Centenario della rivoluzione bolscevica: riproporne l’attualità

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Creato: 30 Gennaio 2019 Ultima modifica: 30 Gennaio 2019
Scritto da Carlo Lozito Visite: 701

Dalla rivista D-M-D' n°12

ottobre rivNonostante gli innumerevoli tentativi di infiocchettarla da parte di un esercito di apologeti borghesi, la violenza dei rapporti di produzione borghesi è tale che si impone, a coloro che con occhi disincantati guardano lo stato di cose attuale, il compito di cambiare un sistema così ingiusto e antistorico tornando a ripensare la società dei liberi produttori associati indicataci da Marx. Sono in gioco il futuro dell’umanità e la vivibilità del pianeta.

“Ogni cosa oggi sembra portare in sé la sua contraddizione. Macchine, dotate del meraviglioso potere di ridurre e potenziare il lavoro umano, fanno morire l’uomo di fame e lo ammazzano di lavoro. Un misterioso e fatale incantesimo trasforma le nuove sorgenti della ricchezza in fonti di miseria. Le conquiste della tecnica sembrano ottenute a prezzo della loro stessa natura. Sembra che l’uomo nella misura in cui assoggetta la natura, si assoggetti ad altri uomini o alla propria abiezione. Perfino la pura luce della scienza sembra poter risplendere solo sullo sfondo tenebroso dell’ignoranza. Tutte le nostre scoperte e i nostri progressi sembrano infondere una vita spirituale alle forze materiali e al tempo stesso istupidire la vita umana, riducendola a una forza materiale. Questo antagonismo fra l’industria moderna e la scienza da un lato e la miseria moderna e lo sfacelo dall’altro; questo antagonismo fra le forze produttive e i rapporti sociali della nostra epoca è un fatto tangibile, macroscopico e incontrovertibile. Qualcuno può deplorarlo; altri possono desiderare di disfarsi delle tecniche moderne per sbarazzarsi dei conflitti moderni o possono pensare che un così grande progresso nell’industria esiga di essere integrato da un regresso altrettanto grande nella politica. Da parte nostra non disconosciamo lo spirito malizioso che si manifesta in tutte queste contraddizioni. Nei segni che confondono la borghesia e i meschini profeti del regresso riconosciamo la mano del nostro valente amico, Robin Goodfellow, la vecchia talpa che scava tanto rapidamente, il grande minatore: la rivoluzione. La storia è il giudice e il proletariato il suo esecutore.”

Marx, Discorso per l’anniversario del People’s Paper, aprile 1856

Sembra scritto oggi tanto è aderente alla situazione che viviamo, invece l’incipit ha più di un secolo e mezzo ed è stato scritto quando il capitalismo, già allora affermato, non manifestava le contraddizioni dell’epoca attuale. La crisi del processo di accumulazione del capitale, da noi ampiamente studiata, ha generato una finanziarizzazione dell’economia senza precedenti, solo all’inizio quando Lenin la analizzava nel suo L’imperialismo.

Negli ultimi trenta anni, il mondo si è trasformato in un’enorme sala da gioco in cui migliaia di miliardi di dollari, ogni giorno, trasportati da estesissime reti telematiche attive nelle 24 ore, vengono scambiati in vorticose transazioni gestite da potenti algoritmi che spesso sfuggono a ogni controllo umano.

Gigantesche bolle speculative hanno cominciato a prodursi a partire dall’inizio degli anni novanta, in sequenza sempre più rapida e geograficamente più estesa. Le ultime: la memorabile crisi borsistica delle dot-com del 2001 e quella del 2008. Hanno avuto come epicentro gli Usa ed hanno comportato pesanti conseguenze sulla produzione di merci di tutto il mondo e di conseguenza sui lavoratori. Quella del 2008, causata dalle speculazioni finanziarie delle più grandi banche del mondo, ha costretto gli stati, per evitare una bancarotta mondiale, a espandere i debiti pubblici a livelli mai visti trasferendo i debiti delle banche sulla fiscalità generale e quindi principalmente sui salariati. I processi di ristrutturazione aziendale che ne sono seguiti hanno prodotto una precarizzazione e un impoverimento dei lavoratori senza precedenti a scala mondiale. Quella crisi non è stata superata ancora oggi.

Adesso, nel contesto di una occupazione prevalentemente precaria, di salari ridotti quasi al livello della sopravvivenza e di una dilagante disoccupazione che coinvolge in primo luogo i giovani proletari, si annuncia una rivoluzione tecnologica epocale: l’applicazione dell’intelligenza artificiale ai processi lavorativi. Questa volta saranno falcidiati i posti di lavoro di professioni tradizionalmente considerate immuni dall’automazione. Dunque, si annuncia per il capitalismo una fase che non esistiamo a definire di difficile sostenibilità sociale.

Intanto la Rivoluzione russa compie cento anni. La vogliamo ricordare con questo numero della rivista non per commemorarla ma per evidenziarne l’attualità in relazione a quanto il capitalismo ha socialmente prodotto negli ultimi decenni e per chiederci quali siano oggi i compiti delle avanguardie.

Il disorientamento ideologico della classe, la sua debole se non inesistente resistenza alla fortissima pressione esercitata dal capitale, la mancanza di qualsiasi significativo punto di orientamento politico classista, questi fattori già delineano i compiti da svolgere. Innanzi tutto quello teorico per cogliere le enormi modificazioni economiche e sociali che si sono prodotte. Poi il difficile lavoro affinché le avanguardie si aggreghino in vista della loro riorganizzazione in partito politico.

Nonostante le deboli forze di cui disponiamo, riteniamo che il lavoro svolto abbia conseguito alcuni importanti risultati teorici che ci hanno permesso di ottenere una visione d’insieme dei principali fenomeni che caratterizzano il capitalismo dell’epoca attuale.

Qui ne facciamo una sintetica elencazione.

  1. La formazione, oggi senza eguali, di un proletariato mondiale che vive condizioni di sfruttamento tendenzialmente simili, è un aspetto peculiare al capitalismo odierno. Il proletariato internazionale dei primi Novecento non ha molto in comune con quello di oggi che, anche nelle aree più periferiche ai centri imperialistici, vivendo in un unico “villaggio globale” connesso telematicamente, si accorge dei prodigiosi sviluppi delle forze produttive e conosce le enormi ricchezze concentrate nelle mani di una fascia sempre più ristretta di borghesi. Da qualche anno la popolazione mondiale che vive nelle città ha superato la quota del cinquanta percento. Si tratta di masse proletarie e sottoproletarie senza precedenti ammassate nelle città, spesso in baraccopoli attorno a compound riservati ai ricchi e sorvegliati da polizie private4. Queste concentrazioni proletarie, mai presenti in tali dimensioni nelle città, costituiscono una nuova miscela esplosiva che rapidamente potrebbe deflagrare con una forza d’urto inimmaginabile. Ciò ha parecchie implicazioni sul processo di ricostituzione ed organizzazione del partito internazionale dei lavoratori. Qui ci preme sottolineare l’importanza di concepire una organizzazione fortemente ancorata al territorio piuttosto che alla tradizionale organizzazione di fabbrica.
  2. Di conseguenza, riteniamo probabile l’incrinarsi delle forme del dominio ideologico con cui la borghesia ha irretito finora il proletariato. Vi è qui da considerare quella particolare e significativa forma del dominio ideologico del capitalismo: il pensiero-merce, il potente mezzo di penetrazione delle coscienze proletarie che ha prodotto, insieme a molteplici altre cause, un completo offuscamento della coscienza di classe. Violento perché invasivo della mente col solo atto del consumo della merce, ora portatrice non solo del tradizionale valore d’uso e di scambio ma veicolatrice di una vera e propria ideologia improntata all’individualismo. La produzione di massa delle merci, tipica della grande industria che si è affermata nel secondo dopoguerra, i consumi da essa derivati, di per sé hanno comportato la profonda modificazione della coscienza proletaria sostituendo al senso di appartenenza alla classe un esasperato individualismo che ha ridotto il lavoratore a credere di poter vivere prescindendo dall’alleanza con gli individui della sua stessa condizione sociale. Questo fenomeno ci può dire tanto sulla passività odierna della classe. Anche su questa questione rimandiamo alla lettura dei nostri articoli3
  3. Dopo la rivoluzione del processo produttivo resa possibile fin dagli anni settanta del secolo scorso dal microprocessore e dallo sviluppo dell’informatica e delle telecomunicazioni, l’applicazione ai processi lavorativi dell’intelligenza artificiale delinea nei prossimi anni una probabile insostenibilità del capitalismo. Realizzandosi in un contesto sociale e lavorativo fortemente deteriorato qual’è quello odierno, questa ennesima rivoluzione tecnologica pone al proletariato mondiale, per la prima volta dal secondo dopoguerra, sconvolgimenti e problemi tali che riteniamo possano rompere la perdurante passività del proletariato e generare una ripresa della lotta di classe senza con ciò escludere che il profondo disagio sociale possa essere invece incanalato dalla borghesia verso suoi obiettivi politici.
  4. Abbiamo più volte evidenziato che la profondità, l’estensione e la velocità di propagazione della crisi, quando quest’ultima ha manifestazioni acute con fenomeni di crollo, sono fenomeni particolarmente intensi e tipici della fase storica attuale. Siamo a enormi distanze dai fenomeni accaduti a inizio novecento quando la crisi di una economia si diffondeva alle altre molto meno velocemente. Questo significa che laddove si rompesse, per la lotta di un settore del proletariato internazionale, il dominio della borghesia oppure più semplicemente si sviluppasse un conflitto sociale di forte rilievo, sarebbe probabile l’immediata estensione della lotta al proletariato di altri paesi.
  5. La produzione di capitale fittizio come risposta al declino del saggio medio del profitto e la conseguente finanziarizzazione dell’economia; inoltre la strutturazione a scala mondiale di un’economia fondata sul debito, in primo luogo quello dello stato. Questo ha modificato sostanzialmente la modalità con cui l’imperialismo si appropria del plusvalore prodotto a scala internazionale, conduce lo scontro sui mercati e gestisce il dominio di classe. Nel secondo dopoguerra, gli Usa hanno imposto al mondo il dollaro come mezzo di pagamento e di riserva monetaria internazionale. Forti della loro potenza militare,  hanno posto le basi per quello che poi si è rivelato un vero e proprio signoraggio, ovvero la possibilità di ottenere dal mondo quote di plusvalore semplicemente per il fatto di possedere e governare una moneta, il dollaro, di cui tutti avevano bisogno. Mentre a inizio Novecento il dominio imperialistico, con cui venivano prelevate quote di ricchezza prodotte dai lavoratori in paesi lontani, si fondava sull’esportazione di capitale finanziario, sugli investimenti diretti nelle colonie e sul loro controllo militare, oggi lo stesso prelievo avviene con meccanismi finanziari molto più efficaci, capaci di estorcere ricchezza a vaste aree geografiche senza neanche la fatica e l’impiego dei mezzi di un secolo fa. Non che quei mezzi oggi non siano impiegati ma sono stati sopravanzati dalla moderna forma della rapina realizzata con la rendita da signoraggio. Cogliere questo aspetto dell’imperialismo moderno, analizzarne le implicazioni, ci ha permesso di individuare non solo le peculiarità dell’attuale dominio imperialistico ma anche il modo con cui i diversi poli imperialistici lottano per conquistare il dominio sui mercati mondiali. Si tratta di una vera e propria guerra per imporre sui mercati mondiali la propria valuta come mezzo di pagamento, condotta senza esclusione di colpi e spesso con l’ausilio degli interventi militari veri e propri. L’abbiamo definita guerra imperialista permanente. Essa è la manifestazione specifica dello scontro tra le grandi potenze nell’attuale fase storica. Prevediamo sia destinata ad acuirsi e ad estendersi con il rischio che possa giungere alle estreme conseguenze: lo scontro militare diretto dei maggiori poli imperialisti e la guerra mondiale.
  6. Questa analisi dell’imperialismo ci ha fornito ulteriori elementi per rafforzare la nostra tradizionale tesi: nessun cedimento al nazionalismo, difesa intransigente dell’internazionalismo proletario e rivendicazione della rivoluzione internazionale come obiettivo proprio e irrinunciabile di questa fase storica. Si tratta di una questione di straordinaria importanza a cui abbiamo dedicato, oltre al nostro libro “La crisi di Wall Street e il crollo del capitalismo”, numerosi articoli e saggi apparsi sulla rivista, in particolare nei numeri dieci e undici1
  7. Abbiamo individuato nel debito pubblico statunitense, della bilancia commerciale e di quello privato, uno dei punti di criticità dell’intero sistema economico e finanziario mondiale. Il debito pubblico, oggi nelle mani soprattutto di Giappone e Cina, è giunto a un livello di difficile sostenibilità ed espone gli Usa a possibili crolli finanziari nel caso lo scontro imperialistico spingesse i detentori dei fed funds americani a chiudere i rubinetti del credito. In questo caso gli Usa andrebbero incontro a una bancarotta, con pesantissime conseguenze recessive, che farebbe impallidire quelle della Russia del 1991. Ne sarebbe coinvolto l’intero pianeta.
  8. Più specificamente, la crisi del 2008 segna uno spartiacque rispetto agli andamenti economici precedenti: oggi qualsiasi ripresa economica, qualsiasi nuova acquisizione scientifica e tecnologica, qualsiasi aumento della produttività del lavoro, produrrà nel proletariato ulteriori arretramenti della sua condizione. Questo, con i necessari distinguo, a scala mondiale. Il fenomeno del Grande Disaccoppiamento2tra il grafico dell’aumento della produttività e quello dell’occupazione nel periodo 1945-2010, un fenomeno che si è avviato a partire dall’anno duemila, evidenzia che l’applicazione dell’intelligenza artificiale produrrà effetti sconvolgenti sull’occupazione, in particolar modo sui lavoratori di media/alta qualificazione considerati fino ad oggi non sostituibili dai robot. Si tratterà della proletarizzazione di importanti stratificazioni sociali di aristocrazia operaia e di piccola borghesia e di un processo completamente diverso dal quello che ha accompagnato l’industrializzazione delle società occidentali quando enormi masse contadine sono state inurbate. Là si trattava di passare dalla vita condotta in miseria nelle campagne a condizioni di migliori nella città, oggi dello sprofondare nella miseria di persone istruite, abbienti e abituate ad accedere a medio-alti livelli di consumo. Una situazione totalmente nuova che potrebbe scuotere non poco le coscienze degli uomini interessati a questo processo. In Oriente, dove la piccola borghesia è in deciso sviluppo da qualche decennio, la situazione non è migliore: essa è costretta ad un tendenziale e rapido declino causato dalla concorrenza che si produce sul mercato del lavoro mondiale a causa delle rete e delle nuove tecnologie informatiche. Per fare un esempio, l’ingegnere informatico indiano è già oggi in concorrenza con gli informatici del mondo attraverso il web. Dunque, tendenzialmente, il suo salario, già basso, tenderà a svalutarsi. Dunque nel prossimo futuro, saremo in presenza di fenomeni del tutto nuovi e, come abbiamo detto,  potenzialmente capaci di avviare un nuovo ciclo della lotta di classe proletaria.
  9. Guerra permanente contro il proletariato. Dopo un lungo periodo di sviluppo capitalistico in grado di distribuire una quota del valore prodotto al proletariato, ora al proletariato sono riservati solo dei peggioramenti. Il welfare state, vanto delle borghesie progressiste occidentali, è stato praticamente smantellato e con esso qualsiasi forma di tutela e sicurezza. Accanto all’incessante progredire della scienza e delle tecnologie, la società arretra rovinosamente come previsto da Marx. Si tratta di una guerra permanente del capitale contro il lavoro che assume forme nuove e destabilizzanti producendo una situazione storica foriera della ripresa della lotta di classe. Per questo riteniamo urgente chiamare le avanguardie alla riformulazione del programma comunista e a confrontarsi in vista della futura ricostituzione dell’organizzazione politica internazionale del proletariato.

Abbiamo sinteticamente esposto il quadro di riferimento entro cui abbiamo sviluppato i temi della rivista con l’intento, nell’occasione del centenario della rivoluzione bolscevica, di mettere in rilievo la necessità e l’attualità della rivoluzione comunista. Senza la sua riscoperta, accompagnata dalla indispensabile ripresa della lotta di classe, l’umanità intera e persino il pianeta saranno destinati a subire le terribili conseguenze dell’evolvere della crisi capitalistica.

Associazione mondiale dei liberi produttori: la più importante e difficile delle rivoluzioni della storia.

Oggi i più considerano il comunismo una sciagura dell’umanità. Con questo solitamente si riferiscono all’esperienza del socialismo reale, praticamente iniziata intorno al 1925 con l’avvento dello stalinismo e conclusasi sostanzialmente ai primi anni novanta del novecento anche se alcune sopravvivenze di stati “socialisti”, ispirati a quel regime, giungono fino ai giorni nostri. Che si sia trattato di una sciagura ne siamo convinti. Ciò che invece non condividiamo è che si sia trattato di socialismo. Quell’esperienza, pur nata dalla rivoluzione proletaria con ideali e programmi antitetici a quelli dello stalinismo, è tutta da inscriversi nelle forme particolari con cui il capitalismo si è espresso nel novecento ovvero in forme sempre più accentrate e stataliste. In oriente col capitalismo di stato quale espressione del massimo accentramento del capitale, in occidente negli svariati mix di economia statale e privata. Per noi è stato sciagurato il fatto che lo stalinismo, insediando in Russia un vero e proprio regime del terrore che ha assassinato milioni di uomini a partire dai dirigenti bolscevichi che ad esso si opponevano, abbia imposto una dittatura di classe in nome del comunismo, quella della borghesia costituita dai funzionari di stato e di partito. Si è trattato di un regime politico caratterizzato da una particolare ferocia, molto simile a quella nazista, che negli anni trenta ha represso e ucciso milioni di oppositori con la giustificazione che si dovesse edificare il socialismo mentre, al contrario, si consolidavano i privilegi economici dell’apparato burocratico che era al potere. Dopo la seconda guerra mondiale, una guerra imperialista a cui l’Unione Sovietica ha partecipato a pieno titolo per conquistare le proprie aree di influenza, né più né meno come gli altri paesi belligeranti, è iniziato il suo declino economico per effetto dell’acuirsi delle contraddizioni interne al processo di accumulazione del capitale il cui accentramento aveva permesso, prima della guerra, uno sviluppo industriale senza precedenti ma, nei successivi quarantacinque anni, un progressivo inceppamento degli elefantiaci processi di accumulazione controllati dagli organismi statali della pianificazione. La super concentrazione del capitale da forza motrice del poderoso sviluppo industriale degli anni trenta, è divenuta poi una forza disgregatrice che ha portato, alla fine degli anni ottanta, a una crisi che si è manifestata  con il collasso dello stato sovietico e di tutta l’area imperialisticamente ad esso sottomessa.  Ne ha subito approfittato la borghesia occidentale che ha dichiarato al mondo definitivamente fallita l’esperienza socialista facendo leva sull’identificazione dei cosiddetti regimi socialisti con il pensiero di Marx e di Lenin. Il linciaggio di Marx e dell’esperienza rivoluzionaria bolscevica si è in questo modo compiuto. Giustizia è fatta, si è detto, non solo quell’esperienza aveva partorito delle mostruose società dittatoriali ma aveva anche dimostrato la sua insostenibilità economica. Dunque, così si concludeva, il capitalismo era l’unico e il migliore dei mondi possibili. Quei detrattori non sapevano che la democrazia e il capitalismo occidentali, in un paio di decenni, non avrebbero avuto sorte migliore intraprendendo la via del declino economico e sociale.

Rifacendoci al pensiero della Sinistra comunista italiana che ai tempi tanto si è battuta conto lo stalinismo ritenendolo assolutamente estraneo al marxismo e agli ideali che animarono i primi anni della rivoluzione bolscevica, noi riteniamo sia un gravissimo errore confondere l’esperienza del cosiddetto socialismo reale con il comunismo. Dobbiamo però constatare che, ancora oggi, quella terribile mistificazione pesa sulle coscienze proletarie.

Fatta questa essenziale precisazione, possiamo porci la domanda: è attuale il comunismo?

Per rispondere dobbiamo porne un altra: il capitalismo è in grado di funzionare in modo sostenibile? No, è sotto gli occhi di tutti. Esso sta gettando nella miseria la maggior parte dell’umanità per l’esclusivo vantaggio dei pochi nelle cui mani si concentra la quasi totalità della ricchezza socialmente prodotta. Nel mondo intere generazioni di giovani vivono nella precarietà, private del loro futuro e di qualsiasi speranza. I migranti aumentano costantemente e flussi incontenibili di uomini vanno dal sud al nord del mondo ma anche qui, nelle regioni più arretrate, una ulteriore migrazione è da tempo cominciata: molti giovani, quelli che ne hanno i mezzi, cercano un’occupazione all’estero per mancanza di lavoro e prospettive nel loro paese. Per i proletari che vi rimangono le cose vanno peggio in quanto la crisi economica sta spazzando via rapidamente ogni certezza e sicurezza lavorativa.

Le guerre, espressioni organiche a un sistema economico basato sulla competizione e sul conflitto, sono diffuse a vaste aree del pianeta e minacciano di estendersi ulteriormente così che il pericolo di una terza guerra mondiale è sempre più avvertito. Lo scontro tra gli Usa e i nuovi poli imperialistici che vi si contrappongono è titanico, senza esclusione di colpi, e genera una violenza senza precedenti storici.

Persino l’intero pianeta, a causa di un sistema economico che lo depreda senza riguardo, è in pericolo visto che i delicati equilibri ambientali che si sono formati in milioni di anni sono stati compromessi in soli due secoli di sviluppo del processo di accumulazione del capitale. Oggi i suoli, l’acqua, l’aria, i cibi sono gravemente inquinati nonostante gli accordi mondiali cosiddetti di eco sostenibilità e gli sconvolgenti cambiamenti climatici minacciano trasformazioni irreversibili dell’habitat da cui l’uomo dipende. Ogni politica, ogni governo, di sinistra o di destra che sia, qualsiasi paese si consideri, contribuisce all’attuale degrado assecondando gli interessi dei centri mondiali del potere economico. Le tradizionali definizioni di sinistra e destra non esistono più, tanto le loro politiche economiche sono simili e in totale continuità. Quei pochi intellettuali che criticano in modo aperto il capitalismo, quando si tratta di pensare le soluzioni, ripropongono formule stantie e incoerenti con le loro stesse analisi, assolutamente inadeguate ad affrontare i gravissimi problemi che si sono creati. Dunque, constatiamo l’impotenza della stessa borghesia che si limita a organizzarsi per fronteggiare il potenziale conflitto sociale mentre conduce a scala mondiale uno scontro imperialistico senza precedenti che richiede giganteschi investimenti sottratti a qualsiasi utilizzo sociale.

Da tutto questo noi deduciamo la grande attualità del pensiero di Marx. Mai tanta ricchezza, conoscenza e tecnologia, oggi davvero immense e senza precedenti storici, sono state prodotte, mai tanta morte, miseria e precarietà le hanno accompagnate. Il conflitto tra lo sviluppo delle forze produttive e i rapporti sociali entro cui tale sviluppo avviene è così forte che o viene risolto oppure l’intera società sprofonda nella barbarie.

Le attuali conoscenze scientifiche e le loro sorprendenti applicazioni tecnologiche

già oggi potrebbero liberare l’uomo dalla dipendenza dal lavoro limitandola a poche ore giornaliere  e ci sarebbe da chiedersi a cosa si ridurrebbe l’attività lavorativa se col comunismo venissero eliminate anche le attività funzionali all’accumulazione del capitale e si disponesse delle risorse umane così liberate.

Al contrario, la durata della giornata lavorativa aumenta e lo stesso accade all’intera vita lavorativa con le età pensionabili prossime ai settanta anni; lo sfruttamento di chi lavora assume forme semi schiavistiche e scompare ogni forma di serenità e sicurezza. Ciò avviene, con sorprendente sincronicità, in tutto il mondo.

Infine, la formazione come mai era avvenuto prima, di un proletariato mondiale accomunato dalle pressoché medesime condizioni di sfruttamento, un esercito di lavoratori mal pagati, precari, privi di diritti e di qualsiasi tutela, sottomesso a una piccola minoranza borghese.

Possiamo affermare che se Marx ha anticipato genialmente quanto successivamente sarebbe accaduto al capitalismo, se Lenin ha condotto il proletariato russo alla rivoluzione proletaria dimostrando che esiste la possibilità di andare oltre la società borghese e realizzare il programma comunista di Marx, oggi, molto più che un secolo fa, sono sviluppate compiutamente le condizioni materiali per costruire a scala planetaria una società senza classi. Questo difficile ma potenzialmente fecondo passaggio oggi potrebbe avvenire alla condizione imprescindibile che ne sia coinvolto l’intero proletariato mondiale proprio perché esso ha assunto una dimensione planetaria.

Con questo non sottovalutiamo le enormi difficoltà di questo passaggio visto che, a differenza delle rivoluzioni precedenti che hanno sostituito al dominio di una classe quello di un’altra, si tratterebbe di abolire qualsiasi sfruttamento per affermare una società in cui le differenti facoltà degli uomini permettano, tutte assieme, in un sistema mondiale fondato sull’associazione libera dei produttori, di soddisfare i bisogni dell’intera società. Non sottovalutiamo neanche l’attuale ritardo soggettivo del proletariato che oggi è addirittura in difficoltà a riconoscersi come classe e a difendersi. Ma non ci sono alternative e dunque il nostro lavoro è rivolto a dare un contributo affinché questo ritardo venga superato nel più breve tempo possibile.

Transizione, programma, partito e laboratorio.

La mutata situazione storica prodotta dal capitalismo, permette di immaginare il processo di transizione dal capitalismo al comunismo molto più rapido che in passato. La stessa rottura politica rivoluzionaria in un’area del dominio imperialistico, molto probabilmente implicherebbe la modificazione repentina dei rapporti di classe negli altri paesi. A differenza di inizio novecento, quando le condizioni di vita del proletariato erano meno omogenee e le informazioni si trasmettevano lentamente, oggi si avrebbero immediate ripercussioni dell’evento rivoluzionario a scala internazionale. E’ probabile che ogni fenomeno avverrebbe velocemente, sia la possibile estensione del processo rivoluzionario, sia lo stesso processo di rivoluzionamento dei rapporti di produzione. In poche parole, i tempi dello scontro tra l’area rivoluzionaria e la restante area capitalistica sarebbero molto brevi. La connessione economica delle diverse aree del pianeta oggi è tale che il venir meno dello scambio, finanziario e commerciale, con il paese approdato alla rivoluzione implicherebbe immediatamente la crisi di tutto il sistema produttivo e finanziario mondiale. Ne scaturirebbe un decisivo scontro, gigantesco, per il prevalere dell’una o dell’altra area.

A differenza del pioneristico tentativo bolscevico di inizio novecento e delle difficili condizioni di avviare il processo di transizione, oggi l’abolizione del modo di produzione capitalistico sarebbe più semplice e veloce per le condizioni materiali create dallo stesso capitalismo, in primo luogo l’enorme e concentrata capacità produttiva.

Siamo consapevoli di parlare di uno scenario ancora remoto data la passività attuale della classe proletaria. Riappropriarsi dell’idea che una società diversa sia possibile, che il capitalismo non sia l’unico dei mondi in cui si possa vivere e che il comunismo sia l’unica alternativa, richiederà, in particolar modo in occidente, ulteriori sacrifici e traumi.

Il proletariato ha bisogno che le sue avanguardie ridefiniscano il programma comunista andando oltre le formulazioni espresse dalla Terza Internazionale, in modo che esso indichi le soluzioni agli acuti problemi della società odierna. La riformulazione del programma, come noi la intendiamo, pur mantenendo i principi della dottrina comunista elaborati da Marx e gli insegnamenti della rivoluzione bolscevica, dovrebbe indicare, nelle linee generali il processo di rivoluzionamento dell’attuale società. L’equazione socialismo uguale sviluppo delle forze produttive, tipica della Terza Internazionale, ci appare inadeguata di fronte allo sviluppo capitalistico che nel frattempo ha compromesso ogni risorsa del pianeta. Come riformulare i bisogni umani? Cosa produrre? Come ridefinire l’attività umana? Come permetterle di esplicarsi nel senso della piena realizzazione dell’individuo? Come coniugare la democrazia proletaria con la libertà individuale? Come riequilibrare la relazione tra uomo e ambiente? Cosa fare delle mostruose e invivibili megalopoli che il capitalismo ha prodotto? Ecco alcuni dei punti nodali che il futuro programma comunista dovrà sciogliere.

Accanto al programma, c’è la fondamentale e per noi urgente questione dell’organizzazione. Oggi il proletariato non ha una organizzazione politica che lo rappresenti.  Sono molti i problemi da risolvere, innanzi tutto teorici. Anche in questo caso, possiamo limitarci alle formulazioni di Lenin sul partito di oltre un secolo fa sul centralismo democratico, sul sindacato come cinghia di trasmissione tra il partito e la classe e a quanto egli ha scritto nel Che fare? Oggi siamo in condizioni sociali del tutto differenti da quelle in cui Lenin operava. Dunque, il rapporto tra il partito e la classe sarebbe da ripensare tenendo presente che qualsiasi visione che non tenesse conto del carattere internazionale di quest’ultima avrebbe poche possibilità di successo. Analogamente per i consigli di rappresentanza del proletariato. Che forma assumeranno? Come si coordineranno a scala nazionale e internazionale? Come si dispiegherà il loro ruolo nella direzione e realizzazione del processo rivoluzionario? Quale dovrà essere il rapporto tra l’organizzazione politica della classe e la rete dei consigli?

Come si può facilmente comprendere si tratta di questioni teoriche impegnative le cui soluzioni non possono essere individuate astrattamente da qualche gruppo politico o da qualche eventuale illuminata avanguardia prescindendo dai processi reali della lotta di classe.

Già da qualche hanno abbiamo lanciato l’appello alla costituzione di un laboratorio politico nel quale liberamente, fuori da ogni pregiudizio e schema, si possa avviare il dibattito tra tutti coloro che desiderano affrontare le urgenti questioni che ci stanno di fronte. Ribadiamo l’invito anche con questo numero della rivista dedicato al centenario della Rivoluzione d’Ottobre.

Note

1 Vedi gli articoli, tra i tanti, ai seguenti indirizzi:

http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla34/index.php/politicasocieta404radiciguerra

http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla34/index.php/questioniteoriche/415-ideologia-guerra

http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla34/index.php/politicasocieta/406-guerra-sempre-piu-globale-e-nuovo-disordine-mondiale

http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla34/index.php/internazionale/56-americhe/437-america-americano

http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla34/index.php/internazionale/56-americhe/426-trump-america

2 Due professori del MIT, polo d’eccellenza da sempre fervente sostenitore della tecnologia, pubblicano nel 2011 Race against the machine. Il loro nome è Andrew McAfee ed Eric Brynjolfsson, Cardine del loro studio è un grafico che paragona negli Usa dal 1945 al 2010 le curve della produttività e l’occupazione. I grafici incominciano a divergere dall’anno 2000, poi si allontanano sempre di più. I professori l’hanno chiamato il fenomeno il grande disaccoppiamento. Esso evidenzia la rottura di un certo equilibrio tra le due curve che il capitalismo era riuscito a mantenere dal dopoguerra e il manifestarsi di un fenomeno nuovo, a carattere epocale, che prelude a sconvolgimenti occupazionali senza precedenti che, oggi, possiamo già constatare. Poi, nel 2013, due professori di Oxford (Frey-Osborne) analizzano il mercato del lavoro statunitense suddividendolo in 702 occupazioni e valutano la probabilità che, entro il ventennio successivo, un determinato mestiere venga rimpiazzato da una macchina. Il risultato è spaventoso: il 47% dei mestieri sono ad alto rischio di sostituzione dai robot e si tratta di mestieri a media-alta qualificazione. I criteri adottati per formulare la previsione sono molto rigorosi. Per leggere lo studiohttps://www.oxfordmartin.ox.ac.uk/downloads/academic/The_Future_of_Employment.pdf

3 Utile la lettura dei seguenti articoli:

http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla34/index.php/lavorolottaclasse/367-conflittiepocacomputer

http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla34/index.php/politicasocieta/328-giorgio-paolucci

4 Mike Davis, Il pianeta degli slum, Feltrinelli Editore, 2006