Introduzione - Saggio medio del profitto e prezzo di produzione

Stampa
Creato: 20 Maggio 2016 Ultima modifica: 13 Ottobre 2016
Scritto da Spohn Visite: 1483

 

banchiereAbbiamo deciso di ripubblicare l’articolo Saggio medio del profitto e prezzo di produzione perché in esso, al di là delle più recenti modificazioni capitalistiche e degli avvenimenti, spesso dolenti, della storia mondiale, l’analisi ivi espressa sulla «formazione del saggio medio di profitto in relazione al processo di formazione dei prezzi» resta più che valida, anzi, diremmo, operante: in primis tale articolo, edito sul numero 5 della IV serie della rivista «Prometeo» (settembre 1981), riproponendo la posizione di Marx con estrema esattezza e puntualità, funge da lettura propedeutica per chiunque volesse tentare una comprensione storica dei fenomeni della «concentrazione dei mezzi di produzione», «del fenomeno della caduta tendenziale del saggio di profitto», e di quella che, circa trenta anni fa, era già la «crescente espansione del dominio parassitario del capitale finanziario».

 

In contrasto con le tesi degli economisti liberali e dei corifei del capitale, i quali volevano utilizzare il terzo libro del Capitale per sminuire la teoria del valore-lavoro, i «rilievi critici» di Marx a Ricardo vengono riproposti in Saggio medio del profitto e prezzo di produzione per ribadire con chiarezza come la «formazione di un saggio del profitto implica che i prezzi delle merci differiscano dai loro valori». Un assunto di primaria importanza se si vuole concepire, con Marx, la realtà economica odierna, in cui la «forza imperialistica», esercitata da ognuno dei vari centri di potere della borghesia mondiale, viene utilizzata al fine di incidere sulla «ripartizione» del «plusvalore complessivo», cioè mondiale.

 La guerra è, dunque, la mortifera conseguenza di tale caccia spietata al plusvalore, prodotto in grandezze diverse a seconda delle merci prodotte e, quindi, delle sfere di produzione.

Ma la lettura che vi proponiamo è altrettanto essenziale in quanto essa, mettendo al vaglio della dialettica materialistica il fluire degli eventi storici, fa emergere «la realtà nel suo movimento contraddittorio e nella sua complessità e non sulla base di metodi logico-formali che conducono inesorabilmente ad appuntare l’attenzione su un aspetto solo dei fenomeni osservati, com’è proprio del metodo matematico, di cui tuttora gli economisti fanno abbdondante uso ed abuso, senza mai rilevare il limite di questo metodo, che è dato dalla sua impossibilità a rilevare nei fatti economici il fatto storico».

Il marxismo rivoluzionario e la sua nobile tradizione di pensatori e critici della realtà si pone come l’unico metodo storicamente determinatosi, cioè in grado di porsi al di fuori della «trappola delle apparenze» o del rigorismo di «schemi matematici»: il principio per cui la «ripartizione» del plusvalore complessivo «avviene in proporzione alla grandezza dei singoli capitali» non è più una formula, bensì il verificarsi di un fatto storico, ricostruito nell’articolo di Paolucci sia attraverso il punto di vista capitalistico, che tramite la prospettiva del socialismo scientifico, ovvero la «determinazione di valore mediante tempo di lavoro». Le «inevitabili disuguaglianze dei saggi di profitto» tra sfere della produzione, sulla scorta delle anticipazioni di Marx ed Engels, non sono altro che il motore e la causa centripeta delle violente manifestazioni con cui il capitale, oggi come ieri, dimostra tragicamente «la sua storicità, la sua transitorietà».

Leggi Saggio medio del profitto e prezzo di produzione.