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Criticità e paradossi di un contesto imperialistico in crescente fibrillazione

Categoria: Internazionale
Creato: 27 Agosto 2018 Ultima modifica: 27 Agosto 2018
Scritto da Gianfranco Greco Visite: 225

troia cavalloLa particolarità della fase che stiamo vivendo riguarda, in particolar modo, il “campo minato” dell’approvvigionamento energetico laddove la Germania sta portando avanti insieme alla Russia il progetto del gasdotto “North Stream 2” che dovrebbe garantire, a partire dal 2019, circa 2.020 miliardi di metri cubi di gas russo alla Germania e da questa all’ Europa.

Svolgere una panoramica ad ampio spettro sulle criticità che insistono sull’attuale situazione a livello internazionale, traendone – per evidenziarle – quelle maggiormente significative, può rappresentare operazione un tantino complessa tenuto conto dell’elevato livello di fibrillazione che pervade quasi ogni angolo del mondo nonché il grado  di interconnessione che lega tra di loro in un’unica rete i singoli contesti.

Tuttavia l’esigenza di sintetizzare al massimo ci porta a dover privilegiare alcuni temi che  – quanto meno per la  loro pregnanza nonché per la rapidità con cui si accompagnano –  simboleggiano al meglio il “nuovo disordine” mondiale.

Crisi economica

Fantasiosi annunci di ripresa economica si accavallano a ritmo quotidiano  giocando disinvoltamente su dati che vengono volutamente enfatizzati nel mentre si sottace sulle linee di tendenza dell’attuale fase economica, il che dovrebbe, al contrario, indurre ad una maggiore avvedutezza sul contesto globale.

Si esalta, in tal senso,da parte di indefessi plaudenti, la straordinaria ripresa economica americana con la Borsa che viaggia su livelli record, con la disoccupazione che – a loro detta – è scesa al minimo storico del 4%, con lo straordinario rialzo di cinque punti (dati riferentisi al 2016) che ha riguardato i valori immobiliari.

Ma è tutto oro quel che riluce? Mica tanto. Grattando sotto la superficie vien fuori una realtà un tantino diversa che ci dice come il rialzo “monstre” dei valori immobiliari sia ascrivibile, in cospicua misura, al ritorno dei famigerati mutui “subprime”. Ci dice pure come le grandi banche continuino a folleggiare riempiendo la propria “cambusa” di titoli ad alto rischio nel mentre continuano ad implementarsi a ritmo vertiginoso le operazioni finanziarie.

Fenomeno quest’ultimo che interessa, nella sua interezza, il moderno imperialismo, tutto preso nell’appropriazione parassitaria del plus-valore prodotto su scala mondiale e, conseguentemente, ci mostra come il processo di remunerazione dei capitali oramai  avvenga sempre più attraverso la leva finanziaria.

 Manifestazione più che evidente delle contraddizioni globali e insolubili di un capitalismo che sta attraversando una fase di declino avanzato, tutto interno ad una crisi che per la sua origine, natura, dimensione e dinamica non può più essere considerata come una crisi congiunturale e tenendo conto della quale non si trovava di meglio che tenere adeguatamente nascosta la circostanza che la ripresa era stata prevalentemente l’effetto delle politiche espansive per quel che concerne il versante monetario. Era stata l’azione prodotta  dal “quantitative easing” , che aveva interessato le principali economie, ad evitare o a  procrastinare gli effetti di un incubo chiamato “stagnazione secolare”. Ci si chiede, ovviamente, quale situazione andrà a delinearsi allorquando verrà avviata la normalizzazione delle politiche monetarie, con seri dubbi che il meccanismo “virtuoso” del QE possa nel breve avere termine.

E’ proprio la percezione di tutto questo, il rimestamento che ne consegue per via dello sfarinamento di certezze ritenute consolidate, a dettare nei vari attori internazionali, in feroce competizione tra di loro, comportamenti spregiudicati, contraddittori, scomposti, in sintesi ad assumere posture sempre  più muscolari nell’intento di salvaguardare le proprie posizioni ed, al contempo, di sferrare attacchi sempre più duri e diretti contro i propri avversari.

E’ all’interno di questa sistematica del caos, di questa logica, dettata – occorre ripeterlo – dalle contraddizioni che accompagnano una crisi sempre più acuta, che si possono meglio definire i contorni di tali criticità che altrimenti sfuggirebbero alla nostra comprensione.

Perché, ad esempio, l’America denuncia un trattato - quello nucleare -  firmato qualche anno addietro dall’ex presidente Obama con l’Iran? Esiste qualche nesso tra questa giravolta e la percezione sempre più avvertita che un ciclo economico stia raggiungendo un certo picco espansivo e si stia tramutando in recessione?

Alberto Negri sulle pagine de Il Manifesto fa notare come  questo voltafaccia di Trump  possa accompagnarsi “ come scrive il Financial Times a nuove e probabili sanzioni Usa con cui verrà colpita l’industria energetica iraniana, quarto Paese al mondo per produzione di petrolio ed al secondo posto per le riserve di gas. A regime i giacimenti iraniani di South Pars avrebbero una produzione sufficiente a garantire i consumi annuali europei. Questo gas , nei piani Usa e dei loro alleati, non deve arrivare sulle coste del Mediterraneo.”[1]

Tuttavia la cifra stilistica che caratterizza maggiormente la politica di Trump è l’introduzione dei dazi che, se risponde in certa misura all’esigenza di onorare talune cambiali firmate in sede di campagna elettorale, presta al contempo il fianco ad una inevitabile conseguenza laddove le imprese multinazionali statunitensi è da tempo che portano avanti un processo di decentramento produttivo tradottosi in un vero e proprio processo di deindustrializzazione che ha colpito in particolar modo la cosiddetta “rustbelt” (gli Stati che fanno parte della “fascia della ruggine”). Se si esaminano più nel dettaglio le ricadute del trasferimento all’estero di gran parte delle produzioni non si può non pervenire alla conclusione efficacemente sintetizzata da Tonino Perna secondo cui: “ Se per via dei dazi aumenta il costo dei beni prodotti all’estero, le multinazionali non faranno altro che trasferire sui consumatori americani il maggior costo, andando a colpire il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti e quindi anche quella parte della classe operaia nordamericana che ha votato per Trump. Allo stesso modo si vedranno colpite quelle imprese, come la Harley Davidson, che esportano nel resto del mondo e che penseranno bene di trasferire all’estero una parte della loro produzione.”[2]

Paradossi dei nostri tempi, verrebbe da dire.

A rendere ancor più pericoloso il contesto vi è la sensazione/previsione avanzata di recente dal Lowry Institute australiano che sul “Power Asia Index” porta avanti una lettura secondo cui è in corso una riconquista asiatica da parte della Cina da cui discende che l’attuale posizione predominante degli Stati uniti è destinata, nel tempo, a venir meno.

A rincarare la dose ci pensa Ian Bremmer - politologo americano, fondatore di Eurasia Group – che, a proposito del recente summit G7 in Canada trova modo,  oltre a definirla come una liturgia del tutto insignificante e ininfluente, di stigmatizzare la pericolosa posizione degli Stati uniti, votati, secondo lui, ad un unilateralismo che in prospettiva potrebbe ritorcersi contro a tutto vantaggio del principale competitore, la Cina, che potrebbe soppiantarli negli accordi commerciali, negli appalti, nel business globale.

Torniamo dunque alla sistematica del caos o del nuovo disordine mondiale. Lo si potrebbe definire più semplicemente “dialogo tra sordi” poiché, quasi in contemporanea con lo svolgersi del G7 canadese, Cina e Russia tenevano un altro vertice, a Qingdao in Cina, dei paesi aderenti alla “Organizzazione per la cooperazione di Shanghai” (Sco) in cui venivano messi a punto progetti attinenti ad una maggiore integrazione per la “Nuova Via della Seta”. Da rimarcare come la Banca di sviluppo cinese è impegnata a fornire alla Veb Bank russa una linea di credito di 10 miliardi di dollari.

Ma non è tutto oro quel che riluce se, in contemporanea, trovano espressione, sempre nella Cina medesima, dinamiche che vanno in controtendenza se assumiamo come termine di riferimento il superattivismo del Celeste impero. Dati assai negativi riguardano, ad esempio, un settore non da poco come quello della cantieristica, il quale, per via della crisi economica, ha subito un notevole ridimensionamento, ascrivibile per via diretta al calo drastico dei traffici globali che si è palesato in particolar modo in un dimezzamento delle attività portuali in  centri nodali dell’economia cinese quali i porti di Hong Kong, di Singapore e di Shanghai.

Il nemico principale è l’Europa

Ancor più chiaro il Donald a stelle e strisce non poteva essere: “Europa delenda est”. Per parafrasi,  è questo il senso racchiuso in una intervista rilasciata alla CBS in cui sostiene come l’Unione europea rappresenti, per gli Stati uniti, un nemico, ancor più di Cina e Russia.Mettere a fuoco I motivi che hanno potuto indurre  il presidente americano ossia un alleato storico dell’Europa occidentale ad una denuncia così netta rappresenta una premessa essenziale anche se ad un più attento tirar delle somme nel caso in questione un rapporto di alleanza paritaria tra le due sponde dell’Atlantico non si è mai avuto intanto che preminente è stato un rapporto di puro vassallaggio governato attraverso l’opzione militare, il signoraggio del dollaro e attraverso istituzioni quali il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, la Nato.

Sta nella logica delle cose che un “primus super pares” non abbia a cuore alcunché che abbia a che fare con fenomeni di autonomia, di affrancazione da parte degli alleati/sudditi ed è proprio in quest’ottica che vanno a situarsi delle dichiarazioni che apparentemente potrebbero apparire inusuali. Gli Stati uniti – è tutt’altro che un mistero – non hanno mai digerito la nascita dell’Euro così come non hanno mai voluto un’Europa unita ossia una coalizione a forte impatto economico. Per di più si sono sempre attivati per impedire che a questo processo integrativo potesse aderire, seppure sotto forma di partenariato, la Russia. Anzi, la loro strategia si è espressa in una pressione volta a favorire l’entrata nella UE degli ex paesi del blocco sovietico, il che ha consentito, da un lato, che il peso specifico dell’Unione europea, a causa delle notevoli problematiche con cui si accompagnavano gli ex satelliti di Mosca, venisse ridimensionato e permesso, dall’altro, un allargamento ad Est della Nato, organizzazione nella quale Polonia, Repubblica ceca, Ungheria, Romania ed altri paesi sono entrati a far parte ancor prima di avanzare formale richiesta di adesione alla UE.

Sovviene a tal punto l’immagine del cavallo di Troia. Solo che nel caso europeo i cavalli sono più di uno e trovano aderente esemplificazione nel famigerato “Gruppo di Visegrad”.

Ma per tornare agli accadimenti odierni, la presa di posizione trumpiana al di là dell’aspetto apparentemente caricaturale esprime sostanzialmente la consapevolezza che l’Asia sta diventando sempre più il cuore del sistema e da qui discende la preoccupazione per l’inarrestabile processo di  corrosione della propria leadership ed alla quale, per contrappeso,  va a corrispondere un decisionismo senza vincolo alcuno e, soprattutto, ad ampio spettro. Si tratti di Cina, Messico, Russia, Canada, Germania, è del tutto irrilevante.

Tuttavia il fuoco di sbarramento è incentrato particolarmente sull’Unione europea -  blocco di una certa importanza, forte dei suoi 500 milioni di abitanti –  anche se lo scopo precipuo è quello di spezzare la Germania nell’intento, così procedendo, di decapitare l’Unione europea. I motivi o, per meglio dire, il contenzioso è attinente a vari contesti in cui l’insofferenza di Berlino ha assunto le fattezze di vera e propria contrapposizione.

La politica dei dazi contro l’UE è sostanzialmente rivolta contro la Germania e contro il suo enorme attivo commerciale accumulato, da anni, nei confronti del resto del mondo. Mutuando logiche che appartengono a particolari contesti la politica dei dazi ha molti punti di contatto col “pizzo” da riscuotere sui surplus commerciali di quei paesi che hanno strutture produttive orientate verso l’esportazione, come la Cina, il Giappone e, per l’appunto, la Germania.

L’esito di questa politica non è facilmente prevedibile. Son forti però i timori paventati negli stessi Stati uniti che un rallentamento del commercio mondiale possa tradursi in un brusco arresto dell’attività economica con conseguenze inevitabili sull’occupazione, soprattutto per quel che attiene un settore come quello siderurgico occupando l’acciaio, negli USA, circa 80.000 addetti mentre ne occupano 900.000 le 30.000 imprese che utilizzano prodotti di acciaio importato. Potrebbe, in sintesi, far capolino lo spettro che la politica dei dazi porti con sé costi ben superiori ai vantaggi sperati.

La particolarità della fase che stiamo vivendo riguarda, in particolar modo, il “campo minato” dell’approvvigionamento energetico laddove la Germania sta portando avanti insieme alla Russia il progetto del gasdotto “North Stream 2” che dovrebbe garantire, a partire dal 2019, circa 2.020 miliardi di metri cubi di gas russo alla Germania e da questa all’ Europa.

Il progetto è, per ragioni di bottega, avversato dagli USA che hanno il problema di dover piazzare  il loro “frack gas” che possiede l’indiscussa qualità (!) di costare il 25% in più di quello russo. Bazzecole, si dirà. Tuttavia non per il segretario di stato americano, Mike Pompeo, che ha perentoriamente affermato che l’UE/Germania devono rendersi autonomi dal gas russo.

Un variegato ventaglio di frizioni, a ben vedere, probabilmente destinato ad intensificarsi  se soltanto concentriamo, sinteticamente, la nostra attenzione su temi caldi USA/UE che spaziano dal dirottamento di risorse pubbliche verso un riarmo caldeggiato dalla Nato ad una politica di esplicito incoraggiamento di un processo di destabilizzazione/disgregazione (vedi Brexit o gruppo di Visegrad) dell’Europa dei 27, dalla proposta rivolta a Bruxelles di dirottare in Europa i cereali e la soia che la Cina ha inserito nel proprio elenco di contro-sanzioni verso l’America, alla pretesa di bilanciare gli scambi commerciali attraverso l’acquisizione soprattutto di energia (vedi gas liquido) dagli Stati uniti, penalizzando in tal modo diretti concorrenti quali la Russia o i paesi del Medio Oriente.

Cronache dal medio oriente

Il cosiddetto “pianeta stretto” – definito così il titolo di un libro di Massimo Livi Bacci – destinato a caratterizzarsi sempre più per l’accentuazione delle diseguaglianze economiche, demografiche, ambientali ma soprattutto per le contrapposizioni di natura eminentemente geopolitica, trova nel Medio Oriente la propria più esaustiva rappresentazione. Teatro di dispute ultradecennali, tra gli attori di sempre, sembra attraversato oggigiorno da un prorompente appesantimento delle problematiche che più le sono proprie nonché dalla la violenta rapidità con la quale esse tendono a manifestarsi.

Iran, Iraq, Siria, Libia, Yemen, Israele/Palestinesi: nomi che assurgono a grani di un interminabile rosario e che si accompagnano disinvoltamente con altri termini quali guerre a “bassa intensità”, guerre asimmetriche, guerre per procura. Dietro a tutto questo delirio le consuete piacevolezze propinate da un capitalismo dai tratti sempre più criminali con tanto di coinvolgimento di grandi potenze e potenze regionali,  grandi  interessi economici in ballo ed uno per tutti: il controllo delle risorse energetiche e delle rotte commerciali. Come facilmente si evince la trattazione dell’intero contesto  potrebbe allargarsi a dismisura ma riteniamo, per venir incontro a esigenze di sintesi ma anche per la valenza dell’insieme oggetto di indagine, che l’attuale vicenda siriana abbia un notevole valore esemplare, acclarato a sufficienza come costituisca un vortice nel quale vengono risucchiate sia priorità cogenti quanto istanze geostrategiche a medio e lungo termine.

Una partita, quella attuale, giocata da più attori ma riconducibile, in massima parte, alle frizioni che vanno sempre più caratterizzando i rapporti tra le cosiddette “potenze globali”, gestiti in gran parte avvalendosi dello schermo di potenze regionali che rispondono principalmente ai nomi di Turchia, Iran e Arabia Saudita.

Interessi e strategie che collidono tra di loro com’è nella natura di rapporti eminentemente imperialistici ed in cui lo snodo principale è rappresentato dal ritiro degli Stati Uniti  dall’accordo sul nucleare (JCPOA) sancito  a Vienna nel 2015 a cui si accompagna la reintroduzione  di nuove sanzioni statunitensi all’Iran.

Per afferrarne meglio il senso forse è assai istruttiva la dichiarazione del ministro israeliano dell’intelligence Yisrael Katz secondo cui: ”Se l’Iran accetta le richieste americane, bene. Se queste misure porteranno al fallimento e alla caduta del regime, ancora meglio.”[3] Incidentalmente viene  pure ribadito come le sanzioni americane, destinate a strangolare la Repubblica islamica, debbano essere rispettate da tutti gli alleati, in particolar modo dagli alleati europei.  Una postura da nerboruti che mira innanzitutto, attraverso una strategia della “massima pressione”, ad un cambio di regime dalle parti di Teheran ma anche alla più che esplicita riaffermazione del primato americano nel mondo, mettendo risolutamente all’angolo i convinti patrocinatori di un novello  multipolarismo. Dopo aver doverosamente fatto emergere come – a fronte dello schiamazzo ininterrotto sul riarmo atomico della Repubblica islamica – si passa molto disinvoltamente sul dato di fatto che “ ad avviare il programma atomico iraniano che oggi vorrebbero annientare per sempre furono proprio gli Stati Uniti, dagli anni Cinquanta fin quasi alla fuga dell’ultimo scià.”[4]

A ciò si aggiunga la circostanza che a destare una montante preoccupazione per prima nei paesi del Golfo o nella stessa Giordania, con conseguente coinvolgimento degli Stati Uniti, è il cosiddetto “crescente sciita” ossia una raffigurazione, in auge soprattutto tra le petromonarchie, in virtù della quale la Repubblica islamica ambirebbe a diventare la principale potenza della regione andando a delineare, in tal modo, un asse egemonico che parte dal Levante per abbracciare le repubbliche del Centro Asia lungo la direttrice Beirut – Herat passando per Damasco e Bagdad. A questo quadro di per sé assai problematico va ad aggiungersi il ritorno della Russia sulla scena mediorientale – basti tener conto dell’alleanza russo-iraniana in Siria - ma soprattutto la presenza sempre meno discreta della Cina, sul medesimo proscenio, non fosse altro per il fatto che una strategia come quella delle “vie della seta” non può di certo prescindere dalle risorse energetiche garantite dal regime degli ayatollah.

E qui si innesta un altro dato che manda in fibrillazione l’intero assetto del quadro – almeno quello che aveva resistito fino ad ora –che vedeva una Repubblica islamica stretta tra due paesi controllori, su esplicita procura di Washington: l’Arabia saudita e la Turchia, con quest’ultima che fin dall’istituzione della Nato ha rappresentato uno strategico antemurale in funzione antirussa mentre adesso - aspetto paradossale dell’attuale vicenda – è in rotta con Washington per via delle recenti sanzioni che vanno ad assommarsi a precedenti contenziosi che avevano ed hanno tuttora a che fare sia col gasdotto “TurkishStream”  che con l’acquisto, da parte di Ankara, dei missili russi S-400 e sia, ancora, per la restrizione dei crediti da parte delle istituzioni internazionali nei confronti di Iran e Turchia con la ineludibile conseguenza che la lira turca così come il rial iraniano sono ai minimi storici nei confronti del dollaro.

Va tuttavia rilevato come l’entrata in vigore delle sanzioni all’Iran non poteva essere accettato pedissequamente da realtà che hanno interessi che divergono totalmente dalle strategie americane per cui, alzandosi l’asticella dello scontro,  non desta sorpresa alcuna, ad esempio, che: “ Bruxelles ha invitato le compagnie europee a continuare a fare affari con l’Iran, paese che alla voglia di aprirsi al mondo aggiunge un mercato enorme e succulento per gli imprenditori nostrani.”[5] Concetto riaffermato con maggior decisione da Federica Mogherini, in qualità di rappresentante UE agli affari esteri, che esplicita:” Siamo determinati a proteggere gli operatori economici europei nel business legittimo con l’Iran ed, in tal senso, incoraggiamo le piccole e medie imprese ad incrementare il business con l’Iran. Non solo: chi si ritirerà per paura delle sanzioni USA, dovrà chiedere il permesso alla Commissione europea. In ballo ci sono contratti già firmati da miliardi di dollari, nelle costruzioni, il turismo, le infrastrutture, il mercato automobilistico.”[6]

Sarà pura causalità ma la “strategia della massima pressione” attuata dagli USA ha come destinatari i tre paesi che maggiormente sono coinvolti in Siria e cioè: Russia, Turchia ed Iran e per una ragione abbastanza semplice: la strategia americana, in Siria, è stata semplicemente fallimentare nella misura in cui ha fatto affidamento su attori dimostratisi tutt’altro che affidabili. Recuperare il terreno perduto in Siria potrebbe dimostrarsi assai complesso e proprio la percezione di questa notevole difficoltà potrebbe ancor di più esasperare il decisionismo, l’aggressività a stelle e strisce in una sorta di scontro che, considerata la molteplicità degli interessi in campo da quelli russi a quelli cinesi, per non sottacere di quelli europei, si staglierebbe chiaramente  come uno scontro risolutivo tra gli Stati Uniti ed il continente geostrategico per antonomasia: l’Eurasia.

[1] A. Negri: L’escalation dell’asse Usa-Israele coinvolge l’Europa – Il Manifesto 9 maggio 2018

[2] T. Perna: Harley Davidson, simbolo del nuovo incubo americano – Il Manifesto 27 giugno 2018

[3] A. Negri: Iran, Russia, Turchia: il triangolo di Trump. Le sanzioni, conto salato per l’Europa. – Il Manifesto 7 agosto 2018

[4] Editoriale “La testa del serpente” – Limes 7/2018

[5] C. Cruciati: Tornano le sanzioni USA all’Iran, l’Europa fa scudo – Il Manifesto 8 agosto 2018

[6] idem

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