I limiti e le prospettive del conflitto sociale nell’epoca del computer e del lavoratore libero che…

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Creato: 25 Giugno 2015 Ultima modifica: 13 Ottobre 2016
Scritto da Giorgio Paolucci Visite: 4002

Dalla  rivista  D-M-D' n° 9

Non appartiene né a un proprietario, né alla terra, ma 8, 10, 12, 15 ore della sua vita quotidiana appartengono a colui che le compera.  Egli non appartiene a questo o a quel borghese, ma alla borghesia, alla classe borghese; ed è affar suo disporre di se stesso, cioè trovarsi in questa classe borghese un compratore. (K. Marx)

chineseIntroduzione

 

Secondo le previsioni di tutte le più importanti istituzioni economiche mondiali il 2014 doveva esser l’anno della svolta e avrebbe dovuto far registrare una generalizzata ripresa dell’economia mondiale.

I dati più recenti dicono invece che non solo non vi è stata inversione di tendenza ma che ormai la crisi ha investito anche aree, come quelle dei paesi emergenti, che in fatto di crescita sembravano destinate a frantumare ogni record e che rallenta perfino la fabbrica del mondo, la Cina. Anche negli stati Uniti, dove pure negli ultimi anni il Pil è cresciuto di qualche punto, come ha recentemente riconosciuto anche l’attuale presidente della Fed, Janet Yallen, la situazione è tutt’altro che brillante: “Il tasso di disoccupazione rimane significativamente al di sopra di quello che la maggior parte dei membri della Federal Reserve considerano normale nel lungo periodo, e le risorse sono sottoutilizzate… Il ritmo lento dell'aumento dei salari riflette le difficoltà del mercato del lavoro"[1].

 

Alcuni economisti, fra cui Larry Summers, ex ministro del tesoro durante la presidenza Clinton, e il premio Nobel Paul R. Krugman, riprendendo una tesi avanzata già negli anni trenta da Alvin Hanse, Gunnar Myrdal e John Maynard Keynes, di fronte a questi dati hanno formulato la tesi della stagnazione secolare, la cui causa sarebbe una strutturale insufficienza della domanda aggregata conseguente al calo della natalità nei paesi economicamente più sviluppati. Al di là del presupposto teorico alquanto fragile, poiché nell’epoca della mondializzazione si dovrebbe tener conto della popolazione mondiale, che tutte le previsioni demografiche danno in crescita almeno fino al 2050, ci sembra comunque molto significativo che in ambienti così qualificati si ipotizzi una stagnazione secolare, in quanto è come ammettere, come fa la critica marxista dell’economia politica, che quella in atto è una crisi epocale e per molti versi più profonda e devastante di quella del 1929.

 

Peraltro, già qualche anno fa una tesi molto simile a quella di Summers e Krugman è stata avanzata dall’economista statunitense Robert Gordon. Egli dopo uno studio comparato sui tassi di crescita economica in vari periodi storici in relazione ai diversi stadi dello sviluppo tecnologico, è giunto alla conclusione che l’attuale fase di stagnazione potrà esser superata soltanto con una qualche innovazione tecnologica paragonabile, per esempio, all’elettricità e/o alla nascita di nuovi settori produttivi quali un tempo quello ferroviario, chimico, automobilistico ecc. di cui però al momento non si vede traccia.  Più recentemente, è stato il francese Thomas Piketty che, studiando la costante crescita delle disuguaglianze sociali, a partire dai primi anni ’70 del secolo scorso, ha paventato il rischio del possibile avvitamento del sistema in una spirale di crisi senza via di uscita.

 

Benché, come si vede, nessuno di loro prenda in considerazione, anche solo in via ipotetica, che la causa di questa crisi sia da ricercarsi nelle contraddizioni implicite nell’uso capitalistico delle macchine, non sfugge loro però il rischio che una così prolungata stagnazione possa aprire una nuova fase del conflitto sociale e mettere in forse la stabilità del sistema. Si chiede, per esempio T. Piketty: “Lo scontro capitale-lavoro appartiene al passato o tornerà a essere una delle chiavi di volta del XXI secolo?”[2].  Dove è del tutto evidente che, coerentemente con i canoni dell’ideologia dominante, lo scontro è tale solo quando l’iniziativa è nelle mani del proletariato, mentre quando è in quelle della borghesia, come è stato quasi sempre soprattutto negli ultimi trenta anni, si tratta della modernità che avanza.

 

Ma soffermiamoci sulla domanda di Piketty. Dal punto di vista del marxismo rivoluzionario, essa è mal posta, nel senso che lo scontro fra capitale e lavoro non ha mai cessato di esser una chiave di volta nella storia del capitalismo.  Nella società capitalistica esso può affievolirsi, può essere soffocato dalla repressione borghese, volgere a favore ora dell’uno ora dell’altro dei contendenti, ma in quanto l’interesse dell’uno è in contrasto inconciliabile con quelli dell’altro non può cessare. Precisato ciò, possiamo ora riformulare la domanda in termini meno sfuggenti: lo scontro è destinato ad approfondirsi ed eventualmente a generalizzarsi minando nelle fondamenta la società borghese?  Posta la domanda in questi termini, una risposta, che non voglia essere solo un’opinione, non può prescindere dall’analisi della condizione del lavoro alla luce dei più recenti sviluppi tecnologici e dei mutamenti che questi hanno determinato nel suo rapporto con il capitale.

 

Nell’articolo Forconi, proletarizzazione dei ceti medi e prospettiva della lotta di classe, apparso nel n. 8 di DemmeD’, abbiamo già visto a grandi linee come le nuove tecnologie e la nuova divisione internazionale del lavoro abbiano impresso una forte spinta sia alla proletarizzazione dei ceti medi sia all’inasprimento della concorrenza fra i lavoratori su scala mondiale e su come si riverberano sul conflitto fra capitale e lavoro indebolendo fortemente quest’ultimo. Qui invece ci soffermeremo più specificatamente sulle conseguenze della crescente dequalificazione del lavoro e su come essa, mentre da un lato contribuisce a far pendere ulteriormente la bilancia sempre più a  favore della borghesia, dall’altro riduce parimenti la base su cui essa fonda il suo domino.

 

Il mito delle nuove professioni

 

Nei primi anni ’80 del secolo scorso, agli albori del suo affermarsi, pur essendo evidente che la microelettronica era portatrice di una rivoluzione tecnologica che avrebbero definitivamente cancellato un gran numero di mansioni, di mestieri e di professioni e distrutto moltissimi posti di lavoro, essa fu accolta dagli ideologi della borghesia (economisti, sociologi, opinionisti ecc. ecc), come il novello Prometeo che, ponendo fine all’organizzazione taylorista del lavoro incentrata sulla ripetitività dei movimenti del lavoratore, avrebbe finalmente liberato l’uomo dalla fatica favorendone sotto ogni profilo, economico, sociale, intellettuale il suo sviluppo.

 

Fu tale lo stupore o, se si vuole, il trauma suscitato dall’irrompere sulla scena economico-produttiva di macchine capaci di svolgere, oltre alle mansioni più semplici, anche quelle che fino ad allora avevano richiesto un’elevata qualificazione, che fu tutto un inneggiare, anche in ambienti d’ispirazione marxista, alla fine del lavoro e alle magnifiche sorti e progressive che riservava all’intera umanità il modo di produzione capitalistico. Come se un circuito integrato potesse rimuovere le sue contraddizioni.  Si giunse a immaginare un’organizzazione del lavoro in cui tutte le mansioni ripetitive, usuranti e alienanti sarebbero state svolte dalle macchine, mentre gli uomini avrebbero svolto solo professioni totalmente nuove e tutte altamente gratificanti e qualificate. Si arrivò perfino a prevedere che dalla mente del dio della tecnica sarebbero scaturite, entro il 2000, ben 12.000 nuove professioni e a immaginare un mondo dove ognuno sarebbe stato – come ebbe a dire, nel 1984, l’allora presidente dell’Iri Romano Prodi – datore di lavoro di se stesso. Insomma: tutti capitalisti e addio lotta di classe!

 

In realtà, era l’inizio di un processo che avrebbe dato vita a un’organizzazione del lavoro incentrata sul totale asservimento del lavoratore alla macchina quando non a renderlo del tutto e definitivamente superfluo e perciò un reietto della società.

 

La realtà che emerge dalla ricerca sul campo- scrive il sociologo Luciano Gallino – è invece caratterizzata da una forte polarizzazione della massa dei lavoratori verso l’alto e verso il basso. Le disuguaglianze socio-economiche, nelle loro molteplici dimensioni, crescono a dismisura. La stratificazione delle forze di lavoro assume nel complesso una forma a clessidra. Per coloro che occupano la parte alta della clessidra, i salari sono elevati la formazione è realmente continua, l’occupazione è stabile… E’ (questo- ndr) il lavoro che favorisce e permette la massima autonomia del soggetto, moltiplica le esperienze, apre di continuo nuove prospettive professionali, assicura un reddito apprezzabile e un congruo riconoscimento sociale….Hanno il privilegio di svolgerlo (in Italia – ndr) poche centinaia di migliaia di persone, su oltre cinque milioni di precari per legge.” [3]

 

Ma anche all’estero le cose non vanno diversamente. Una ricerca dell’Università di Oxford calcola che negli Stati Uniti, nei prossimi dieci anni, ben il 47 per cento dei posti di lavoro è destinato a scomparire e in Europa addirittura il 50 per cento. E- si badi bene - a rischio di sostituzione è ogni tipo di lavoro, non solo quello operaio. “ L’automazione, indotta dalle nuove tecnologie- scrive il giornalista Riccardo Luna, uno dei maggiori esperti di nuove tecnologie - ha avuto e sta avendo un effetto devastante sugli operai, gli impiegati, i commercianti e i liberi professionisti. Basta guardare alla cronaca: la catena di fast food McDonald’s ha appena annunciato di voler introdurre dei tablet per ricevere le ordinazioni riducendo i camerieri; il colosso dell’e –commerce Amazon sta assumendo 10 mila robot nei propri magazzini per sbrigare lo smistamento dei pacchi.”[4]

 

Il processo non risparmia né le più antiche, come quella medica, né le cosiddette nuove professioni: “Notiamo al riguardo, per prendere uno dei casi meglio conosciuti, che il 50 per cento delle conoscenze di un medico – stimano gli esperti – diventa al presente obsoleto entro dieci anni. L’obsolescenza delle competenze di un sistemista informatico, o di un consulente di servizi finanziari, o di uno specialista di logistica, è ancora più rapida”.[5]

 

Il lavoratore libero (che vende se stesso e pezzo a pezzo…)

 

Dunque, salvo i pochi che vanno a occupare la parte alta della clessidra, contrariamente a quanto atteso dal mondo borghese, la figura del lavoratore che oggi va diffondendosi sempre più è quella  ampiamente prevista da Marx, analizzando le conseguenze dello sviluppo del sistema delle macchine nella società capitalistica, dell’operaio libero: “ L’operaio libero – egli scrive - “… vende (diversamente dallo schiavo o dal servo della gleba –ndr) se stesso, e pezzo a pezzo. Egli mette all’asta 8, 10, 12, 15 ore della sua vita, ogni giorno, al miglior offerente, al possessore delle materie prime, degli strumenti di lavoro e dei mezzi di sussistenza, cioè del capitalista. L’operaio non appartiene né a un proprietario, né alla terra, ma 8, 10, 12, 15 ore della sua vita quotidiana appartengono a colui che le compera. L’operaio abbandona quando vuole il capitalista al quale si dà in affitto, e il capitalista lo licenzia quando crede, non appena non ricava più da lui nessun utile o non ricava più l’utile che si prefiggeva. Ma l’operaio, la cui sola risorsa è la vendita del lavoro, non può abbandonare l’intera classe dei compratori, cioè la classe dei capitalisti, se non vuole rinunciare alla propria esistenza. Egli non appartiene a questo o a quel borghese, ma alla borghesia, alla classe borghese; ed è affar suo disporre di se stesso, cioè trovarsi in questa classe borghese un compratore.”[6]

 

In realtà, nel 1849, quando Marx scrive Lavoro salariato e Capitale, il libro da cui questa citazione è tratta, la figura dell’operaio libero – che oggi, poiché è ormai preminente in tutto il mondo del lavoro dipendente, sarebbe meglio definire del lavoratore libero - era ancora tutta in mente tecnologica. Ancora pochi anni fa anche l’assunzione di un operaio semplice presupponeva un periodo più o meno lungo di addestramento e un grado minimo di cultura generale e di conoscenze tecniche. Per non dire degli operai più qualificati come, per esempio, il tornitore, il fresatore o l’attrezzista ecc. ecc, il cui impiego presupponeva corsi di formazione professionale ad hoc oltre che un non breve periodo di addestramento pratico, per cui il capitalista, prima di licenziarlo, doveva pensarci su almeno un paio di volte. Tanto comunque che fino alla prima metà degli anni ’80 del secolo scorso, le imprese stanziavano non pochi fondi per assicurarsi la fidelizzazione dei loro dipendenti istituendo premi di vario genere e perfino organizzando il loro tempo libero nell’ambito di apposite strutture aziendali quali i dopolavoro. Oggi, invece, anche un ingegnere può essere licenziato dalla sera alla mattina senza particolari problemi. Infatti, se la macchina a controllo numerico ha cancellato la gran parte dei mestieri operai, l’informatizzazione dei processi gestionali e di progettazione ha cancellato molte figure professionali altamente qualificate o ne ha talmente semplificato le mansioni che qualunque lavoratore che abbia completato la scuola dell’obbligo è in grado di svolgerle.  Pertanto uno stesso lavoratore può essere impiegato oggi in un fast food, domani in una fabbrica automobilistica o all’anagrafe comunale e domani ancora in un call center senza particolari problemi e può anche essere licenziato e/o sostituito con un altro in qualsiasi momento.  Tanto che se per tutta la fase cosiddetta fordista, è stato funzionale alle esigenze della programmazione capitalistica un mercato del lavoro incentrato sui contratti collettivi pluriennali di categoria e il rapporto di lavoro a tempo indeterminato, oggi  è incentrato sul contratto individuale e, comunque camuffato, a tempo determinato e/o part time.  Secondo l’indagine Excelsior di Unioncamere e del Ministero del lavoro - condotta sul terzo trimestre del 2012 – in Italia ormai soltanto due assunzioni su dieci, per i soggetti compresi nella fascia di età fra i 15 e i 34 anni, sono state a tempo indeterminato. “Tutto il resto è in un modo o nell’altro precarietà: contratti a tempo determinato, collaborazioni a progetto, più le tante altre forme di lavoro atipico, tra cui le cosiddette “false partite Iva” e le associazioni in partecipazione……Nel non lontanissimo 2004 le forme di precarietà per i  giovani under 35 erano ferme al 20 per cento, mentre nel 2012 questa percentuale era rovesciata” [7]. In Gran Bretagna - ma non ci vuole la sfera di cristallo per prevederne la sua diffusione ovunque- esiste perfino il contratto a zero ore. “ Con quest’ultimo tipo di contratto…. uno viene assunto da un datore di lavoro che non ha nessuno obbligo di indicare un orario o un luogo di lavoro. Verrà chiamato al lavoro con un breve preavviso mediante sms, e solo in quel momento saprà quante ore dovrà lavorare il giorno tale o talaltro, in attesa di una nuova convocazione che non si sa se e quando avverrà “.[8]

 

E’ la conseguenza inevitabile dell’uso capitalistico del sistema delle macchine e in special modo di quello moderno ormai quasi tutto informatizzato. Con esso, infatti: “L’abilità particolare dell’operaio- scrive il preveggente Marx – perde il suo valore. Egli viene trasformato in una forza produttiva semplice, monotona, che non deve fare più ricorso a nessuno sforzo fisico e mentale. Il suo lavoro  diventa un lavoro accessibile a tutti. Perciò da ogni parte si precipitano su di lui dei concorrenti; e ricordiamo inoltre che quanto più il lavoro è semplice, quanto più facilmente lo si impara, quanto minori costi di produzione occorrono per rendersene padroni, tanto più in basso cade il salario, perché come il prezzo di qualsiasi altra merce, esso è determinato dai costi di produzione.”[9]

 

La tendenza generale alla diminuzione del livello medio dei salari

 

Che è esattamente quanto è accaduto negli ultimi decenni in seguito alla trasformazione in una forza produttiva semplice non solo dell’abilità dell’operaio ma anche di tutta una vasta gamma di artigiani, impiegati e professionisti. Di fatto è in via di superamento la divisone dei lavoratori basata sulla loro appartenenza a una determinata categoria ( metalmeccanici, chimici ecc.) per cui, essendo la stragrande maggioranza di essi impiegabile indistintamente in più settori produttivi, è come se in tutti settori produttivi aumentasse la forza-lavoro disponibile. La conseguenza più immediata è la crescita della concorrenza fra tutti i lavoratori e il rafforzamento della tendenza al ribasso dei salari.  Favorita, peraltro, anche dal fatto che per i lavoratori è diventato sempre più difficile coalizzarsi –com’è stato in passato- in organizzazioni anche solo di mestiere e/o di categoria per potersi meglio opporre alla svalutazione del salario riducendo la concorrenza fra loro.  Unirsi è divenuto molto più difficile anche per i lavoratori di una stessa impresa e perfino di uno stesso reparto.  “Nelle organizzazioni <<reingegnerizzate>> – ci informa ancora L. Gallino - succede che su 100 lavoratori, fisicamente presenti in un certo istante in un determinato reparto, meno di un quarto siano dipendenti di quella organizzazione, mentre gli altri tre quarti dipendono da una decina di aziende terze – fornitori o sub-subappaltatori- senza contare i lavoratori interinali, i parasubordinati con contratti di breve durata, gli apprendisti in formazione.”[10]

 

Non è, dunque, un caso che il famigerato Job acts, di recente varato dal governo italiano, preveda, oltre alla possibilità per le imprese di licenziare sempre e comunque, un contratto unico per tutti i settori, il demansionamento, ossia la possibilità per le imprese di utilizzare uno stesso lavoratore in compiti diversi, nonché la preminenza della contrattazione aziendale e/o individuale su quella nazionale e collettiva.

 

Più concorrenza, più isolamento e salari sempre più bassi e lo Stato, in quanto organo del dominio della classe dominante, ne prende atto e rimuove qualsiasi ostacolo che possa anche solo rallentare questo processo.

 

 

 

II limiti dello sfruttamento della forza-lavoro nell’epoca del World Class Manifacturing

 

Orbene, però, già prima di Ricardo e dello stesso Marx, l’abate Ferdinando Galiani aveva ben compreso che la fatica è l’unica che dà valore alla cosa” e non viceversa. In seguito Marx ha dimostrato – e la storia ha ampiamente confermato- che non sono le macchine (le cose) a generare plusvalore ma che esso altro non è che il frutto del tempo di lavoro di cui il capitalista si appropria, oltre il tempo di lavoro necessario, ossia oltre il tempo di lavoro che il lavoratore impiega per produrre una quantità di merci equivalente al valore del suo salario.

 

Ne consegue che se diminuiscono i lavoratori impiegati perché sostituiti da macchine, necessariamente ai lavoratori superstiti dovrà essere estorta, a parità di condizioni, una quantità di plusvalore (la parte della giornata lavorativa oltre il tempo di lavoro necessario espressa in termini di valore) maggiore di quella estorta loro in precedenza. Il modo più semplice per ottenere ciò, oltre alla riduzione tout court del salario, è il prolungamento della giornata lavorativa (plusvalore assoluto).  In Inghilterra, come è noto, nel corso della prima grande rivoluzione industriale, a seguito dell’introduzione della macchina a vapore, si giunse a una giornata lavorativa di ben 16 ore. L’altro modo – che comunque, almeno fino a un certo punto, non esclude il primo- consiste nel ridurre il tempo di lavoro necessario mediante la saturazione del tempo di lavoro, (intensificazione del lavoro) incrementandone così la produttività (plusvalore relativo). [11]

 

Già nel 19° secolo, però, a un certo punto, ogni ulteriore sviluppo del sistema delle macchine, risultò incompatibile con una giornata lavorativa troppo lunga, tanto che si rese necessario imporre un limite legale (prima a 14, poi a 12 e infine a 10 ore) alla sua durata. E da allora e fino a tutti gli anni  ‘70 e i primi anni ’80 del secolo scorso, almeno nei paesi a capitalismo avanzato, alla continua innovazione tecnologica ha fatto sempre riscontro una più o meno sostanziosa riduzione della giornata lavorativa. In Italia, per esempio, prima dell’erompere della crisi, in molti settori industriali essa era mediamente pari a 6 ore giornaliere per un totale di 36 ore settimanali.

 

Ma, a partire dalla seconda metà degli anni ‘80 del secolo scorso benché, grazie alle nuove tecnologie, la produttività del lavoro sia cresciuta in poco più di un decennio di oltre il 100 per cento, la tendenza si è prima arrestata e poi del tutto invertita. E’ accaduto che con la crescente automazione del sistema delle macchine si è giunti in molti settori produttivi, e soprattutto nella grande industria, ben presto a un punto oltre il quale è risultato fisicamente impossibile spingere l’intensificazione del tempo lavoro. Infatti, mentre con la vecchia organizzazione del lavoro basata sulla trasferta rigida (catena di montaggio), era il lavoratore a dover armonizzare i suoi movimenti con quelli standardizzati e rigidi della catena, con la nuova, basata sul World Class Manifacturing (WCM), è stato possibile armonizzare i movimenti delle macchine con la migliore postura ergonomica del corpo umano.  In tal modo il lavoratore si stanca meno e, non dovendo compiere movimenti in conflitto con la struttura del suo scheletro, non spreca neppure un secondo del suo tempo di lavoro.

 

Nella Fiat, per esempio, con il passaggio dalla vecchia trasferta rigida al moderno World Class manufacturing “…Solo sul posizionamento di quattro bulloni e una guarnizione << è stato recuperato -ndr>> il 6% del tempo. Di conseguenza su una giornata lavorativa di 420 minuti, escluse le tre pause da dieci minuti e prima della mensa a fine turno, (La Fiat – ndr) recupera circa 25 minuti e ciò a parità di stipendio e/o riduzione della giornata lavorativa”.[12] In altre parole, quella che Marx chiama la porosità del tempo di lavoro è stata completamente saturata per cui, in un medesimo tempo di lavoro, un lavoratore cede il 6% della sua forza- lavoro in più.

 

Di fronte a una tale miracolo della tecnica, alcuni economisti sono arrivati a immaginare perfino un mondo senza conflitto fra capitale e lavoro, grazie all’imminente scomparsa dei lavoratori, tutti sostituiti dalle macchine. Nel frattempo, però, le fabbriche si spostavano in giro per il mondo, e in particolar modo in Cina alla ricerca di forza-lavoro a basso costo. E, come nei primi decenni a cavallo fra il XVIII e il XIX secolo, la durata della giornata lavorativa anziché, come sarebbe stato logico attendersi grazie alla maggiore produttività del lavoro dovuta all’impiego di macchine sempre più perfezionate, ha ripreso a crescere.

 

In Cina, un’inchiesta condotta nel gennaio 2012 dal New York Times, accertò che in molte fabbriche, fra cui la famigerata Foxconn, che tuttora produce componenti e apparecchiature elettroniche per conto delle grandi multinazionali statunitensi ed europee del settore, si praticavano turni del personale di 24 ore per sei giorni su sette, suddivisi su due turni di 12 ore, per un totale di 72 ore settimanali, salvo eventuali straordinari non retribuiti.

 

A questo punto alcuni operai, non riuscendo a mantenere i ritmi di lavoro imposti dall’attuale sistema delle macchine per un periodo di tempo così lungo, pur di evitare le sanzioni previste in caso di ritardi della linea di produzione, preferirono togliersi la vita. Il primo fu il diciannovenne Li Hai, che solo dopo poco più di un mese dalla sua assunzione preferì gettarsi dal tetto di uno dei capannoni della fabbrica. In un primo momento la direzione minimizzò l’accaduto insinuando che fosse la conseguenza di una “delusione d’amore”. Ma dopo che nel volgere di pochi giorni altri 13 lavoratori si tolsero la vita, fu talmente evidente che si trattava di morti per troppo lavoro che la direzione fece allestire apposite reti anti- caduta e acconsentì a inserire nel contratto della commessa con il suo maggior cliente, la Apple, preoccupata per la perdita della sua immagine commerciale, alcune clausole che prevedevano una giornata lavorativa più corta (max 10 ore giornaliere) e limiti ad alcune delle forme più estreme di sfruttamento (straordinario non retribuito, meno pause di quelle previste ecc.).

 

Al di là del fatto di cronaca, è importante rilevare che mentre nell’epoca della macchina a vapore l’incompatibilità fra l’ulteriore prolungamento della giornata lavorativa e l’intensificazione del lavoro si è manifestata al raggiungimento delle 16 ore e dopo circa 50 anni di continui perfezionamenti tecnici, in quella della microelettronica è stato sufficiente poco più di un decennio di innovazioni e una giornata lavorativa di 12 ore perché si raggiungesse il limite oltre il quale l’intensificazione del lavoro e il prolungamento della giornata lavorativa risultassero inconciliabili. Un limite che al momento, date le attuali tecnologie, appare insuperabile, né se ne intravedono di nuove all’orizzonte che possano infrangerlo per cui al capitale non resta altro, per accrescere il plusvalore estorto alla forza-lavoro, che ridurre sempre più il salario. Insomma: più robot e meno salario.

 

Alla luce di queste considerazioni appare evidente che la risposta alla domanda di Piketty, come da noi riformulata, non può che essere affermativa. Non fosse altro perché è la borghesia che non può in alcun modo desistere dall’attaccare in permanenza le condizioni di vita e di lavoro del proletariato, come peraltro sta già accadendo. In Italia, per esempio, come ha ampiamente dimostrato Mario Pianta nel suo libro Nove su Dieci, negli ultimi due decenni i salari reali sono diminuiti mediamente dello 0,1% l’anno.[13] Per non dire dei tagli al Welfare State e al salario indiretto e in particolar modo al sistema pensionistico che, riforma dopo riforma, è stato trasformato in una sorta di lotteria con una chimera come posta in palio.

 

 

 

Le prospettive del conflitto di classe nell’epoca del lavoratore libero

 

Se si pensa, invece, che per circa un secolo, grazie all’incremento della produttività del lavoro, dovuto ai continui perfezionamenti del sistema delle macchine, è accaduto esattamente il contrario, si ha la misura di quanto siano profondamente mutati i termini del conflitto sociale e specificatamente il rapporto fra capitale e lavoro.

 

Riassumendo, grazie alla nuova organizzazione e divisione internazionale del lavoro:

 

Sono state rimosse alcune delle condizioni materiali che in passato hanno favorito l’unione dei lavoratori in organizzazioni che, ponendo un freno alla concorrenza fra i lavoratori stessi, hanno consentito di opporre una più efficace resistenza agli attacchi del capitale, in difesa del salario.

 

E ciò proprio quando la borghesia non ha altro modo per perpetuare il suo dominio che attaccare  quotidianamente il salario. Di conseguenza  il lavoratore è costretto, nella sua quotidiana ricerca di un compratore del suo tempo a gettarsi sul mercato, sempre più libero e sempre più isolato e assediato dalla concorrenza degli altri lavoratori.

 

Si potrebbe concludere - e taluni lo fanno - che per lui, non c’è via d’uscita; che il suo destino sia lo sprofondamento nella più totale barbarie da cui potrà salvarlo solo una qualche palingenesi dell’intera umanità ispirata da non si sa bene quale spirito o forza occulta della storia.

 

D’altra parte, un proletariato come quello odierno che non è in grado neppure di difendere il suo sempre più misero salario, come potrebbe – per dirla con Marx - intraprendere un qualsiasi movimento più grande [14], quale quello per la sua salvezza che per lui consiste unicamente nella definitiva liberazione dalla schiavitù del lavoro salariato?

 

Intanto, vi è da rilevare che se finora tutti i mutamenti indotti dalle nuove tecnologie si sono risolti a favore della borghesia, sull’altro piatto della bilancia comincia a pesare sempre più  quella sua impossibilità di introdurre ulteriori perfezionamenti nel sistema delle macchine senza che parallelamente vi corrisponda un’ulteriore contrazione del salario medio. La conseguenza è sì l’impoverimento dei lavoratori, ma anche  la contrazione strutturale della domanda aggregata. Meno domanda, meno consumi, minore produzione di merci e più disoccupazione: un circolo vizioso che aggiunge crisi a crisi.

 

Poi, è vero- come mette ottimamente in luce L. Gallino – che “ Il lavoro tende a diventare un tempo senza confini e, al contempo, un non-luogo[15].  Di contro è pur vero che per la stragrande maggioranza dei proletari moderni (la parte bassa della clessidra), poiché sotto ogni cielo e a ogni latitudine, il lavoro consiste nell’erogazione di pura e semplice forza- lavoro, tutte le vecchie divisioni basate sulla diversa qualificazione delle mansioni da svolgere, sulla tipologia del settore lavorativo in cui più o meno regolarmente sono impiegati, sono in via di superamento. Per cui per loro il luogo dell’incontro, dello stare insieme, della condivisione della comune condizione di sfruttati, è sempre più ovunque essi si rechino, dallo sportello dell’ufficio di collocamento all’agenzia che lo affitta, dal tram alla piazza. Ovunque si rechino incontrano altri proletari che come loro vendono la stessa merce e della medesima qualità: il loro tempo. Che non sanno se quel giorno il loro cellulare squillerà e se, anche solo per qualche ora, lavoreranno. Il lavoro è sempre più un non luogo e un tempo senza confini, ma proprio perciò, venendo cioè meno qualsiasi soluzione di continuità fra posto di lavoro e territorio, fra tempo di lavoro e tempo libero, ogni luogo diventa posto di lavoro e ogni ora del giorno e della notte tempo di lavoro. Ma così il conflitto sociale diviene anche  sempre meno circoscrivibile a questo o a quello specifico contesto e quindi potenzialmente espandibile in ogni angolo del mondo e in ogni ambito sociale per trasformarsi in scontro aperto di classe contro classe, in qualsiasi momento.

 

Con ciò non si vuole sostenere, specularmente a chi che la vuole ormai come impossibile, che la rivoluzione proletaria sia ineluttabile e ineluttabile l’approdo a una società comunista.

 

Abbiamo ben presente che, come avvertono Marx ed Engels nell’incipit de Il Manifesto dei comunisti, l’esito della lotta fra le classi sociali non è scontato e che può finire “… O con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta.” [16].  Ma che la nuova rivoluzione industriale, che pure a tutt’oggi ha spostato di molto l’ago della bilancia a favore della borghesia, ha nel contempo creato, almeno in prospettiva, nuovi e più favorevoli presupposti per lo sviluppo di un movimento proletario che non si limiti all’impossibile  raggiungimento di un qualche pur temporaneo miglioramento della sua condizione economica ma punti alla definitiva soppressione del sistema del lavoro salariato.

 

Altresì che oggi più che mai,  data la dispersione spazio-temporale dei moderni proletari, senza il  partito comunista - articolato su tutto il territorio e in tutti gli ambiti della società, su scala nazionale e  internazionale-  non potrà esservi costituzione dei lavoratori liberi in classe cosciente che la sua lotta è ormai lotta per la vita contro  la borghesia che la vuole sempre più una volgare  merce e di sempre minor valore.



 

[1] La Fed lascia i tassi invariati. Ridotti gli acquisti di bond. http://www.repubblica.it/economia/2014/09/17/news/la_fed_lascia_i_tassi_invariati-96014144

 

[2] T. Piketty – Il Capitale nel XXI secolo –pag. 68 – ed. Bompiani.

 

[3] L. Gallino – Vite rinviate – Lo scandalo del lavoro precario – Editori Laterza - La Repubblica – 2014 – pag. 33-34

 

[4] R. Luna – Il Gap che dobbiamo colmare – La repubblica del 10/11/2014.

 

[5] L. Gallino – op. cit. pag. 21

 

[6] K. Marx – Lavoro Salariato e Capitale – Ed. Riuniti . pag. 20

 

[7] Adriano Bonafede –- Le parole chiave del lavoro: Tempo indeterminato- in: Vite Rinviate -op. cit. pag. 129.

 

[8] L. Gallino –op. cit. pag. 57

 

[9] K. Marx - op. cit. pag. 48.

 

[10] L. Gallino - op. cit. pag. 36 – 37 – 38.

 

[11] Per ulteriori approfondimenti vedi:  La legge della caduta tendenziale del saggio del profitto in : La crisi del capitalismo -  Il crollo di Wall Street – Ed. Istituto O. Damen - AA.VV. http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla/sullacrisi/162-cadutasaggio.

 

[12] A. Noviello/ G. Paolucci  - La falsa modernità di Marchionne e l’attualità di K. Marx http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla/economialavorosindacato/168-falsomarchionne.

 

[13] M. Pianta – Nove su Dieci . Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa . Ed Laterza.

 

[14] K. Marx – Salario, Prezzo e Profitto – Ed Riuniti – pag. 112.

 

[15] L. Gallino- op. cit. pag. 38.

 

[16] K. Marx e F. Engels – Manifesto del Partito comunista – pag. 100 – Ed. Einaudi, 1970.