Garibaldinismo non è marxismo

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Creato: 23 Aprile 2015 Ultima modifica: 28 Settembre 2016
Scritto da Istituto Onorato Damen Visite: 1509

 

Contributo alla chiarezza (per chi non sa o non vuol sapere)

 

 

 

Onorato Damen, Battaglia Comunista, marzo/aprile 1960

 

 

 

Si impone una più adeguata messa a punto della esperienza partigiana tanto discussa nella sua natura e nelle sue conclusioni e pur così ricca di fermenti per l'eroico disinteresse dei molti e per le disillusioni dei moltissimi che tale esperienza ha portato con sé, e lo facciamo con spirito alieno da polemica antica, da compagno a compagno.

 

Un moto di carattere rivoltoso non va giudicato in base ai sentimenti di questo o quel gruppo che vi partecipa, di questo o quel combattente, nel qual caso il moto partigiano sarebbe inclassificabile a causa della infinita gamma delle ragioni, sentimenti e risentimenti che possono avere spinto ognuno ad aderire a tale iniziativa di lotta contro il fascismo, ma dalla natura del terreno economico-politico da cui si era originato e sul quale era portato ad operare e infine dagli obiettivi a cui tendeva in coerenza storica con le ragioni che sono alla base del movimento stesso.

 

Comune denominatore alla rivolta partigiana è stato l'antifascismo; e tutti sanno quanta fragilità ideologica e quale mistificazione politica nascondeva questo generico atteggiamento antifascista; si è trattato di un anticipato modello d'interclassismo politico-sentimentale applicato ai motivi dall'antifascismo, In nessun caso di un modello di lotta condotta sul piano di classe in funzione anticapitalista e contro la guerra imperialista.

 

Precisiamo: in una fase avanzata della guerra imperialista, l'antimperialismo avrebbe dovuto assumere il carattere e la forma che Lenin aveva precisato nella parola d'ordine della trasformazione dalla guerra imperialista in guerra civile da condursi con i metodi propri del proletariato rivoluzionario.

 

La realtà è stata ben altra, quella precisamente che era nel piano di coloro i quali pensavano che alla riuscita della guerra democratica avrebbe fatto comodo l'apporto di tutte le forze giovani mosse dall'odio contro la dittatura nazi-fascista.

 

Un riesame critico di queste vicende non deve quindi imboccare la strada del sentimento, della necessità della eliminazione violenta del fascismo, della distruzione radicale delle sue strutture di Stato corporativo e della sua falsa retorica di grandezza, che è la strada che ha condotto uomini e cose della Resistenza dove la logica della storia (che in fondo è la logica degli interessi di classe) doveva fatalmente condurre. Una organizzazione politica che si richiama al proletariato e quindi al marxismo deve pensare e operare in ogni contingenza in termini di classe e uniformarsi a questo criterio sia nella situazione calda e bruciante quale può essere considerata quella da cui, ad esempio, è scaturito il moto partigiano come nella situazione più calma come l'attuale in cui lo stesso moto partigiano può essere visto in prospettiva con maggior senso di obiettività.

 

È risaputo che in fase di guerra guerreggiata l'esercizio del potere, il dominio anche psicologico sulle masse sono esercitati in modo assoluto dalle forze che detengono il monopolio della guerra. Questo in tutti i paesi coinvolti nel conflitto.

 

In Italia questo monopolio era esercitato dal fascismo e dalle forze più legate alla conservazione del capitalismo che nel fascismo vedevano lo strumento più valido della difesa dei loro interessi di classe.

 

In questa situazione quale spazio vitale poteva essere riservato al moto partigiano? Quale margine vitale ne avrebbe giustificato e assicurato l'esistenza? Non certo quello della classe operaia che era politicamente inesistente sul piano insurrezionale, ma lo spazio vitale e il margine sociale di quelle stratificazioni economico-politico-religiose che erano materialmente e spiritualmente legate alla guerra antifascista condotta dalle democrazie occidentali compresa la Russia Sovietica. Se questo spazio vitale non fosse esistito, se questo margine sociale non fosse stato presente, sarebbe mancato il presupposto storicamente concreto per la nascita e lo sviluppo del partigianesimo. Da qui la molteplicità di tendenze, di ideali e di bandiere che ha caratterizzato il movimento; da qui la sua inevitabile sudditanza ad una visione generale della guerra.

 

La riprova della esattezza di questa diagnosi sta nel fatto che anche là dove il moto partigiano ha assunto forma più autonoma e più originariamente proletaria, come in Grecia e in Jugoslavia, esso non ha favorito soluzioni rivoluzionarie ma ha puntellato soluzioni economiche e politiche conformi agli interessi dell'imperialismo vittorioso, non importa se sotto etichetta sovietica.

 

È fatale che i gruppi e i singoli, entrati nella dialettica della guerra, siano stati presi e stritolati negli ingranaggi delle sue contraddizioni e portino, individualmente e come gruppo, la responsabilità d'essere stati pedine nel gioco della guerra nell'illusione che le forze della guerra di Liberazione potessero liberare davvero l'umanità dal fascismo capitalista.

 

Partigianesimo rivoluzionario?

 

Accettiamo pure l'ipotesi della esistenza di gruppi orientati verso una interpretazione classista e rivoluzionaria della loro lotta condotta contro il fascismo nel cuore della seconda guerra mondiale. Ma quale impronta hanno lasciato di sé, del particolare loro modo di vedere, e soprattutto quali effettivi legami hanno potuto intrecciare con le masse operaie sul terreno specifico della classe? Quale è stato il loro contributo alla elaborazione di una piattaforma teorico-politica che indicasse la strada della rivoluzione socialista, la sola capace di sbarrare quella dell'imperialismo e soprattutto quali iniziative aperte e qualificate hanno preso per dare alla lotta armata il carattere della lotta contro la guerra e per la conquista rivoluzionaria del potere?

 

Sotto questo rapporto si può affermare che non è mai esistita una esperienza partigiana vera e propria da poter servire, in sede di dottrina e di esperienza politica, alle future generazioni come presupposto ideale e come fonte di insegnamento a cui bisogna attingere per orientare le future lotte del proletariato di fronte alla guerra imperialista e al ritorno inevitabile di nuove dittature fasciste comunque e da chiunque articolate.

 

Il problema è di sapere se vi è stato un adeguato e conclusivo riesame critico di questa dolorosa e deludente esperienza partigiana, tanto più dolorosa e deludente quanto chi ne ha fatto le spese sono dei compagni che hanno lottato con entusiasmo, abnegazione, assoluto disinteresse e con la passione di compiere il proprio dovere di rivoluzionario. Questo è quanto non doveva essere fatto in nome della tradizione e della coerenza marxista rivoluzionaria soprattutto per essere conseguenti con la critica che doveva essere fatta alla vera natura della guerra imperialista della quale il nazi-fascismo portava una parte, soltanto una parte, della responsabilità storica. Ma di fronte ad un fenomeno che convogliava combattenti operai e intellettuali che avrebbero potuto costituire una riserva umana, una notevole carica di volontà passibile di essere spostata sul piano della lotta rivoluzionaria, quale è stato l'atteggiamento dell'avanguardia rivoluzionaria, allora rappresentata dalla nostra organizzazione politica?

 

Data la chiara, aperta e conseguente posizione assunta dal partito di fronte ai problemi di fondo, fascismo e guerra, antifascismo e guerra antifascista, condotta con la forza, la ideologia e i mezzi materiali e morali offerti a piene mani dall'imperialismo americano, erano avvenimenti estranei agli interessi specifici del proletariato e andavano osservati come fenomeni che trovavano la loro ragion d'essere nella dialettica interna della borghesia capitalista. Di fronte, quindi, al fascismo e alla guerra antifascista bisognava formulare una denuncia politica, tanto più precisa e spietata quanto più grave appariva il pericolo incombente sulle masse operaie di prestarsi ad una diversione polItico-sentimentale e patriottica attraverso un generico antifascismo a cui si dava l'obiettivo di salvare i valori tradizionali del capitalismo e della democrazia parlamentare. Si poneva quindi per il partito più che il problema di azione immediata, per la quale mancavano tutte le premesse, quello di creare un centro vivo di chiaro, preciso orientamento marxista e di polarizzazione di classe col compito immediato di intrecciare alla critica e al resistentismo, legato agli interessi e agli ideali della guerra di liberazione, l'opera teorica, politica e organizzativa mirante a fare del resistentismo la punta avanzata di un movimento il cui terreno di azione non fosse l'antifascismo e la guerra di liberazione ma l'anticapitalismo e la conquista rivoluzionaria del potere da parte del proletariato armato.

 

I tentativi fatti in questa direzione, se hanno procurato al partito la perdita per mano partigiana di uno dei suoi combattenti migliori, Mario Acquaviva, hanno provato all'evidenza che era impossibile allora tentare di penetrare con queste idee e con questi propositi nel dispositivo delle formazioni partigiane e di incrinarne lo spesso involucro impastato di guerra e di immensi interessi che esso portava con sé in ogni settore della sua ordinaria attività.

 

Sarebbe ingiusto e si cadrebbe nella banalità polemica se si considerasse il non intervento nel partigianesimo come originato da un desiderio di quiete. l pochi che avvertirono la vera natura del moto partigiano, lanciato alle reni del fascismo stretto nella morsa non di una insurrezione proletaria ma di una guerra senza speranze, e situarono tempestivamente ed esattamente questo movimento nel quadro di una visione strategica della guerra, erano stati i soli ad opporsi alla guerra imperialista, i soli a non subire la suggestione della guerra democratica antifascista, i soli a dissociarsi apertamente e duramente dalla guerra sovietica, i soli che avevano al loro attivo la lotta, anche armata, contro Il fascismo fin dal suo sorgere, i soli che per coerenza al marxismo rivoluzionario e ai recenti insegnamenti di Lenin, avevano affrontato il fascismo in tutte le sue manifestazioni e con esso i rigori delle sue galere.

 

Non è quindi problema di maggiore o minore coraggio, è invece e soltanto problema di coerenza politica alla ideologia rivoluzionaria; è problema di condotta personale e di organizzazione conseguente ad una disciplina rivoluzionaria nella quale non c'è posto per l'anarchico e incontrollato esplodere di volontarismi anche se generosi, in obbedienza ad impulsi provenienti da situazioni storiche estranee al proletariato.

 

Non scomodiamo Babeuf

 

Rifarsi ad un precedente storico come quello della rivoluzione francese per trovare in esso i termini di una analogia tattica? Tale richiamo non sarebbe valido né in sede di critica storica né in quella dottrinaria. Non si può né si deve confondere un episodio di guerra partigiana, ora tollerato, ora voluto nel quadro della guerra imperialista, con l'enorme potenziale umano variamente caratterizzato sia negli interessi come nelle idee, messo in movimento dalla grande rivoluzione del 1789, nella quale le forze del popolo lavoratore erano ben lontane dal possedere una coscienza di classe da spingerle a giocare allora un ruolo di protagonista in una rivoluzione fondamentalmente borghese. Bisognerà attendere nuovi moti rivoluzionari per osservare lo sviluppo d'una maturante coscienza proletaria in coincidenza con lo sviluppo della tecnica produttiva del capitalismo, meno avvertitamente negli avvenimenti che portarono alla monarchia di luglio, in modo più chiaro, con una più accentuata autonomia politica di classe, nelle giornate del 1848, quando per la prima volta i popolani di Francia non appaiono più affiancati alla borghesia radicale e moderata per opporsi insieme al ritorno offensivo delle forze dell'antico regime, ma sono popolani fatti ormai adulti, divenuti cioè proletari che finalmente operano per obbedire ad un imperativo di classe, e si battono e si fanno falciare sulle barricate dalle armi della borghesia resa unitaria e feroce di fronte al pericolo che la investe tutta, in quanto borghesia.

 

In ogni caso si tratta di una condotta tattica nel solco d'una profonda trasformazione rivoluzionaria della società che non può essere richiamata a giustificazione di eventi che trovarono la loro ragion d'essere non in un conflitto di classe ma nel clima della seconda guerra mondiale e nel dominio assoluto delle forze scatenate dell'imperialismo. E soprattutto non bisogna confondere le esigenze tattiche d'una incipiente lotta operaia inserita marginalmente nel moto borghese, con la tattica da adottare da un proletariato pervenuto alle soglie della conquista del potere con un capitalismo che vive la fase estrema della sua esperienza storica.

 

Chi pensa ed opera in termini di "populismo" nella fase dell'imperialismo e della rivoluzione proletaria, dimostra di aver perduto il senso della storia secondo la visuale marxista e minaccia di perdere la bussola di classe di fronte alle lotte del proletariato.

 

Chi pensa che nel seno stesso del moto partigiano potesse suscitarsi una iniziativa rivoluzionaria per il socialismo, dimentica che nessun movimento perviene a tale meta se non scaturisce da un profondo sconvolgimento economico-politico legato, nel caso specifico, ad una sconfitta militare, non soltanto fascista, si intende, ma di tutta l'organizzazione della società capitalista.

 

Questi i termini di uno svolgimento che la storia ha poi in pieno confermato: le ipotesi, anche se in buona fede, rimangono formulazioni astratte al di fuori d'ogni serio riferimento politico e d'ogni valida verificazione storica.