| 1° Maggio con i lavoratori di Phonemedia di Catanzaro |
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| Scritto da Gianfranco Greco |
| Venerdì 21 Maggio 2010 09:22 |
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In occasione Essendo stati invitati a parteciparvi abbiamo avuto anche l’onere oltre che il piacere di tenere la relazione introduttiva. V’è da dire che, seppure la manifestazione non abbia ricevuto un conforto numerico significativo, nondimeno ha dato la stura ad un dibattito rivelatosi poi assai interessante con riferimenti ed approfondimenti più che puntuali verso temi quali la legalità borghese, l’attuale ruolo svolto dai sindacati o l’apatia, il disinteresse, la stessa paura che fanno da sfondo all’agire dei lavoratori. Il dibattito ha fatto emergere, ancor più, un dato particolare: ovverosia, al di là delle carenze di fondo che attanagliano attualmente la classe lavoratrice, qui e là si avverte una percezione, seppure appena accennata, delle tristi prospettive che l’attuale società offre a chi vive di lavoro. Si diceva della relazione introduttiva: essa ha ripercorso, con precisi riferimenti storici, da dove trae origine la ricorrenza del 1° maggio, del significato dato via via ad essa dai lavoratori, dalla valenza che è stata riconosciuta ad essa: essenzialmente una cifra fatta di lotte per conquistare ogni piccola cosa. Si trattasse di migliori condizioni di lavoro, di migliori condizioni di vita, di diminuzione della giornata lavorativa, diventava inevitabile il ricorso alla lotta anche se davanti si paravano, come in diversi casi, reggimenti dell’esercito con relative baionette innestate. E’ stata questa volontà, derivante dalla rabbia per condizioni di lavoro e di vita disumane, che porta la classe lavoratrice a costituire organismi di difesa che si chiamano leghe, sindacati, partiti. Ci si sta riferendo, com’è facile dedurre, ad avvenimenti risalenti a circa 150 anni addietro. Sembra siano passati evi. La vicenda della Phonemedia, compendiata con nitidezza da un volantino/denuncia, offre la possibilità di mettere a fuoco la situazione attuale in cui versa la classe lavoratrice alla luce dei profondi attacchi che sta subendo da parte del padronato ma soprattutto in considerazione dell’ assoluta mancanza di quello spirito di lotta a cui pocanzi si faceva riferimento. La vicenda dei lavoratori della Phonemedia è la vicenda dell’Alcatel di Battipaglia, della Bialetti di Omegna, della Indesit di None e di tante altre aziende, grandi, medie o piccole che siano. Ad essi va innanzitutto la nostra totale solidarietà di classe. V’è da rilevare, tuttavia, una connotazione comune che attraversa tutte queste esperienze: il porre in rilievo – da parte dei lavoratori - come queste aziende chiudano o riducano drasticamente gli organici a fronte di produzioni che ancora tirano, quindi di un lavoro che ancora c’è e che quindi non giustificherebbe l’adozione di tali provvedimenti. In linea teorica il ragionamento ha una sua logica: se c’è lavoro è consequenziale che ci debbano essere anche lavoratori. Tuttavia c’è un però: esiste, sì, il lavoro, i lavoratori, ma esiste anche il costo del lavoro o, meglio, della forza-lavoro. E’ l’entità di quest’ultimo che decide, in ultima analisi, il capitalista a rimanere a Catanzaro, ad Omegna o a None, oppure andare a delocalizzare in Cina, in India, in Vietnam o in Romania. Suggerire o chiedere esplicitamente, come han fatto varie rappresentanze dei lavoratori, che i governi occidentali proibiscano per legge che le aziende possano delocalizzare le loro produzioni fa esattamente il paio con il cantare vittoria allorché si è ottenuta la cassa integrazione per un anno. Ecco, la mancanza di percezione di tutto ciò dà un’idea abbastanza fedele delle difficoltà in cui si dibatte l’attuale classe lavoratrice. In termini più prosaici possiamo dire che manca – è vero – quella volontà di lottare, di stare insieme, di far fronte comune, ma – altrettanto vero – è che son tutte cose che non calano dall’alto per virtù di qualche entità sovrannaturale ma che sono esclusivamente il portato della consapevolezza, della coscienza di appartenere, tutti, ad un’unica classe: il proletariato. Tutto ciò introduce la vera “dolente nota” dei tempi che viviamo: una classe che fatica a riconoscersi come tale, frammentata, frantumata, quasi atomizzata e che come tale è in completa balia del capitalismo che sta scaricando totalmente su di essa i contraccolpi di una crisi che si fa sempre più lacerante ed alla quale non può non ovviare se non attaccando le condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori. E’ quasi cronaca quotidiana lo smantellamento dei diritti dei lavoratori come pure la cancellazione di regole e garanzie. E’ prassi oramai consolidata un agire del padronato scevro da qualsiasi controllo politico e sociale. Di fronte a chi lo comanda il lavoratore è solo. Non è più un individuo che condivide con altri la propria condizione. La condizione è comune: è fatta di precarietà, di mancanza di sicurezze, dello sfarinamento del futuro, ma a non è comune neppure la percezione di questa condivisione, tanto più la coscienza di appartenere ad una classe che ha interessi totalmente contrapposti a quelli della borghesia e che deve lottare quotidianamente per difenderli senza deleghe ad organismi, siano essi sindacali o partitici, che hanno dimostrato, ormai da tempo, da far parte, integralmente, della programmazione capitalistica e che quindi, in tale veste, hanno l’unico scopo di far accettare ai lavoratori la politica dei sacrifici. Il problema diventa quindi: che fare? Continuare passivamente a pagare, da soli, il prezzo della crisi oppure, se la prospettiva che va delineandosi è fatta da un peggioramento sempre più incalzante, cercare di ritrovare quello spirito di lotta che ha consentito alla classe lavoratrice in generale, ed a quella operaia in particolare, ad assurgere ad unico soggetto che può trasformare questa società oramai obsoleta e fondamentalmente antistorica? Si può anche comprendere, nel prefigurare un tipo di società non più basata sullo sfruttamento del lavoro e sul profitto che ne deriva al capitalista, in una, una società socialista, che possa emergere uno stacco tra la drammatica attualità della situazione in cui versano i lavoratori ed una prospettiva economica, politica, sociale di là da venire. Tuttavia è lo stesso meccanismo della crisi che rende plausibile questa alternativa nella misura in cui la crisi capitalistica stritola, coi suoi meccanismi, le certezze di un numero sempre più grande di lavoratori in termini di precarietà, flessibilità, espulsione dai cicli produttivi, certezza che tantissimi di essi non entreranno mai nel mondo del lavoro. Se le prospettive sono queste - e sono queste – potrà mai diventare un’alternativa percorribile risolvere i propri problemi a livello individuale? Dare vita – per parafrasi – all’Isola dei disoccupati? Sperare che la situazione cambi ed in meglio, lasciandosi, in tal modo, suggestionare da chi esercita il potere e dai suoi lacchè ? Questo è il quadro della situazione ed occorre averne nitida consapevolezza se si vuole cominciare ad enucleare un discorso che porti il proletariato a riacquisire la consapevolezza del proprio essere in una prospettiva che la veda soggetto insostituibile nella trasformazione radicale dell’attuale ordinamento sociale. gg
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| Ultimo aggiornamento Venerdì 06 Agosto 2010 09:44 |



