciato libero di muoversi a suo piacimento, opera comunque come fattore produttivo di nuova ricchezza.

A ben guardare però, il solo movimento D-D’, in assenza di una reale produzione di merci e di plusvalore, si configura come anticipazione di una futura produzione di merci, ovvero come l’ attualizzazione di un evento solo probabile, ma che non è certo  che abbia   effettivamente luogo.

Pertanto solo dal punto di vista del “prestatore” esso è un capitale produttivo di ricchezza reale ma dal punto di vista dell’intero processo di produzione della ricchezza reale se a fronte di una maggiore produzione di capitale monetario, seppure differita nel tempo,  non avrà luogo una corrispondente produzione di merci, la valorizzazione mediante il solo ciclo D-D’ è sotto ogni aspetto puramente fittizia.

Nel corso del tempo, per evitare che una parte troppo grande del capitale monetario fuggisse dalla produzione di merci, mettendo a rischio il ciclo D-M-D’, sono state escogitate varie forme di controllo della produzione di denaro per mezzo del denaro. In alcuni periodi essa è stata vincolata alla costituzione, in proporzioni prestabilite, di riserve in metalli preziosi in modo che il suo valore avesse comunque riscontro nel valore di una merce (moneta-merce in oro e/o argento); in altri, come è stato per il periodo che va dai primi anni ’30 ai primi anni ’80 del secolo scorso, si è optato per un regime regolamentato in cui la creazione della moneta di credito era affidata al monopolio dello stato e solo per alcune forme al sistema bancario. Nondimeno nella fasi di contrazione del ciclo di accumulazione, quando il saggio medio del profitto è basso, i sistemi di controllo di volta in volta escogitati sono risultati inefficaci e la tendenza all’accrescimento della produzione di capitale monetario per mezzo di altro capitale monetario ha sempre preso il sopravvento. A maggiore ragione  ciò accade se questi vincoli non esistono.

Negli Stati Uniti, dove la sola emissione della moneta (dollari) e dei titoli del debito pubblico è affidata al monopolio dello Stato mentre la produzione di tutte le altre forme di moneta di credito e dei sui derivati (certificati di credito, depositi, opzioni valutarie ecc.) è affidata al libero mercato, l’espansione della produzione di capitale monetario, specificatamente nella forma di capitale fittizio, a seguito della crisi dei primi anni ’70, è giunta a tal punto che il capitale monetario funge ormai "...come punto di partenza di un movimento speculativo in cui non esiste più neanche la parvenza di una reale produzione di merci. Il commercio con i meri titoli di proprietà di azioni (opzioni ndr) e immobili produce così dei fittizi aumenti di valore che, anche formalmente, non ha più niente a che vedere con i guadagni reali provenienti dal consumo aziendale del lavoro astratto". 2

Ora, proprio perché la valorizzazione del capitale monetario, mediante il solo processo D-D’,  dà luogo a una  valorizzazione solo  virtuale, dagli Stati Uniti, ovvero dalla prima potenza finanziaria del mondo, è partita la campagna per la deregolamentazione finanziaria e per la globalizzazione dei mercati con lo scopo di consentire alla crescente produzione di capitale fittizio di interconnettersi con tutti i segmenti del ciclo D-M-D’ che si svolge sull’intero pianeta e potersi così accaparrare  quote crescenti  del plusvalore prodotto nel resto del mondo, peraltro notevolmente accresciuto grazie alla delocalizzazione di molti settori produttivi in paesi ove i livelli salariali erano e sono diecine di volte inferiori a quelli della metropoli capitalistica e grazie all’incremento della produttività del lavoro determinato dall’introduzione della microelettronica nei processi produttivi.

Il Privilegio del dollaro

Grazie alla loro potenza industriale, gli Stati Uniti hanno comandato almeno due cicli di accumulazione e la loro superiorità ha fatto sì che il dollaro divenisse non solo una forte moneta nazionale, ma, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, anche il mezzo dei pagamenti internazionale per eccellenza.

In dollari, per esempio, sono quotati i prezzi del petrolio e di quasi tutte le materie prime; in dollari sono denominati i prestiti internazionali e in dollari sono costituite gran parte delle riserve monetarie di tutte le banche centrali. Per la Fed che li emette, ciò costituisce un enorme vantaggio,  infatti essa (a differenza di tutte le altre banche centrali che nel determinare la massa monetaria che può circolare nel loro sistema economico di riferimento, per evitare la creazione di quantità eccessive di valori fittizi e l’innescarsi di processi inflazionistici, devono necessariamente tener conto dal valore e dalle quantità delle merci prodotte dal sistema economico di riferimento) poiché una gran parte dei dollari e dei titoli espressi in dollari è utilizzata da operatori stranieri per transazioni che non hanno alcuna attinenza con il ciclo D-M-D’ che si svolge negli Usa, può metter in circolazione una quantità di dollari di gran lunga superiore a quella che potrebbe emettere in relazione alle quantità di merci realmente prodotte negli Usa.

Il paradosso per cui il crescente deficit della bilancia commerciale statunitense si accompagna con quotazioni del dollaro relativamente alte si spiega proprio con il fatto che le importazioni vengono pagate con dollari o titoli espressi in dollari che, rimanendo nel circuito finanziario mondiale, non vengono mai utilizzati per acquistare merci statunitensi. In altre parole, oltre a quello del ciclo D-M-D’ che si svolge negli Stati Uniti, nel dollaro si cristallizza anche una parte abbastanza concistente del plusvalore estorto in quasi tutto il resto del mondo.

Il fenomeno ha assunto dimensioni così significative che è ormai rilevato anche statisticamente. E’ stato calcolato che la rendita finanziaria che gli Usa traggono dalla egemonia del dollaro ammonta a qualcosa come 500 miliardi di dollari l’anno cioè a una somma pari a quasi tutto il deficit di bilancio dello stato italiano.

L’Euro contro Il Dollaro

Gli undici paesi che hanno dato il via all’Uem comprendono un’area che ha più abitanti degli Stati Uniti e del Giappone messi insieme e il loro peso economico e commerciale è pari se non superiore a quello degli Usa. Anche il commercio degli undici verso il resto del mondo è pari per ampiezza a quello statunitense ed è doppio rispetto a quello del Giappone. Nondimeno essi  per regolare anche il loro interscambio sono costretti a usare il dollaro  e per questa via, come abbiamo visto poc’anzi, a cedere quote del plusvalore estorto alla  loro forza lavoro alla borghesia statunitense.  Inoltre, poiché alla lunga - non fosse altro che per la maggiore rapidità con cui ha luogo la produzione di denaro a partire da altro denaro rispetto al processo reale di produzione delle merci- è ineluttabile che si determini  una sovraccumulazione di capitale monetario, essi sono costretti ad accollarsi  anche i costi  delle ricorrenti crisi finanziarie, con epicentro negli Usa, che ne derivano ormai con sistematica puntualità.

In passato, dati i vincoli posti alla produzione di capitale monetario denominato in dollari dagli accordi di Bretton Woods, che prevedevano la convertibilità del dollaro e l’accantonamento, da parte della Federal Reserve, di un oncia di oro per ogni 35 dollari emessi, il prezzo pagato, a quello che viene definito il signoraggio del dollaro, era alquanto contenuto e sufficientemente compensato dalla protezione militare che gli Usa assicuravano rispetto all’Urss. Ma ora, dopo che gli Usa hanno denunciato gli accordi di Bretton Woods e il dollaro, non essendo più inconvertibile, può essere stampato senza alcun limite; che è crollato il muro di Berlino  e la crisi del saggio medio del profitto si fa sempre più incalzante, quel prezzo è divenuto  insostenibile.. "E’ inutile - scrive l’economista Marcello De Cecco - far finta di non comprendere che l’Europa di Maastricht, pur con tutte le sue contraddizioni ed esitazioni, è stata pensata dai suoi ideatori e realizzatori come un’alternativa alla globalizzazione selvaggia che si predica e si pratica da oltre Atlantico... Quando la moneta di transazione e di riserva internazionale è una sola chi la emette sa di godere di un privilegio esorbitante. Essa non si confronta veramente con nessuna altra. Non è difficile che l’emittente perda il senso della misura e riesca a far pagare le proprie spese al mondo intero." 5

Ma l’Euro non nasce solo per impedire che gli Stati Uniti non perdano "il senso della misura". Questa visione esclusivamente difensiva, cela il fatto che la crisi ha reso vitale anche per l’Europa la possibilità di incrementare il saggio medio del profitto del suo apparato industriale mediante l’incremento della rendita finanziaria.

L’aspirazione dell’euro non è, insomma, solo quella di porre fine alla pirateria, ma di affiancare e, se possibile,  sostituire il capitan Uncino a stelle e strisce. "Riusciranno - si chiede infatti lo stesso De Cecco- gli stati europei - n.d.r ... a comprare beni e servizi all’estero pagando con le monete invece che con altre merci?" 6

Ci riusciranno? E’ presto per dirlo. Alle  spalle dell’euro non c’è ancora un sistema del credito e delle imprese sufficientemente integrato da poter costituire l’ossatura di una economia veramente continentale e di conseguenza non ci sono neppure una politica economica e una politica estera comune, né un apparato militare che alla bisogna sia in grado di intervenire in difesa dei suoi interessi e, infine, ancor più,  manca uno stato sufficientemente centralizzato. Il suo concorrente, il dollaro ha alle spalle tutto ciò  oltre a un  primato economico che dura da quasi un secolo. Questo vuol dire che per un certo periodo di tempo tra il dollaro e l’euro non ci sarà ancora una vera concorrenza e non è difficile prevedere che se l’integrazione europea dovesse arrestarsi, il dollaro, anche se agli orecchi più sensibili non sfuggono alcuni suoi scricchiolii, continuerà a essere la moneta di transazione e di riserva internazionale per eccellenza. Nell’attesa, l’euro fungerà, limitandone l’uso al solo interscambio extracomunitario, più da diga contro l’invadenza del dollaro e le turbolenze del mercato finanziario internazionale che come la sua alternativa. Ma già ciò modificherà profondamente gli attuali equilibri interimperialistici. Saranno poi gli esiti dei processi di integrazione europei, che essendo a loro volta processi decisivi per la definizione delle gerarchie di comando all’interno del vecchio continente, non sono per nulla scontati, a decidere il futuro del mondo.

I Nuovi Scenari

Quel che è certo è che l’epoca della "convivenza pacifica" fra più predoni si è chiusa per sempre perché sono venute meno le condizioni che consentivano loro di spartirsi il lauto bottino. Già nell’immediato futuro lo scontro, da un lato,  darà luogo all’intensificarsi delle turbolenze sui mercati finanziari e, dall’altro, spingerà i rivali a stringere rapporti sempre più fitti e intensi con le aree economiche contigue allo scopo di dare alle rispettive economie la più ampia autonomia possibile perché  poter così contare su aree che abbondano di materie prime e di manodopera a basso costo. E’ facile prevedere, dunque, che le tensioni interimperialistche sono destinate a intensificarsi, soprattutto nelle aree ricche di petrolio e materie prime ritenute perciò strategiche ai fini del dominio imperialistico del mondo e nelle aree ex sovietiche e nella stessa Russia considerato che il loro totale o parziale congiungimento all’area dell’euro darebbe al blocco europeo, che ha già messo, soprattutto tramite la Germania, salde radici nei paesi baltici e nell’Europa dell’est, l’asso che potrebbe risultare vincente.

Più in generale, alla forte accelerazione che la crisi ha impresso  alla concentrazione e alla centralizzazione dei capitali, farà inevitabilmente riscontro quella alla costituzione di aree mega-continentali fortemente centralizzate, in cui lo spazio per posizioni neutrali si farà sempre più stretto. Insomma, sia che l’euro diventi adulto o che si perda per strada, tutto potrà accadere tranne che il ritorno a qualche nuova Yalta.

Giorgio Paolucci

Note

1 cfr. Il dominio della Finanza

2 R. Kurz - La fine della politica e l’Apoteosi del denaro Manifestolibri - 1997

3 Fonte: Il Tradimento dell’Economia, William Wolman e Anne Colamosca, Ponte Alle Grazie, 1997, pag. 112, tabella 4-1.

4 ib. pag.85-86.

5 La Repubblica, Affari e Finanza, 4/5/1998

6 ib. 27/3/98