Lettera n. 2

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Creato: 08 Ottobre 2013 Ultima modifica: 03 Ottobre 2016
Scritto da Giorgio Paolucci Visite: 1707

Compagni,

 

poiché, come vi avevo preannunciato e per le ragioni che ben conoscete, non parteciperò alla prossima riunione del Ce mi pare doveroso puntualizzare, seppure in estrema sintesi, il mio punto di vista sulla crisi interna che stiamo vivendo.

 

Per prima cosa mi preme sottolineare che non condivido per nulla l’idea che mi è sembrata di cogliere negli interventi di qualche compagno, che essa sarebbe soprattutto la conseguenza di contrasti personali. Questi ci saranno pure, ma solo come conseguenza del dissenso politico che è emerso in questi ultimi anni.

 

Già più volte in passato ho espresso per iscritto e verbalmente il timore che si fosse innescata una  pericolosa deriva politica e nel corso della riunione del Ce, tenutasi lo scorso ottobre a Napoli, segnalai anche quali erano i punti su cui stavano emergendo nel partito significative differenziazioni.

 

Dagli articoli scritti da alcuni compagni come da alcuni documenti da loro redatti, emergeva, infatti, che non vi era più una sufficiente omogeneità di analisi su almeno tre questioni fondamentali:

  1. La concezione del Partito e il rapporto partito/classe;
  2. La questione delle guerre di liberazione nazionali;
  3. La legge della caduta tendenziale del saggio medio del profitto.

Benché da me e da Lorenzo non condivisa, la diagnosi degli altri compagni del Ce fu che non si trattava di una deriva politica, ma di una deriva semantica che poteva essere arrestata prestando una maggiore attenzione e cura al linguaggio usato per evitare che insorgessero ulteriori fraintendimenti.

 

A un anno di distanza mi sembra che, soprattutto per quel che riguarda il primo punto, quel timore è risultato ampiamente giustificato: si trattava di una vera e propria deriva politica.

 

Sia dal documento presentato dal compagno Loto lo scorso maggio sulla questione della “Rete Territoriale e Operaia” sia dall’appello del compagno Mirko, che il compagno Loto non ha solo approvato, ma – come ho già avuto modo di segnalare- ha anche ispirato, nonché dalla sua critica alla parola d’ordine “Per una nuova scuola” e tante altre sue affermazioni, si evince con estrema chiarezza che egli è ormai approdato a posizioni movimentiste secondo cui il partito nasce per partenogenesi dalla lotta economica cioè dalla PRATICA; di conseguenza l’intervento del partito nella classe non può che consistere nel suscitare la nascita di organismi di autogestione delle lotte e non nella costruzione degli organi propri del partito stesso (gruppi di fabbrica e territoriali). Non è una divergenza di poco conto poiché se il partito è il prodotto della spontaneità di classe e non  conditio sine qua non affinché il processo di produzione di una coscienza autenticamente comunista e rivoluzionaria possa prodursi, siamo al completo rovesciamento della concezione leninista del Partito su cui si fonda la nostra piattaforma politica.

 

Dalla discussione è emerso, inoltre, che il compagno Loto è portatore anche di una particolare concezione del centralismo democratico. Secondo quanto da lui sostenuto, ogni militante di base può assumere iniziative politiche, anche di valenza generale quali appunto quella dell’appello per la costituzione della “Rete Operaia e Territoriale” e quello per la costituzione di una “Lega Studentesca” senza prima, nei modi e nei termini previsti sia dallo Statuto definitivo sia da quello transitorio, averle sottoposte alla discussione interna e all’approvazione da parte degli organi a ciò preposti, salvo il diritto di quest’ultimi a revocare post factum l’iniziativa  eventualmente non condivisa.

 

Si potrebbe pensare che questo punto di vista  sia conseguenza dell’ignoranza delle regole del centralismo democratico, ma in realtà è coerente con l’impostazione che intende il partito come puro sottoprodotto della lotta economica o, se si vuole, della PRATICA, del MOVIMENTO.

 

A confermare che siamo in presenza di una vera e propria  deriva politica vi è il fatto che anche non pochi elementi della sezione di Parma hanno un orientamento simile e alcuni fatti lo confermano:

 

a) alcuni compagni della sezione di Parma hanno dichiarato di aver partecipato alle ronde antifasciste organizzate da gruppi vicini all’autonomia operaia;

 

b) il modo come i compagni di questa sezione hanno deciso di chiudere la sede senza previa consultazione con il Ce;

 

c) i feroci e ripetuti attacchi al comitato di redazione per non aver dato sufficiente importanza alla veste grafica di Bc e aver privilegiato la pubblicazione di articoli di analisi della situazione generale piuttosto che di agitazione di lotte peraltro inesistenti;

 

d) l’ultimo articolo del compagno Giacomo sulla Resistenza.

 

 

 

Per quanto riguarda il punto A, credo proprio che non sia necessario che mi soffermi essendo del tutto evidente l’inconciliabilità di questa prassi con la nostra piattaforma politica.

 

 

 

Per quanto riguarda il punto B , non può essere sottovalutato il fatto che questi compagni abbiano deciso di chiudere la sede di Parma senza tener in alcun conto che essa era l’unica idonea a ospitare riunioni a carattere nazionale e internazionale e che molto probabilmente avrebbe dovuto ospitare il prossimo congresso. Altresì che abbiano deciso di trasferirsi armi e bagagli presso un centro sociale con il rischio di essere confusi con uno dei tanti gruppi che ruotano attorno all’area della cosiddetta autonomia.

 

 

 

Per quanto riguarda il punto C, è difficile supporre che questi compagni abbiano spinto la loro polemica fino a rischiare la rottura interna, con la conseguente impossibilità di garantire l’uscita di Bc e di Prometeo, per una questione esclusivamente tecnica. Il fatto che si sia preteso di imporre non solo una determinata veste grafica, ma anche il programma di impaginazione senza tener conto del sovraccarico di lavoro che ciò avrebbe comportato per quei compagni che da anni assicurano, con grandi sacrifici, l’uscita dei nostri organi di stampa, è la prova più evidente che si è trattato di una provocazione che mirava a determinare una diversa linea politica del giornale, oppure che essi attribuiscono alla vesta grafica una valenza maggiore di quella che attribuiscono al suo contenuto.

 

En passant e a titolo puramente personale, colgo l’occasione per confermare la mia indisponibilità a collaborare alla fase di impaginazione di Bc se non si provvede, come era stato stabilito in sede di Agm, a rendere utilizzabile anche per la nuova veste grafica, il programma di impaginazione precedentemente in uso ( Page Maker) poiché non ho alcuna intenzione di perdere il mio tempo nell’apprendimento di un nuovo programma ( Open office) solo per soddisfare i capricci grafici di Giacomo e Co.

 

 

 

Infine, il punto D.

 

Purtroppo compagni non concordo con il tentativo di Fabio e Celso di ridurre la questione a un semplice incidente di percorso come se si trattasse di una questione ancora una volta puramente semantica. In quest’articolo vi è formulata una valutazione politica della “Resistenza” che differisce radicalmente da quella del nostro partito che vi si è opposto considerandola giustamente un momento tutto interno allo scontro fra le potenze  imperialiste che hanno scatenato la seconda guerra mondiale. Si tratta di una valutazione che di fatto mina  sin dalle fondamenta le ragioni del nostro disfattismo. Vi cito il passaggio più significativo: “ …In realtà chi mette sullo stesso piano  “ i rossi” e i “neri” lo fa proprio richiamandosi al fatto che, in un modo o nell’altro, “ combattevano tutti per la patria”. Ed è questa menzogna che noi vogliamo respingere, perché la maggior parte dei partigiani rossi hanno combattuto nella speranza di vedere sorgere, prima o poi ….. un mondo senza classe e senza frontiere”.

 

Come ha potuto il compagno Giacomo sostenere che quei partigiani non combattevano per la Patria esattamente come “i neri”?  Ha letto i documenti dell’epoca del Pci sulla guerra di liberazione nazionale in cui venivamo accusati, appunto, di essere  nemici della patria? E come fa a dimenticare che per questa ragione i nostri compagni sono stati uccisi  proprio da quei partigiani rossi che egli tanto ammira e non dai “cuori neri”?  Ribadisco quanto già espresso nella mia precedente  lettera inviata al Ce su questa questione: la buona fede è una categoria morale che può anche assolvere qualcuno sul piano individuale, ma che è inaccettabile per una corretta valutazione critica del movimento partigiano come pienamente inserito in uno dei fronti imperialistici in lotta fra loro, nella fattispecie dei  “partigiani rossi”: l’imperialismo russo. Questo è l’elemento che conta, tutto il resto è pura retorica, peraltro offensiva della memoria di quei compagni come Acquaviva e Atti che ci rimisero la pelle o di Onorato che rischiò di essere fucilato dai partigiani rossi con l’accusa di essere stato un agente della Gestapo.  Fu salvato solo grazie all’intervento nel Cln  dell’allora prefetto di Milano Riccardo Lombardi.

 

In realtà, data la nostra storia, viene il dubbio che per qualcuno rivendicare il nostro disfattismo nella seconda guerra mondiale possa compromettere le nostre possibilità di penetrare in quell’area politica della sinistra movimentista che ha fatto dell’antifascismo in quanto tale, se non l’unica, una delle sue ragioni d’essere.

 

Compagni,

 

soprattutto in considerazione della profonda crisi che sta vivendo il capitalismo è assolutamente necessario, perché si avvii un autentico percorso di chiarimento politico, che il CE respinga senza mezzi termini sia l’appello di L. per la costituzione della Rete operaia e Territoriale sia quello di M. per la costituzione della Lega degli studenti Internazionalisti qualificando le due iniziative come obbiettivamente opportuniste e intrinsecamente in contrasto con la nostra piattaforma politica; di contro che faccia proprio il documento di critica di questa iniziativa inviato dal compagno  Mario della sezione di Napoli.

 

Visto lo spessore delle divergenze fin qui emerse, per favorire l’ulteriore processo di chiarificazione politica interna, a mio personale parere, sarebbe bene che il compagno Loto presentasse le sue dimissioni dal Ce. In ogni caso, in considerazione del fatto che il Ce è ormai giunto a scadenza ( a termini di regolamento scade il 21 gennaio 2009), ritengo anche che un’ eventuale decisione in tal senso resti affidata alla sua coscienza di onesto militante qual’è e non a decisioni di tipo burocratico.

 

Sarebbe altresì opportuno che il Ce mettesse a disposizione delle diverse sezioni tutta la corrispondenza intercorsa fra i suoi membri che abbia avuto come oggetto le divergenze che hanno portato all’attuale stato di crisi interna in modo che le sezioni possano a loro volta valutare con la necessaria conoscenza dei fatti lo stato delle cose e  il proprio parere sulla necessità o meno che il chiarimento interno abbia un più certo e condiviso ulteriore percorso. Inoltre, sarebbe bene che si avviassero le procedure per convocare la prossima Agm entro e non oltre il prossimo gennaio affinché essa possa eleggere, nei termini previsti dallo statuto, il  nuovo Ce. Date le circostanze, propongo che l’elezione del nuovo Ce abbia luogo previa approvazione di un documento che sintetizzi la posizione del partito su:

  1. Concezione e ruolo del Partito nonché del rapporto Partito/classe;
  2. La nostra analisi dell’Imperialismo ribadendo l’attualità e la validità delle nostre tesi sui paesi periferici con specifico riferimento al fatto che consideriamo l’epoca delle guerre di liberazione nazionale chiusa già da un bel pezzo e ogni guerra, al di là del suo camuffamento ideologico, un momento della più generale guerra imperialista permanente contro cui l’unica opposizione possibile è la pratica del più coerente disfattismo rivoluzionario.
  3. Che si ribadisca senza alcun equivoco la nostra analisi sul Movimento Partigiano come parte integrante di uno dei fronti della guerra imperialista e perciò, da un punto di vista di classe, equivalente all’altro ad esso contrapposto nonché che la pratica del disfattismo rivoluzionario, che ha caratterizzato l’intervento del nostro Partito nella seconda guerra mondiale, era, senza se e senza ma, l’unica possibile e l’unica coerentemente rivoluzionaria.

Per quanto riguarda la crisi generale in cui si sta dimenando il capitalismo, colgo l’occasione per proporre l’organizzazione, nel più breve tempo possibile, di un seminario nazionale che abbia per oggetto l’analisi delle sue cause e delle sue prospettive eventualmente preceduto da un percorso preparatorio da svolgersi in tutte le sezioni e dalla ripresa della discussione sulla legge della caduta tendenziale del s.m.p.

 
 

Catanzaro  20 0ttobre 2008

Giorgio